Cronache…

Cronache…

di Marco Peroni

Per le vacanze mi ero ripromesso di leggere qualcosa che non avesse assolutamente a che fare con il mio lavoro, con quello che ho in programma di scrivere di qui a un po’. Per scaricare un po’ la testa e caricare le pile. Gialli, noir, pistole e colpi di scena. Ad ogni modo, alla fine non ho resistito e sono finito fra le braccia di Chronicles. Volume 1, una meravigliosa…

di Redazione Toro News

di Marco Peroni

Per le vacanze mi ero ripromesso di leggere qualcosa che non avesse assolutamente a che fare con il mio lavoro, con quello che ho in programma di scrivere di qui a un po’. Per scaricare un po’ la testa e caricare le pile. Gialli, noir, pistole e colpi di scena. Ad ogni modo, alla fine non ho resistito e sono finito fra le braccia di Chronicles. Volume 1, una meravigliosa autobiografia di Bob Dylan. Ne sono rimasto catturato e intrappolato, scoprendo alcune cose del suo rapporto difficile con la popolarità che mi hanno fatto pensare. In questo libro, diversamente da altri, Dylan scrive facendo ricorso a migliaia di immagini, una più bella dell’altra, rendendo estremamente chiaro quel che vuole raccontare: l’inizio della sua carriera a New York, i locali fumosi in cui si esibiva, i frequenti viaggi per andare a trovare, in un ospedale del New Jersey, il suo grande maestro, il faro che l’avrebbe guidato nel mare infinito di possibilità che offrono l’arte e la vita: Woody Guthrie… Tutto è vero e trascinante, pare di essere sotto la neve con lui, mentre sul finire degli anni Cinquanta setaccia la Grande Mela alla ricerca di canzoni, stimoli, sogni e persino qualche spicciolo con cui sopravvivere.
Ma la cosa che mi ha colpito di più è il veleno che ancora sgorga dalle sue parole quando parla di tutte le migliaia di fans che da un certo punto in poi presero a perseguitarlo. Dopo essere stato il riferimento musicale per quella generazione che dai primi anni Sessanta si era messa in marcia contro l’ordine costituito, la guerra, la cultura ufficiale, da artista libero e anticonformista, sfuggente, più ribelle che rivoluzionario, Dylan aveva semplicemente preso un’altra strada. Il movimento non lo accettò, sentendosi tradito, e questo si può facilmente capire. Era diventato un mito, le sue canzoni che mescolavano tradizione e futuro erano diventate una sorta di ideale colonna sonora del cambiamento. Ma questo straordinario menestrello metropolitano, così sensibile e selvatico, magnetico e introverso, tutto poteva essere tranne che una bandiera da sventolare. Aveva messo su famiglia, doveva scappare da una città all’altra quasi braccato. Si fermava, e subito la gente cominciava a cercarlo, scavalcare i muri di recinzione, camminargli nel giardino, presentargli il conto per le sue scelte e la sua nuova vita.

“Provocatori ci entrarono nelle stanze a ogni ora della notte, poi cominciarono ad arrivare cani sciolti radicali in cerca del Principe della Protesta, sbandati in cerca di feste dove intrufolarsi e che saccheggiavano la dispensa. Un mio amico mi aveva dato un paio di Colto a ripetizione, ma era terribile pensare a quello che si poteva fare con quegli aggeggi. Non solo, ma quegli orribili personaggi che sentivamo pestare con gli stivali sul nostro tetto potevano anche portarmi in tribunale se uno di loro fosse caduto. Roba da dare fuori di matto”.

Mi ha colpito, dicevo, quanto può essere doloroso per chi lo riceve tutto quel troppo amore. Guardare qualcuno o qualcosa rimandandogli continuamente indietro l’immagine di ciò che era, può significare soffocarlo, levargli la possibilità di fare i conti con quello che è, prendere le misure sul mondo, cambiare e rinascere, tentare nuove strade, provare a scrivere serenamente una nuova pagina. Un inizio, non si sa mai, di un nuovo grande romanzo.

Un abbraccio a tutti, Marco

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