Facce

Facce

di Silvia Lachello

 

Giovedì 30 ottobre 2008

Caro Diario,
gli antichi Celti (quello seri, quelli veri, eh? Non quelli che vanno raccogliere acqua di fiume in ampolle…) ritenevano che per guarire dai malanni del corpo, dell’anima e della mente fosse sufficiente appendere al ramo di un albero una porzione della stoffa di un abito del malato.
Il vento,…

di Silvia Lachello

 

Giovedì 30 ottobre 2008

Caro Diario,
gli antichi Celti (quello seri, quelli veri, eh? Non quelli che vanno raccogliere acqua di fiume in ampolle…) ritenevano che per guarire dai malanni del corpo, dell’anima e della mente fosse sufficiente appendere al ramo di un albero una porzione della stoffa di un abito del malato.
Il vento, il sole, la pioggia poco per volta avrebbero consumato il brandello di stoffa inaridendo, stingendo, stemperando il principio energetico malefico che stava causando il malanno.
Ed esso si sarebbe dissolto nell’aria e dal malato.
Che fosse quello l’intento dell’ignoto fratello granata che appese quel brandello di stoffa dal colore caro alla rete di una delle porte del Fila? Non mi è dato di sapere… ora più che mai visto che l’ingresso in Casa nostra ci è impedito… ma questo è ancora un altro discorso.
Torniamo per un momento al mio amore per le cose antiche, per le parole che arrivano da tempi lontani… voglio parlarti di Gilgamesh, mitico e dispotico tiranno sumero, ridotto a miti consigli da colui che divenne il suo migliore amico, Enkidu.
Venne un momento in cui Enkidu affrontò il Toro celeste, prima da solo e poi insieme con Gilgamesh, ed insieme lo sconfissero: Enkidu lo tenne fermo per la coda e Gilgamesh affondò la spada fra le corna del Toro, che morì.
Che cosa voglio dirti in realtà? Te lo dico dopo.
Intanto… intanto ti dico che ieri sono andata per la prima volta alla partita da sola.
La Stefi non è riuscita a venire giù da Milano, accidenti, e comunque è stato meglio così: tra pioggia e nebbia avrebbe corso troppi rischi.
Volevo evitare di prendere l’auto: dalle mie parti la sera non si trova mai parcheggio e non mi ispirava molto l’idea di girovagare a lungo dopo la partita.
Pullman? Niente da fare: sciopero dei mezzi pubblici. E vabbe’.
Un taxi? Naaa.
Intanto, nel pomeriggio, era arrivata l’allettante proposta da un amico curvaiolo (amico curvaiolo… è un Principe, un Principe!) di farmi recuperare da due dei suoi sgherri che abitano dalle parti del mio ufficio. Offerta preziosa ma impraticabile: chi avrebbe recuperato i bambini a scuola e all’asilo?
Non rimaneva che chiedere al marito, il mio milanista di fiducia.
Alle venti meno poco ero ancora davanti a casa, alle venti e dieci circa scendevo precipitosamente dall’auto del marito in corso Sebastopoli e, dirigendomi verso lo stadio, lanciavo un bacio volante allla mia famiglia, orfana di moglie/madre tifosa.
Una corsa affannosa ed affannata, nel mezzo la solita telefonata al solito amico, una corsa verso l’altra parte del mondo, in quello spicchio di via Filadelfia in cui la magia diventa carnevale di pettorine gialle ed arancioni e le domande si sprecano (“Che cos’hai nello zainetto? Accendini? Bottiglie?”… quindi posso entrare con il machete, deduco…) e si ritrasforma in magia subito dopo il tornello: togli una enne e diventi un torello. Olé.
Salgo gli scalini a due a due ed ecco le solite facce: che bello essere a casa fuori casa senza una casa.
Se  non fosse che sono lì per un motivo ben preciso, quando sono allo stadio vorrei passare tutto il tempo a guardare le facce: dietro ognuna di esse c’è una storia granata da raccontare, una storia granata che si incrocia e talvolta si allontana dalle altre migliaia di storie granata. Chissà come sarebbe il suono di tutti i pensieri dietro a quelle facce.
Tutte quelle facce.
Il ‘misto frutta’ che non è mai alla frutta… adesso te lo spiego.

Ci sono teste imbiancate ed attaccate a quelle teste, ci sono ex bambini improvvisamente diventati grandi in un giorno di maggio circa sessant’anni fa.
Hanno la speranza che scorre fra le rughe (sono indomiti) e spesso tacciono. Forse perché sono sempre in attesa che qualcuno dica loro che è stato solo un incubo.
Visto l’andazzo spesso annunciano a gran voce che non verranno più alla partita. Sempre li ritroverai lì perché il loro malumore granata dura dai trenta ai trentacinque minuti.

