Corri, numero undici!

Corri, numero undici!

MAURO SAGLIETTI

La prima volta che toccai quella maglia granata numero undici, fu una sera di tanti, molti anni fa.
Me ne ricordo bene, era un sabato e il vento stava facendo ondeggiare i rami degli alberi tutto attorno a quel piazzale montano dove avevamo lasciato la vettura. Da lontano si intravedevano le luci della città che cominciavano ad accendersi, nonostante la luce del sole si stesse…

MAURO SAGLIETTI

La prima volta che toccai quella maglia granata numero undici, fu una sera di tanti, molti anni fa.
Me ne ricordo bene, era un sabato e il vento stava facendo ondeggiare i rami degli alberi tutto attorno a quel piazzale montano dove avevamo lasciato la vettura. Da lontano si intravedevano le luci della città che cominciavano ad accendersi, nonostante la luce del sole si stesse arrendendo sempre più tardi, in quella primavera.
Io e Lei eravamo lì, al sicuro, lontano da tutti e da tutto, al sicuro nell’incoscienza dei nostri diciotto anni, una vecchia auto da guidare a turno, un po’ io un po’ lei, una vita da condividere.
Il nastro nell’autoradio stava scorrendo le canzoni dal vivo degli Eagles, che adoravamo entrambi, ed in quel momento, lo ricordo come fosse ora, nell’abitacolo si stavano diffondendo le prime note di una canzone poco famosa.
Si intitolava Saturday night.

Seems like a dream now, it was so long ago,
the moon burnt so bright and the time went so slow
and I swore that I loved her and gave her a ring
the bluebird was high on the wind.

– Come mai ti piace tanto questa canzone? Ogni volta che il nastro arriva a questo punto, lo rimandi indietro due o tre volte…
– Non so… sembra fuori dal tempo. Potrebbe essere la nostra canzone, che ne dici?
In effetti, il brano, che risaliva al decennio precedente, sembrava estraniarsi, con la sua melodia, dal gran caos musicale che era alle porte in quegli anni, forse per le armonie vocali così perfette.
Fatto sta che Saturday night divenne la nostra canzone preferita e in quei mesi arrivammo quasi a consumare il nastro che scorreva nell’autoradio.

Fu quella sera che mi porse un oggetto, che era stato avvolto nella carta di vecchi giornali.
– Che cos’è? Un regalo?
– No, ma apri. Ti piacerà…
Non avevo idea di cosa si trattasse, ma Lei amava le sorprese.
Svolsi con cura la carta di giornale e non posso dimenticare ciò che vidi.
Fui colpito dal granata sgargiante piegato con cura che fuoriuscì da quelle pagine, così intenso nonostante la maglia dovesse essere molto vecchia. La maneggiai con cura, quasi avessi paura di rovinare quel tessuto pur robusto, fino a quando non si rivelò, di fronte ai miei occhi, un grande numero undici.
– …E’… è bellissima… non so cosa dire… ma di chi è…?
Ti avevo detto che un mio parente aveva giocato nel Toro, ricordi? Il fratello di mio nonno… Si chiamava Antonio… bè, a dire la verità ha giocato solo nelle giovanili…
– E’ bellissima… continuai a mormorare guardando quella casacca così diversa da quelle che conoscevo – E’ un regalo? Posso tenerla?
– Non scherzare… mio padre e mio nonno mi ammazzerebbero se sapessero che l’ho presa di nascosto. E’ l’unico ricordo che hanno di lui, a parte qualche foto. Morì in guerra, a quanto ne so, ma non mi hanno mai raccontato bene la storia…
La guardai ancora per un po’, quasi provandomela addosso prima di restituirgliela.
– Quelle che vedrai domani saranno un po’ diverse – mormorai, pensando con entusiasmo al derby del giorno seguente, nel quale l’avrei portata per la prima volta con me in Maratona.
– Sarà pericoloso? – chiese con una punta di diffidenza e sospetto.
Ma scherzi? E’ bellissimo stare in Curva… tu non hai idea… quando poi c’è un gol è il finimondo…
– Finimondo?
– Devi viverlo… non posso neanche spiegarti a parole. E’ una cosa bellissima…
E sorrisi con gli occhi sperando che l’indomani potesse veramente vivere con me l’ebbrezza di un gol alla juve.
– Sei felice, vero? – mi chiese improvvisamente, sorridendo con gli occhi.
Certo che lo ero e quella domanda mi fece perdere in lei.
Fu così che capitò la prima volta, credo.
Ma non ha importanza quello che successe in quella vettura, quella notte.
La notte si richiuse su di noi, mentre le luci della città, ora più nitide, erano rese più vicine che mai dal vento e nell’abitacolo le note della canzone continuavano a risuonare.

