Cento anni fa

Cento anni fa

MAURO SAGLIETTI

Vi chiedo scusa, cari amici, se questa settimana, mi discosto dalla istantanea alla quale siamo abituati ogni venerdì.
Talvolta siamo così occupati in mille faccende, che ci illudiamo di avere sempre tempo per poter dire delle cose importanti.
Forse anch’io ho pensato che il tempo fosse eterno.
Poi un giorno ci si accorge che anche la parola più semplice non è…

MAURO SAGLIETTI

Vi chiedo scusa, cari amici, se questa settimana, mi discosto dalla istantanea alla quale siamo abituati ogni venerdì.
Talvolta siamo così occupati in mille faccende, che ci illudiamo di avere sempre tempo per poter dire delle cose importanti.
Forse anch’io ho pensato che il tempo fosse eterno.
Poi un giorno ci si accorge che anche la parola più semplice non è stata detta, e comincia il rimpianto.
Vorrei farlo, ora, sempre che sia ancora in tempo.
C’era una persona del Toro, una tifosa accanita del Toro, ragazzi, alla quale mi sono dimenticato di dire una cosa importante.
Avrebbe compiuto cento anni domani.

Cento anni.
Dicevi sempre in piemontese “Chissà se ci arrivo? A novanta ce l’ho fatta, a cento vedremo…!”.
Invece hai preferito fermarti a novantotto e mezzo, in una fredda notte di gennaio.
Abbiamo passato insieme tanto tempo anche se ti ho conosciuto quando ne avevi già sessantuno.
Certo, tu eri del Toro, ma soprattutto non sopportavi la juve…

Come sono stati cento anni nei ricordi e nei tuoi racconti!
Le campane che suonavano a festa per la vittoria nella Prima Guerra Mondiale, l’attesa del sabato per poter andare al ballo pubblico, il primo rossetto, un lui che subito non ti era piaciuto, ma che volevi fare ingelosire, i lunghi tragitti in bicicletta nelle fredde mattine d’inverno per arrivare fino in fabbrica.
Oppure il matrimonio col vestito della festa, la guerra, il bombardamento del 10 dicembre, che aveva spazzato via la Chiesa di Madonna di campagna, i bengala che scendevano, le fughe verso Stura.
Quante volte mi hai raccontato di quella volta che scappaste tra i bengala, tu incinta, verso la campagna.
Il nonno voleva proseguire fino alla casetta seguente, ma tu eri troppo stanca e decideste di fermarvi al rifugio prima.
Alla fine del bombardamento, l’altra casetta non c’era più.
E poi i tedeschi in ritirata e le rappresaglie.
Tutte storie che non verranno raccontate.
Che cosa sono cento anni in quello che ricordiamo noi?
Certo, magari la guerra, ma anche il cinema, Kennedy, la guerra fredda, l’uomo sulla luna, il Vietnam, la televisione, la musica.
Chi ricorderà mai le tue, le vostre storie, quelle che non sono sui libri?
Chi ricorderà la dignità di una generazione, in un mondo in cui la battaglia era il pane da mangiare, la felicità era il “dì ‘d festa”.
Tutte cose che abbiamo sepolto in un cimitero senza memoria che si chiama presente.

Cento anni domani.
Certo, tu eri del Toro, ma soprattutto non sopportavi la juve.
Dicevi che i gobbi erano “gram”, cattivi.
E lo scudetto?
Quel giorno eri finita, forse per andare da un’amica, sul tram numero nove.
Ricordi quelle lunghe bisarche verdi che circolavano negli anni ’70?
Era un tram pieno di tifosi che andavano a vedere Torino-Cesena.
Cantavano “Forza Perugia”, mi raccontasti al ritorno.
Ti avevano chiesto di andare allo stadio con loro.
Ti immagino… tu così, minuta in un tram di Ultras.
In fondo anche tu lo eri.
Cominciasti a preoccuparti del mio essere sfegatato, l’anno seguente, in quel drammatico testa a testa finale con i gobbi.
– Ho paura che se il Toro non vince lui ne faccia una malattia – dicesti alla vicina.
E malattia fu, avevi ragione.
Quando andavo a scuola ti raccomandavi non tanto che io mi comportassi bene, quanto che lasciassi stare i “göb” perché erano “gram”.
Una sera, abitavi da sola, mi telefonasti dopo un juventus-Arsenal, per dirmi “I son pròpi contenta ch’a l’abio ciapaje!” (Sono proprio contenta che se le siano prese!)
Quando tornavo dallo stadio volevi sapere nel dettaglio come erano andate le cose.
Una volta, dopo un derby vinto, buttai la testa fuori dal finestrino del tram e vidi che dal bancone sventolava già la bandiera, che avevi messo fuori!
A fa mal a fè nen gioghe Policano! (Fa male a non far giocare Policano) – esclamasti in un giorno del 1990, quando avevi già ottantatre anni, leggendo i titoli di un giornale sportivo e prendendotela con Fascetti.
Io andavo in trasferta e mi alzavo prima dell’alba.
Tu ti alzavi prima di me per prepararmi i panini.
Mi sarebbe piaciuto portarti una volta allo stadio sai?
In un posto tranquillo, senza dirti nulla prima.
Non l’ho mai fatto.
So che saresti venuta, ti chiedevi sempre come dovesse essere quel posto pieno di gente e quella Curva della quale parlavo sempre.

