Derby!

Derby!

di Walter Panero

 

Tornare nel proprio paese e nella propria città dopo tanti e tanti anni è un’emozione che non so descrivere. Tornarci e farlo nei giorni in cui si gioca una partita importante come il derby rappresenta una tentazione per chi, come me, fino ad una quarantina di anni fa non si perdeva una partita.
Erano i tempi di Meroni e di Ferrini,…

di Redazione Toro News

di Walter Panero

 

Tornare nel proprio paese e nella propria città dopo tanti e tanti anni è un’emozione che non so descrivere. Tornarci e farlo nei giorni in cui si gioca una partita importante come il derby rappresenta una tentazione per chi, come me, fino ad una quarantina di anni fa non si perdeva una partita.
Erano i tempi di Meroni e di Ferrini, poi di Claudio Sala e di Pupi. Erano i tempi di Giagnoni, quelli in cui i gobbi se la facevano sotto non appena vedevano una maglia granata. Se la facevano sotto in campo. Se la facevano sotto sugli spalti, perché già sapevano che loro potevano vincere tutti gli scudetti che volevano, ma il derby era una cosa diversa.
L’ultimo derby cui ebbi la fortuna di assistere, si giocò nel marzo del 1975: ricordo che Pupi quella volta realizzò una doppietta, mentre per quegli altri segnarono Bettega e Capello, quello che ora fa l’allenatore. Poi, quando tutto sembrava ormai indirizzato verso un pareggio, fu Zac a riportarci in vantaggio ad un paio di minuti dalla fine. Che grande, immensa gioia per noi ragazzi della curva. E chi se ne frega se poi alla fine quelli vinsero ancora una volta lo scudetto mentre noi arrivammo solo sesti. Ancora una volta li avevamo fregati. Ancora una volta, il giorno dopo al lavoro, avremmo potuto prenderli in giro come matti. E poi, finito il turno in fabbrica, tutti al Fila ad applaudire i nostri ragazzi che ormai ci conoscevano ad uno ad uno e chiacchieravano con noi come se fossimo vecchi amici.
All’epoca non sapevo che quello sarebbe stato l’ultimo derby della mia vita. Non potevo assolutamente immaginare che l’estate successiva la mia esistenza sarebbe totalmente cambiata ed io, in quello stadio per assistere ad un derby, non ci sarei entrato mai più. Almeno fino ad oggi.

Lei era bellissima. Parlava una lingua diversa dalla mia, una lingua che io a quell’epoca non comprendevo affatto.
Mi limitavo a guardarla quando si divertiva a giocare nell’acqua con le sue amiche. Erano tutte belle, ma lei aveva qualcosa in più. O almeno lo aveva per me. Facevo finta di leggere le ultime notizie di calcio mercato sul giornale sportivo, ma in realtà non riuscivo a staccare gli occhi dal suo viso e dal suo corpo.
Peccato che non potessi comunicare con lei. Farmi avanti. Portarla fuori. Un bel sogno. Irrealizzabile perché avrei avuto mille cose da dirle, ma non sapevo come. E, in ogni caso, il giorno dopo sarebbe tutto finito. Terminata la breve settimana di vacanza al mare, me ne sarei tornato a casa. Al mio lavoro in fabbrica. Al mio Toro che quell’anno sarebbe stato guidato da un tecnico giovane e pieno di idee nuove. Molti erano scettici visto che Pianelli non aveva comprato praticamente nessuno, se si escludeva lo scambio di Cereser con Caporale e l’arrivo dei giovanissimi e quasi sconosciuti Pecci e Patrizio Sala; inoltre, l’affidare la squadra ad un tecnico poco più che quarantenne come Gigi Radice rappresentava di sicuro un rischio. Tuttavia, io ero convinto che invece si potesse far bene. Con il trio Claudio Sala, Ciccio e Pupi ci saremmo tolti grandi soddisfazioni. Avremmo battuto di nuovo i gobbi. Magari ci saremmo piazzati tra le prime. Chissà…
L’unica cosa certa era che, dal giorno dopo, non avrei mai più visto quella ragazza di cui ignoravo persino il nome. Me la sarei dimenticata presto e avrei ripreso ad andare a ballare il sabato sera con i soliti quattro amici. E poi il giorno dopo tutti allo stadio a tifare Toro. Come sempre. Per sempre. E invece….

“Schiusiii…Signourew….la ballah ha finitow lih sottow…..”

Giocavano a palla sulla spiaggia, le ragazze di non si sa dove. E la palla era finita proprio sotto la sdraio dove io mi godevo l’ultimo sole di quell’estate, mentre i miei amici se ne stavano in acqua. La presi. Glie la porsi. Feci un sorriso idiota, mentre lei e le sue amiche mi guardavano e sorridevano. Una di loro, non lei, mi invitò a giocare a palla con loro. Passammo l’intera giornata insieme. Poi la sera andammo a cena tutti quanti: i miei amici, io e le ragazze. Trascorremmo l’intera nottata in riva al mare a cantare le canzoni dei Beatles, degli Stones e di Simon & Garfunkel, ma anche di Battisti e di Baglioni che cercavamo di insegnare alle ragazze. Fino al mattino. Fu una serata indimenticabile! Forse la più bella della mia vita di giovanotto un po’ scapestrato che non si decideva a “sistemarsi”.