Whatever happened to saturday night?
Finding a sweetheart, and holding her tight
She said “Tell me, oh tell me, are you all right?”
Whatever happened to saturday night?

 

Il giorno seguente la portai al derby, per conoscere la Maratona.
Il Toro era un giovane Toro, ma gagliardo.
Tuttavia, si mise male ad inizio ripresa, quando Brio portò in vantaggio i bianconeri.
Assieme alla delusione per il risultato che stava maturando, c’era anche il dispiacere per il fatto che Lei non dovesse assistere ad una sconfitta e non potesse vivere un gol in quel luogo magico.
Ma a pochi minuti dal termine, un giovane Lentini col numero undici si involò sulla fascia.
– Dai, Gigi, mettila in mezzo… – urlai, mentre partiva il traversone.
Cravero, in mezzo all’area si tuffò di testa e infilò Tacconi.
La Curva esplose, come avevo sperato e immaginato.
Lei avrebbe potuto spaventarsi in quell’onda umana trascinata dalla gioia.
Invece no, mi si gettò addosso e mi baciò.
E’ uno dei momenti e dei ricordi più emozionanti che ho di lei.

Non c’è bisogno che una storia sia eterna per essere bellissima. Capitò in modo inaspettato poche settimane dopo, sempre di sabato sera, vicino a quello spiazzo in montagna.
Mi disse che era finita così, senza un perché, né io cercai mai di capirlo.
Oh, certo, mi disperai a lungo.
Poi piano piano quella storia fu inghiottita nel tunnel dei ricordi, che mi ha sempre accompagnato a breve distanza.
E lì è rimasta fino allo scorso anno.
Credo fosse aprile.

 

Avevo quattro anni quando mia nonna se ne andò. Ho pochi ricordi di lei, legati solo alle favole che mi raccontava. Ogni tanto io e mia madre ci rechiamo a trovarla a Caselle, dove è sepolta.
Quel giorno di metà aprile, però, mentre ci dirigevamo alla macchina dopo la visita, l’occhio mi cadde su una foto di un manifesto affisso poco distante. Il manifesto parlava delle celebrazioni per il 25 aprile che si sarebbero tenute di lì a poco.
Essendo appassionato di storia della Seconda Guerra Mondiale, mi fermai, come faccio sovente.
La foto, anzi il disegno, raffigurava una fucilazione eseguita da parte delle truppe tedesche. Il testo parlava della “commemorazione” delle vittime innocenti trucidate in località “La Pergola”.
Stavo per distogliere lo sguardo, quando mi accorsi di avere mia madre di fianco.
– “La Pergola è il posto dove devono aver ucciso il fidanzato della Nonna…”
Si accorse del mio sguardo stralunato e aggiunse:
– Non ti ricordi? Te ne ho parlato una volta sola, quando eri piccolo, forse… La nonna aveva avuto un fidanzato prima di conoscere il nonno. Pensa che me ne ha parlato solo un paio di volte in tutta la sua vita. Fu ucciso dai Tedeschi… Si chiamava Tony e aveva giocato nel Torino…

Non fu subito.
Ci volle qualche secondo a mettere in relazione quello che avevo sentito con il vago ricordo che avevo della storia raccontatami da Lei. Quando però mi accorsi che Antonio – Tony potevano essere la stessa persona, iniziai veramente a boccheggiare.