Mi hai sopportato davvero in mille momenti.
Talvolta eri costretta a sentire la musica rock tutto il giorno.
C’era una canzone che dicevi di “sapere ormai a memoria”.
Ti dissi il titolo e tu provasti a ripeterlo, poi lasciasti perdere.
Era Wish you were here, lo credo.
Alle volte ti facevo degli scherzi assurdi, ricordi?
Quando facevo finta di aver trovato uno scarafaggio in casa?
In realtà era un pezzo di nastro isolante, ma io sfruttavo il fatto che tu vedessi poco, così ti mettevi a urlare!
E quando ti chiudevo sul balcone?
Ti arrabbiavi con me, ma so che mi volevi bene.
Quante volte mi sei stata vicina, quando le nubi si addensavano o quando una lei se ne era andata.
Non l’ho mai dimenticato.

Mi hai insegnato ad amare Torino, la tua, la nostra città.
Quella di Borgo Vittoria, quella del Parco Sempione, dove mi portavi a vedere i treni quando ero piccolo.
Quella del lattaio, del droghiere sotto casa, del calzolaio.
Già, la tua città.
Alle volte spero che tu non possa vederla…
Sorgono interi nuovi quartieri, ai quali qualcuno ha anche il coraggio di associare la parola “Parco”. Un parco che non c’è.
Colate di cemento che sembra di essere a Malpensa, senza alcun rispetto delle strade a scacchiera di pianta romana, senza cura per lo stile architettonico di quella città che ti piaceva così tanto.
Il bello, sai, è che c’è sempre qualche primo violino, o battitore di grancassa, pronto a tessere le lodi di questi mostri in paramano.
Mi hai insegnato ad essere torinese e io sono fiero di esserlo.
Non va di moda dirlo, ma lo sono.
Ti ringrazio anche per questo.

Gli ultimi giorni, prima di andare via, mi hai detto “Arcòrd-te che mi peui it giuto” (Ricordati che poi io ti aiuto).
So che lo hai fatto. Me ne sono accorto da tante cose, piccole e non.
Grazie anche per questo.
Era questo che volevo dirti.
Grazie.

E’ il momento di dirsi ciao.
Chi lo sa, qualcuno potrebbe affermare che non è il caso, che questa lettera non ha senso, che bisogna guardare avanti.
Ma quali sono le cose veramente importanti che ci sono rimaste, nonna? Quali?
Essere produttivi?
Quelli in coda a respirare gas di scarico?
Vagare in un centro commerciale, in preda al senso di estraneità?
Andare in piazza perché presentano una macchina? Perché così fan tutti?
No, grazie, ci vadano gli altri.
Per me importante è ricordare i momenti che ho passato con te.

Dicevi sempre “Chissà se vi ricorderete e mi porterete un fiore?”
Eccolo nonna, guardalo, è questo.
Hai visto quante persone ci sono, nonna?  Hai visto?
Spero che questo regalo ti piaccia.
Anche se tu non ci sei più.
Non potrò mai dimenticarti.
Buon compleanno, Nonna.

 

Vi chiedo ancora scusa, amici, ma volevo dire un grazie che non ero riuscito a dire prima.
Spero che anche questa sia una piccola storia, comune a molti di noi, nel nostro universo granata.
Il tempo non è eterno e alle volte è bello fermarlo per un attimo.

 

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