La mia preferita si chiamava Ellen ed era Neozelandese. Cosa ci facesse lì, perché, con tutto il mare che c’è da quelle parti, si trovasse su una spiaggia della Liguria, lo ignoravo. Ma era lì. Ed io pure. Il giorno dopo ci salutammo scambiandoci gli indirizzi. Probabilmente non ci saremmo visti né sentiti mai più.

Le scrissi pochi giorni dopo il mio ritorno in città: ricordo che quel giorno ero stato allo stadio a vedere il Toro che, in un match di Coppa Italia, aveva battuto per 2 a 0 il Novara, un’onesta squadra di B. Mi feci aiutare dalla sorella di un mio amico che studiava lingue all’Università. Mi rispose. Continuammo a scriverci per un po’, finché non mi propose di andarla a trovare al suo paese, dall’altra parte del mondo. Fu durissima ottenere qualche giorno di ferie, ma inventai la scusa di una vecchia zia che viveva in Nuova Zelanda e stava per morire. Insomma, alla fine riuscii a partire ai primi di dicembre del 1975, proprio alla vigilia del derby d’andata della stagione 1975-76, col Toro che stava andando alla grande. Ma per lei, in quel momento, avrei rinunciato a qualsiasi cosa. Anche a vedere il primo scudetto vinto dal Toro dopo  ventisette anni. Insomma Mario (non vi ho ancora detto che mi chiamo Mario? Oh che maleducato che sono), non esageriamo adesso, dai! Tanto il Toro lo scudetto non l’avrebbe mai più vinto. Questo è ciò che pensavo.

Avrei dovuto restare a casa sua una decina di giorni. Non me ne andai mai più. I suoi genitori avevano un’azienda agricola ed erano perennemente alla ricerca di gente volenterosa che desse loro una mano. Non avevo esperienza, se si escludevano le volte in cui, da piccolo, andavo in campagna ad aiutare mio nonno ad innaffiare gli orti e a raccogliere le patate. Ma mi abituai presto.
Ci sposammo dopo qualche mese: in pochissimo tempo mi trovai a vivere dall’altra parte del mondo, in un posto di cui ignoravo lingua e tradizioni. In un posto lontanissimo dal mio mondo. In un posto in cui nessuno parlava di calcio e tutti soltanto di rugby.  In un posto dove nessuno conosceva il mio Toro. Un Toro che, venni a sapere, in un pomeriggio di maggio si laureò Campione d’Italia!
Quello fu uno dei pochi momenti nei quali mi ritrovai a rimpiangere la scelta che avevo fatto.
Non tornai mai più a Torino, dove d’altronde non avevo più nessuno (i miei erano mancati da qualche anno) a parte gli amici del quartiere e della curva con cui all’inizio ci sentivamo spesso, ma poi, si sa com’è, ci perdemmo abbastanza in fretta.
Mi dimenticai di loro. Quasi mi dimenticai del Toro. Iniziai ogni tanto a seguire le partite di rugby, ma dov’era la Maratona negli stadi della palla ovale?

Siamo stati felici, Ellen ed io. Molto. Fino alla fine. Fino a quando lo scorso autunno (la scorsa primavera in Europa) un brutto male me l’ha portata via. Ha lottato fino all’ultimo. Abbiamo sperato e sofferto insieme. Ma purtroppo non ce l’ha fatta.
Il destino aveva deciso di non darci dei figli. E io mi sono ritrovato nuovamente solo col mio dolore, come tanti anni prima a Torino.
Passavo lunghe notti insonni e tormentate: pensavo al mio passato, al nostro passato bellissimo e purtroppo perduto per sempre. Una delle poche volte in cui riuscii a prendere sonno feci uno strano sogno: ero allo stadio, il mio stadio. Sala riceveva da Pecci, scambiava con Ciccio e faceva partire un cross sul quale si avventava Pupi in mezza rovesciata. Lo stadio, tutto granata, esplodeva in un tripudio totale. Fu dopo quel sogno  che iniziai a sentire un desiderio che, anziché alleviarsi, divenne sempre più forte col passare dei giorni.  Decisi che, fosse stata l’ultima cosa che avrei fatto nella mia vita, sarei tornato a Torino. Sarei tornato nei luoghi della mia infanzia e della mia giovinezza. A vedere la casa dov’ero nato. A Superga per ricordare gli Invincibili. Al Fila, per sapere com’è diventato adesso. E, perché no, allo stadio. Magari vi avrei persino ritrovato qualche vecchio amico. Sì: dopo tanti anni sarei tornato allo stadio a vedere il Toro. E guarda caso proprio a vedere il derby, visto che una delle prime cose che ho notato arrivando in città sono state proprio le locandine che parlavano della grande partita di oggi.