Trascorsi un paio di giorni a farmi esplodere ricordi in testa. Possibile che… che fosse vero?
Come potevo esserne sicuro? Ci sarebbe stato un solo modo, ma quel modo significava ricongiungersi con una storia finita venti anni prima.
E se lei non si fosse neanche ricordata di me? E se si fosse trasferita? O peggio?
Alla fine mi decisi. Ricordavo dov’era la sua abitazione. Cercai il numero e telefonai. Mi rispose una donna, forse la madre. Accampai una scusa improponibile. Finsi di essere un compagno di classe che chiedeva notizie per una improbabile riunione di classe.
Fu così che ottenni notizie su di lei, su quella che era la sua vita adesso, sulla sua famiglia.
Ed ottenni anche un indirizzo mail, al quale scrissi dopo mille indugi.
Al terzo tentativo, quando mi manifestai per chi ero realmente, proprio quando temevo di non ottenere più risposta, mi rispose.
Avvertii la sua diffidenza che temeva chissà quali intenzioni da parte mia.
Le spiegai tutta la storia, la supplicai di credermi, le chiesi di informarsi su quella persona di famiglia.
Poco prima del 25 aprile ricevetti una mail con scritto semplicemente “Questa ti può servire?”, con allegata la scansione di una foto in bianco e nero. Diiedi una rapida ed emozionata occhiata, all’uomo e alla donna raffigurati, poi risposi semplicemente:
– E’ mia nonna.

 

Le chiesi a mezze parole di incontrarci, di vederci per parlare di quella singolarità della vita, ma ottenni soltanto dinieghi, garbati ma fermi. Le dissi che mi sarei recato a Caselle, alle celebrazioni per il 25 aprile per informarmi, per chiedere se qualcuno sapesse di più su quella storia lontana, ma non ottenni risposta.
Alla fine rinunciai, accontentandomi del fatto di aver saputo che anche lei era sotto la mia stessa fetta di cielo.

Due giorni dopo mi recai alla proiezione di diapositive organizzata dal comune di Caselle, per ricordare le vicende di quei giorni lontani. Dietro al palco sedeva un signore molto anziano, un partigiano per quanto fui in grado a capire, il cui nome di battaglia era stato “il Vecchio”, Una delle poche persone ancora in grado di ricordare e raccontare i fatti di quei giorni.
Improvvisamente una voce dietro di me mi fece sobbalzare e rabbrividire.
Questa ti può servire?
Mi ero spesso chiesto come avrei reagito se mai quel momento si fosse presentato.
Sapevo già chi avrei visto ancora prima di girarmi. Cercai di calmare il cuore che sembrava voler scoppiare.
Poi mi voltai e vidi lei e quella maglia granata.

Ritrovarsi non è facile, quando in mezzo ci sono scelte, vite, persone maturate lungo due decenni.
Occorre cautela per non ferire e non essere feriti.
Guardai gli scarsi segni del tempo sul suo volto e sapevo che lei stava facendo altrettanto col mio.
Avrei avuto mille cose da dire, ma restammo lì imbambolati a guardarci, prima di metterci a ridere.

Aveva poco tempo, disse.
Trascorremmo la serata in un bar, parlando di quella strana situazione che ci aveva fatto incontrare di nuovo, di Tony e di Rosetta, mia nonna. Parlammo di tante cose, parlammo di noi. Poi fissammo un appuntamento per il giorno seguente, per andare a parlare con l’unica persona che avrebbe potuto raccontarci quella storia per intero.
Ci salutammo con un sorriso, come allora.