Ci sono i cinquantenni che era giovani quasi adulti ai tempi dello scudetto, correvano già veloci sulle autostrade della vita, nel maggio di poco più di trent’anni fa festeggiarono all’epicurea. Vedevano davanti a sé un futuro gonfio di promesse, hanno visto sciogliersi come neve sotto al sole il loro bel castello di futuro. Sono tutti lì, indomiti pur essi.

Noi, noi quarantenni ci guardiamo un po’ così e ci sorridiamo. Ci facciamo tenerezza, ci fa tenerezza la nostra tenacia, anche le nostre lamentele già ‘vecchiettesche’ (ci) fanno tenerezza.
Scuotiamo la testa ma comunque ci viene un po’ da ridere ed allora sorridiamo come fanno i gatti perché, si sa, i gatti ridono e sorridono.
Siamo i bambini dello scudetto.
Scaraventati nella vita granata da premesse fosche (le storie di Superga, l’ultimo volo di Gigi), siamo diventati grandi il sedici maggio millenovecentosettantasei, a novembre dello stesso anno abbiamo assaggiato l’ironia amara del Fato salutando per sempre Capitan Giorgio.
Abbiamo ancora negli occhi, perennemente spalancati, lo stupore di chi apprende per la prima volta che l’esistenza dà ma soprattutto toglie, inesorabile. E toccando con mano la mortalità ci siamo aggrappati per fede, e solo per fede (indomiti), alla memoria. Allora, in quel novembre, pensavamo (ma lo avremmo capito molto più tardi) così: “Io devo ricordare, io devo ricordare, io devo ricordare che la felicità e la privazione vanno di pari passo… io devo ricordare questo silenzio in cui si sente solo il fruscio del corteo funebre, qui su questa terra, la terra della Nostra Casa…”
Sai, quando andammo a rendere omaggio a Capitan Giorgio fu il giorno in cui mi accorsi che anche le lacrime hanno odore. E fanno rumore.
Nei nasi che tirano su.
Nelle borsette frugate alla ricerca di un fazzoletto.
Nelle teste scosse e nelle mani incrociate dietro alla schiena.
Nei cenni di saluto e nei segni della croce.
Nei fiori, nelle sciarpe e nelle bandiere depositate per terra senza far rumore, delicatamente, per non disturbare.

Poi ci sono i post atomici: quelli nati dopo lo scudetto. Alcuni di essi hanno visto e vissuto qualche esaltazione, fondamentalmente hanno compiuto discese in grandi abissi. In parte sorretti da una fede cristallina, in parte lugubremente critici. In comune hanno l’essere comunque e sempre indomiti. Hanno tutta la mia ammirazione.

Ed infine i bambini. Magari non guardano gran parte della partita, magari colgono l’evento come una scusa per poter dire parolacce in libertà. Rimangono comunque tutti (tutti!) incantati nel vedere le bandiere granata sventolare. Indomiti loro ed indomite esse.

E dietro tutte quelle facce un unico, solo, potente pensiero: non ci domerete mai.

Mi sono persa nei miei pensieri. Ieri sono andata per la prima volta alla partita da sola, ti dicevo. La Stefi era praticamente lì: fra telefonate ed sms abbiamo comunicato più a lungo di quando, come due colonne che invecchiano insieme, celebriamo il nostro personale e congiunto “io c’ero”. I soliti amici mi hanno accolta con il calore di una famiglia, della mia famiglia.
C’è una cosa che mi diverte fare prima dell’inizio della partita o durante l’intervallo: chiamare qualche amico che so essere allo stadio per cercare di individuarci reciprocamente. E’ un’impresa. Sarà anche un catino, il nostro stadio, ma è un catino grande. Ed è pressoché monocolore. Ma ce la si fa. Ci si saluta e si urla al cellulare: “Ti vedo! Ti vedo!”
E così passano i novanta (novantacinque, cento… dipende, insomma…) minuti per cui abbiamo accumulato tensione nei giorni precedenti ed accade, come ieri sera, di uscire dallo stadio con il sorriso dipinto sul volto.
Si tira un po’ il fiato e avanti con la prossima.

Che smemorata… non ti ho detto come andò a finire dopo che il Toro celeste venne ucciso da Enkidu e Gilgamesh: il primo si ammalò e morì, il secondo provò per sempre il dolore della perdita.
Morale della favola: chi non ama il Toro fa una brutta fine…

Poi ti devo raccontare di quanto sia strano vedere tutta una partita cantando ed avendo vicino il tifoso più stonato di tutto lo stadio ma non adesso, non adesso…

 

Contatta l’autrice
silvia.lachello@gmail.com

 

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