E allora eccomi qui. Lo stadio è lo stesso di trentacinque anni fa, anche se tutto sembra così diverso. Diversa mi appare la città. Diverso è il fatto che, per fare un biglietto, ti schedano dalla testa ai piedi. Ma i colori sono gli stessi di allora, anche se proprio non capisco il significato di quelle bandiere e quelle sciarpe giallo-nere. Quelli, ai miei tempi, erano i colori del Penarol ma non riesco a comprendere che cosa c’entrino con la storia del nostro Toro che ha un solo colore, quello del mio cuore. Sicuramente mi sono perso molti passaggi della nostra storia recente.
Vengo assalito dai dubbi. Forse mi trovo nel posto sbagliato. Sai com’è, dopo trentacinque anni. Mi avvicino a un signore barbuto con maglietta e sciarpa granata:

“Signore, ma gioca il Toro oggi?” gli domando.

“Sì, certo….sto andando proprio lì…”risponde.

“Ehm….e mi dica….mi conferma che oggi c’è il derby, vero?”

“…..Sì….diciamo….sì certo….oggi derby…” mi dice sorridendo il tifoso.

Oh, benissimo. Acquisto anch’io una bella sciarpa. Così diversa da quella granata e bianca che mi aveva fatto mia nonna coi ferri quando ero bambino. Chissà che fine ha fatto, mi chiedo mentre supero l’ennesimo controllo (manco fossimo all’aeroporto) ed entro nello stadio. Ci sono seggiole dappertutto, anche qui in curva. E pensare che ai miei tempi ce ne stavamo in piedi schiacciati come le acciughe e quando pioveva non ci facevamo mancare una sola goccia.
Non ci sono più i fumogeni il cui odore per me era l’odore dello stadio. Non si sentono rullare i tamburi. Ma la gente urla, proprio come allora. Insomma, non proprio come allora. Allora eravamo uniti come una cosa sola, ora mi sembra che ognuno stia andando per i fatti suoi. Guardo nella curva di fronte a me….anche lei granata e un po’ gialla e nera.
Dove sono finiti i gobbi? Ah…eccoli….sono sempre di meno. Eccoli, li hanno relegati in quel piccolo spicchio di stadio. Ma….ma cosa succede? Che colore è mai quello? Hanno cambiato divisa e abbandonato definitivamente quell’odioso bianco e nero?
Mi stropiccio gli occhi. Mi tolgo gli occhiali. Li rimetto. Mi rivolgo ad un ragazzo di vent’anni seduto al mio fianco:

“Ma non c’è il derby oggi?”, gli domando.

“Si….ehm….ehm….sì, il derby….”

“Ma che colori hanno quelli? Perché, ora che scendono in campo per riscaldarsi, hanno la maglia azzurra anziché quella bianconera?”

“Nonno….ma dove vivi?….in che mondo stai?..”

Lo guardo stupito. Non riesco a capire.

 “Eppure avevo letto che oggi c’era il derby” dico con aria interrogativa.

“Oggi c’è il derby….sì….ma col Novara….capisci? Il Novara che l’anno scorso stava in C e che ora ci sta davanti di ben sei punti. Vedi dove ci ha portati questo Presidente di m&%)@ che voi ancora difendete?!? Cairo, Cairo vaff….Vatteneeee….pagliacciooooo….”.

Mi guardo attorno. Ma dove sono finito? E’ solo un brutto sogno o cosa? Eppure mi sa che il ragazzo ha ragione. Il tabellone parla chiaro. Oggi giochiamo proprio col Novara.
Le squadre si schierano al centro del campo. Una voce ha annunciato le formazioni e io non conosco nessuno dei nomi che ha pronunciato. Così come non so chi sia questo Cairo con cui tanto se la prendono il ragazzo di prima ed i suoi amici. Dev’essere qualcuno che ha fatto male al Toro. Forse un gobbo. Non so.
Per un attimo vengo preso dal desiderio di fuggire. Mi sento vittima di un equivoco clamoroso. Ma che ci io faccio qui? Questo non è il mio stadio! Questo non è il mio derby! Poi guardo verso il centro del campo e non posso fare a meno di notare la maglia che indossano quei ragazzi: quella sì, è la stessa di allora. La stessa che indossavano i nostri quando mettevano paura alla Gobba. La stessa che portavano quando io ero ragazzino e mi innamorai di quei colori. Di questi colori.
E allora, derby o non derby, Novara o Juve che sia, l’unica cosa certa è che questo è il Toro!
Non posso fare a meno di applaudire quando la palla arriva al nostro Capitano che, così ad occhio, mi sembra uno tosto. Lo applaudo quando entra in area palla al piede. Lo applaudo con una foga paragonabile a quella che usavo per sostenere gli idoli di quand’ero ragazzo.
Non riesco a trattenere le lacrime quando penso a come deve essere finito in basso il mio Toro in tutti questi anni in cui sono stato lontano da lui.
Ma ora non c’è spazio per i ricordi e per i rimpianti. Adesso l’unica cosa veramente importante per me è quella di trovarmi ancora una volta qui, dopo tutto questo tempo. A sperare e a soffrire. A unire il mio grido a quello di tutti gli altri. A urlare Forza Toro fino a quando la mia gola sarà in grado di far uscire un briciolo di voce.

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