 

Così volete sapere di Tony – il Vecchio socchiuse gli occhi, guardandoci seduti l’uno vicino all’altro.
– Era un’ala velocissima, Dio mio quanto era veloce. Bastava gli dessero la maglia numero undici e lui correva come un fulmine mille volte su e giù per il campo. A volte a destra, a volte a sinistra. Giocavamo entrambi nelle giovanili del Toro negli anni precedenti la guerra. Anche se giocavo da libero, ogni tanto mi piaceva sganciarmi in attacco… Lui andava sul fondo e crossava, io saltavo di testa e riuscivo a fare qualche gol.
Si fermò per qualche istante, distratto da una persona di passaggio.

Io e lei non gli staccavamo gli occhi di dosso, rapiti da quel discorso che andava prendendo forma.

Eravamo veramente innamorati del gioco del football. Il nostro capolavoro fu in un derby… non ricordo più che mese fosse, perdonatemi. Stavamo perdendo 0-1 e mancavano pochi minuti alla fine. Lui prese il pallone con rabbia e si lanciò sulla fascia destra. Buttò la palla in mezzo e io mi tuffai di testa, anticipando il portiere. Salvammo la partita e diventammo quasi degli eroi. Potete immaginare l’orgoglio… Un giorno l’allenatore ci comunicò che nel giro di pochi mesi avremmo potuto finire in prima squadra. Ricordo quando lo dicemmo alle nostre famiglie…- sospirò.
Ma scoppiò la guerra e fummo presto sfollati a Caselle… Ragazzi, a quei tempi non era facile! Bisognava alzarsi presto la mattina per lavorare e trovare il tempo di andare a Torino per allenarsi. Così la vita cominciò a farsi difficile e rinunciammo, a malincuore, al pallone.
Pensavamo sarebbe stato per poco tempo, invece…. Però lui aveva la sua Rosetta, una ragazza del luogo che aveva conosciuto…
La guerra però non aveva tempo per i sentimenti, così partimmo per le armi… Tony si trovava in una caserma in Veneto l’otto di settembre. Era un tipo in gamba e sfuggì alla cattura dei tedeschi. Un altro dei suoi scatti brucianti lo mise in salvo. Tornò a casa dopo mille avventure. Mi raccontò tutto dopo pochi giorni, quando anch’io riuscii a tornare indietro, dopo altrettante peripezie… ma questa è un’altra storia. Trovammo lavoro in una falegnameria poco distante da casa.
Così trascorse qualche mese e arrivò il 1944. La Wehrmacht cominciava a sentire il fiato sul collo degli alleati… tutta l’Italia settentrionale e la Germania erano sotto il fuoco aereo di Americani e Inglesi…
Tutto quello che volete sapere, ragazzi, accadde un sabato sera… Sapete, mi sembra di rivederlo, come se fosse un sogno. Sì, questo racconto mi sembra davvero un sogno ed è passato così tanto tempo… Era una notte di luna piena ed il tempo si era come fermato. Toni le regalò un anello e le chiese di sposarlo, io sapevo che l’avrebbe fatto. Era un anello semplice, ma quella promessa valeva una vita.
La sfortuna però era alle porte.
Quella mattina però un soldato tedesco era stato ucciso nei pressi del paese. Io sapevo bene chi era stato. Mecu, l’ubriacone del paese, lo sapevano tutti.
I tedeschi però non ne vollero sapere…

L’uomo si fermò per qualche istante, fissando un punto imprecisato alle nostre spalle, probabilmente cercando di focalizzare i suoi ricordi.

I tedeschi proprio non ne vollero sapere. Favoriti dal buio organizzarono un rastrellamento.
Presero dieci, dieci di noi. Presero anche me e Tony.
Non ebbe neanche il tempo di salutare Rosetta, che piangeva straziata, mentre lo portavano via. Presero vecchi e giovani, senza distinzioni. Ci caricarono su di un camion e ci portarono verso il luogo che chiamavamo “La Pergola, una volta c’era un piccolo pergolato… ad ogni modo in quei momenti sapevamo di essere uomini morti, perché il mese precedente, in quello stesso luogo erano stati uccisi altri dieci innocenti. Quando il camion partì potemmo solo udire le voci disperate dei nostri famigliari, che invocavano i nostri nomi… Le urla diventarono sempre più distanti. Poi non le udimmo più…

Io e Lei restammo ad ascoltare i nostri respiri, tale era la tensione del racconto, che il Vecchio ci narrava con tanta lucidità. Eravamo uniti dopo tanti anni, e sembravamo esserci dimenticati delle strade che avevamo intrapreso e che ci dividevano.

Ad un certo punto, proprio nei pressi di un piloncino votivo, il camion si bloccò – riprese l’uomo – Le strade non erano asfaltate allora e la pioggia dei giorni prima aveva creato delle pozze e dei solchi. Una delle ruote posteriori restò bloccata a causa del peso del carico. Così i Tedeschi ci fecero scendere e ci obbligarono a spingere, mentre il camion accelerava. Sapete, eravamo sotto il tiro dei mitra e tutto quello che potevamo fare era rassegnarci… Tony era al mio fianco, me lo ricordo come se fosse successo cinque minuti fa. La luna splendeva quella notte… vedevo il suo viso illuminato per metà…
Gli occhi del Vecchio si persero in un dialogo lontano…

– Ascolta… – mi disse parlando velocemente, come faceva sempre.
– Ascolta… quando dico “ORA!”, molla tutto e mettiti a correre, hai capito?
– Ma cosa…
– Mettiti a correre, non fare domande…!
– Ma questi ci ammazzano….
Ruhe! Schieben Sie vor!– urlò un soldato
– Tu Non capisci… noi siamo già uomini morti! – sussurrò fingendo di continuare a spingere il camion – Lo saremo tra breve, in ogni caso! Facciamo come quella volta… ti ricordi quel gol…? Io sulla fascia e tu di testa…!
Ich habe Ruhe gesagt! Noch ein Wort und schiesse ich!
– Ma io… – lo implorai con lo sguardo tentando di non farmi notare dai nostri carnefici.
– Zitto! Non c’è tempo… mi devi fare una promessa… – si guardò furtivamente attorno, prima di proseguire – Mi devi promettere che se non ce la farò andrai da Rosetta e le dirai che… che ritornerò… che ritornerò in qualche modo. Dille solo questo. Dille che… che mi sarebbe piaciuto vivere con lei per sempre… -.
– Certo ma…
ORA!!!!
Si buttò come un razzo nel campo alla nostra sinistra. Per un attimo la scena restò come immobile, anche i Tedeschi furono colti di sorpresa. Se avessi esitato un attimo di più credo che non sarei qui a raccontarvi questa storia, ragazzi. Non avevo scelta. In quella frazione di secondo decisi di fare come aveva detto lui. Mi misi a correre con il cuore in gola in direzione parallela alla sua, mentre dietro di me udivo le urla in tedesco e i primi spari. Corsi a zig-zag e con la coda dell’occhio vidi Tony, poco più avanti a me sulla destra correre tra le nuvole di polvere terra sollevate dalle raffiche. Come quel giorno, cari ragazzi. Lui sulla fascia io verso l’area. Poi, improvvisamente, dopo una raffica, non lo vidi più. Era veloce Tony, ma quel giorno trovò ad attenderlo un odio ancora più veloce.  Continuai a correre, raggiunsi un fossato e la boscaglia. E corsi ancora a perdifiato, tra le pallottole che continuavano a fischiare. Corsi, corsi e corsi ancora fino ad impazzire. Trascorsi tre giorni nascosto nella boscaglia… Questa fu la mia storia. Così, grazie a quel ragazzo, grazie a quel grande amico, ebbi la vita salva. Lui m’insegnò ad avere coraggio.

Restammo a guardarlo aspettando che continuasse la storia, ma ci fu bisogno di richiamarlo da un altro di quei suoi silenzi improvvisi.
– Mantenne la sua promessa? – chiesi
– Non potevo tornare in paese… mi avevano parlato dei ragazzi in montagna. Decisi di raggiungerli e trascorsi con loro un anno. Fui ferito in uno scontro a fuoco con i Tedeschi in ritirata e trascorsi molto tempo in ospedali improvvisati e poi, alla fine della guerra in un ospedale civile. Passò un lungo periodo. Quando tutto fu finito, tornai a Caselle per cercare Rosetta, ma venni a sapere che stava per sposarsi con un ragazzo del posto. Non me la sentii di riferirle quel messaggio e risvegliare dolorosi ricordi. Non mantenni la mia promessa, ma lo feci a fin di bene. Poco più tardi mi trasferii anch’io poco distante e non la vidi più…. Questa è la storia, sono contento che qualcuno mi abbia chiesto di Tony. Ne ho parlato così poche volte con qualcuno…
– Saprebbe dirci dove si trova quel posto? Quel prato? – disse Lei senza preoccuparsi di cosa ne pensassi io – Ci piacerebbe vederlo…
Lui ci guardò e sorrise. Un sorriso bonario e paterno, di chi non ha bisogno di spiegazioni per capire.

La strada che conduce a “La Pergola” ora è asfaltata ed è un succedersi di villette bifamiliari di recente costruzione e di piccole fabbriche.
Trovammo il luogo seguendo le indicazioni del Vecchio, il piloncino votivo è sempre lì.
Temevamo di trovare, al posto di quel prato, una distesa di cemento.
Ma il tempo alle volte devasta i luoghi, alle volte li risparmia.
Oggi il prato nel quale Tony tentò quella fuga disperata è diventato, per ironia della sorte, un campo sportivo. L’erba è sempre quella, anche se ora a calpestarla sono i ragazzini di sette-otto anni, che non sanno nulla di quello che accadde una notte di tanti, troppi anni prima.
– E’… è questo il posto? – disse lei, fermandosi al mio fianco.
– Sembrerebbe proprio di sì… – le indicazioni del vecchio erano state chiare.
Leggevo nella sua mente la difficoltà di immaginare una scena di amicizia e morte in un luogo ora popolato dalle urla dei ragazzini, anche se ci stava provando. Ma soprattutto sentivo che la nostra bella avventura stava arrivando alla fine.
Qualche istante ancora e lei sarebbe tornata alla vettura.
Forse era giusto così.
C’era però qualcosa che continuava a tormentarmi, forse era un particolare in quella storia che non riuscivo a focalizzare, o che non tornava. Provavo un senso di fastidio eppure non riuscivo a capire quale fosse il motivo. Continuavano a tornarmi alla mente le parole di Tony: Ritornerò… dille che ritornerò in qualche modo, dille che mi sarebbe piaciuto vivere con lei per sempre…
Mi tornavano alla mente le parole che avevo sentito poco prima dalle labbra del Vecchio:

…come se fosse un sogno. Sì, questo racconto è come un sogno ed è passato così tanto tempo… Era una notte di luna piena ed il tempo si era come fermato. Toni le regalò un anello e le chiese di sposarlo…

Poi, improvvisamente, un ricordo esplose nel cervello, scatenando una marea di schegge impazzite che si materializzarono nei miei pensieri.
Parole e immagini sembravano danzarmi di fronte agli occhi in un enorme brivido di freddo, mentre intuivo la terribile verità mi si parava di fronte.
…Il nostro capolavoro fu in un derby… non ricordo più che mese fosse. Stavamo perdendo 0-1 e mancavano pochi minuti alla fine…
…Dai, mettila in mezzo, Gigi…
Che cosa successe di sabato sera?
La fine della storia tra Tony e Rosetta.
La fine della storia tra me e Lei.
Sabato sera.
E tutto fu chiaro. Fu terribilmente chiaro.

– Che scemi… che scemi siamo stati. Era tutto scritto… – mormorai a fatica
– In che senso? Che cosa tutto scritto? Dove?
– Nella nostra canzone… ricordi? Ti ricordi Saturday night?

Seems like a dream though it was so long ago
The moon burnt so bright and the time went so slow
and I swore that I loved her and gave her a ring
the bluebird was high on the wind

La nostra canzone.
– Le parole… parlavano della luna che splendeva, di tanto tempo fa. Parlavano di un anello, di un sabato sera… era la loro storia.
Sapevo che mi stava guardando.
Trascorse un secondo di silenzio che sembrava un secolo e per un attimo mi parve di avere al mio fianco la ragazzina di allora.
– … mi fai venire i brividi… quella era la nostra canzone…!
– Quella era la loro canzone. Parlava di loro. E al tempo stesso era anche la nostra. Forse noi eravamo loro che tornavano… quali sono state le ultime parole di Tony? “Dille che ritornerò… che in qualche modo ritornerò…
– Io… Io non ci credo…
– Stavamo rivivendo il passato… pensa a quel derby che abbiamo visto insieme… Ricordi il pareggio alla fine? Cosa ha detto il Vecchio prima? Il nostro capolavoro fu un derby che pareggiammo alla fine… Il nostro amore era il loro che si ripresentava, era la promessa di Tony… ed è capitato a noi due, che siamo i loro discendenti.
Sapevo che mi guardava con gli occhi sbarrati e percepivo sia il suo tremore, sia la razionalità che si opponeva a tutto questo.
Io… no… ascolta. Io non ci credo… Io… devo andare. Scusami ma devo andare, non ho più tempo… Scusami… -.
E senza girarmi, udii il suono dei suoi tacchi sconvolti che si allontanavano frettolosi verso la vettura. Non avrei voluto farlo, ma mi voltai, in tempo per vederla ferma per un istante.
Si girò titubante, gli occhi cercavano di sorridere come un tempo, sotto lo sguardo spaventato.
Volevo dirti… volevo dirti che è stato bello rivederti… – disse, prima di incamminarsi nuovamente verso il mondo delle cose sicure e della razionalità.
Lasciando me in quello dei dubbi e dei fantasmi.
La vidi andare via così.
Non si era accorta che stringevo ancora la maglia granata tra le mani.
Anche per me è stato bello rivederti – pensai.

Ogni tanto ritorno in questo posto, dove i destini si sono incrociati.
Non posso fare a meno di pensare alle ultime parole di Tony.
Ritornerò… dille che ritornerò in qualche modo, dille che mi sarebbe piaciuto vivere con lei per sempre.
Ripenso a quella maglia numero undici che correva sulla fascia, ad un derby di venti anni fa, pareggiato in tuffo di testa, ad una canzone della quale all’epoca non capivamo neanche le parole.

She said “tell me, oh tell me
Are you all right?”
Whatever happened to saturday night?
Whatever happened to saturday night

Poi penso a te, piccolo mio.
A te che mi piacerebbe portare a giocare su questo campetto.
Vederti correre su questo prato sulla fascia con la maglia numero undici, come ha fatto qualcuno in una notte di luna piena, tanti anni fa.
Come vorrei che ci fosse anche per te un sabato sera con la donna che ami, un derby dove il mondo esplode per le maglie granata.
Una corsa sulla fascia che vuol dire libertà.
Ma tu non ci sei.

Dille che ritornerò… che in qualche modo ritornerò…

Non so se sarai tu, o se sarà qualcuno dopo di te, ma vorrei tanto che incontrassi una ragazza che forse oggi non c’è ancora.
E facessi tu quel gol, che non è stato fatto tanti anni fa, quel gol che io e Lei abbiamo solo sfiorato.
Lo vorrei tanto, sai?
Qualsiasi cosa possa succedere questa volta di sabato sera.

Nota dell’autore:
Questo è un racconto di fantasia. eventuali riferimenti a persone o ad avvenimenti è da considerarsi puramente casuale.

Un grazie di cuore alla cara amica Silvia per la preziosa traduzione!

 

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