Gigi e Cassius Clay

Gigi e Cassius Clay

di Walter Panero

 

Oggi è la volta della pubblicazione di un racconto già uscito su queste pagine nell’ottobre del 2010. Spero che vi faccia piacere rileggerlo, anche se sono trascorsi solo pochi mesi dalla sua prima uscita. Come sempre auguro a tutti quanti buona lettura!

 

“Per essere un buon pugile possono bastare forza e tanta volontà, ma per…

di Walter Panero

 

Oggi è la volta della pubblicazione di un racconto già uscito su queste pagine nell’ottobre del 2010. Spero che vi faccia piacere rileggerlo, anche se sono trascorsi solo pochi mesi dalla sua prima uscita. Come sempre auguro a tutti quanti buona lettura!

 

“Per essere un buon pugile possono bastare forza e tanta volontà, ma per diventare un campione bisogna avere fame, tantissima fame” diceva sempre il mio Maestro.
E io di fame ne avevo davvero parecchia. Sapevo a mala pena camminare, quando mio padre se ne andò con un’amica di mia madre, lasciandoci soli e senza un soldo. “Poco male” diceva mamma “era solo un ubriacone che sputtanava quasi tutta la sua paga giù al bar”. Ma i suoi soldi, anche se pochi, ci servivano eccome.
La guerra era finita da poco e mamma non aveva lo straccio di un lavoro. Però si dava un gran da fare, andando di tanto in tanto a far pulizia in casa di una famiglia di signori. Cercava sempre di non farmi mancare nulla, ma io più crescevo, più la mia fame aumentava a dismisura. Anche se cercavo di non farlo pesare troppo alla mia mamma.
Quando avevo dodici anni, ed ero già grande quasi come adesso, avrei voluto trovarmi un lavoro per dare una mano a mia madre ed avere qualche soldo in più da spendere, ma mia mamma diceva sempre che io dovevo concentrarmi soltanto sulla scuola e che a tutto il resto avrebbe pensato lei. Per quanto possibile cercavo di accontentarla, anche se non è che la scuola mi piacesse poi così tanto.

Erano altre le cose che mi piacevano. Stare con gli amici, per esempio. E giocare a pallone, sebbene tutti dicessero che ero una schiappa. Mi piaceva anche ascoltare le partite alla radio. Poi, quando potevo, la domenica andavo allo stadio con gli altri amici della scuola. Non avevamo i soldi per entrare, ma quasi sempre riuscivamo a scavalcare i cancelli senza farci vedere. Quando proprio la sorveglianza era troppo attenta, aspettavamo gli ultimi venti minuti dalla partita. A quel punto, quelli dello stadio aprivano i cancelli e facevano entrare quello stormo vociante di ragazzi che si precipitava correndo verso le tribune.
Solo quando scendevano in campo le due squadre della nostra città non c’era proprio verso di entrare. Allora, ce ne stavamo appena fuori dallo stadio, marcando da vicino qualche signore con la radio e cercando di capire dalle urla dei fortunati che stavano sulle gradinate là dentro come stesse andando la partita.
Per chi tifavamo? Che discorsi! Noi eravamo gente di barriera. Gente di strada. Mica potevamo tenere per la squadra dei ricchi, noi. Che lo facessero quei signorini che vedevamo passare vestiti a puntino a bordo delle lussuose macchine guidate dai loro genitori, o dagli autisti. Che tifassero pure per la loro squadra di femminucce a strisce, ma che ci lasciassero liberi di tenere per la nostra squadra, noi che arrivavamo allo stadio con i pantaloncini stracciati, viaggiando a scrocco sul tram. Noi amavamo la maglia che aveva il colore del sangue e che, col sudore, diventava un po’ più scura come il vino delle piole (1). E così sia.

Come ho detto, anche se il pallone mi piaceva da morire, ero troppo alto ed impacciato per saperci fare. Quando andavamo a giocare con gli amici, finivo quasi sempre in porta.
“Sei grande e grosso ed è difficile bucarti”, mi dicevano. Ma la verità era che, da sempre, da quando il gioco del pallone è stato inventato, il più scarso finisce sistematicamente in porta. Con buona pace sua e di tutti.
C’era però uno sport che mi piaceva davvero. Un giorno, quando facevo la terza avviamento, il professore di ginnastica era assente. Al suo posto venne un supplente che non avevo mai visto prima. Un tipo grande e grosso con un collo spesso così. Ci disse di essere stato un campione di quello che, per lui, era lo sport più bello e nobile che esisteva: la boxe, il pugilato insomma.
Io mi ricordavo di aver  sentito alla radio qualche incontro quando ero bambino a casa di mio nonno che si svegliava anche a notte fonda per ascoltare gli incontri più importanti. Mio nonno diceva che, anche se in tutto il mondo si combatteva, gli incontri più importanti si facevano sempre in America. E gli incontri  dell’America, qui da noi, li davano sempre di notte per via del fuso orario. Io non ci capivo niente di quelle cose, ma mi fidavo di mio nonno. Lui la sapeva davvero lunga non solo sulla boxe, ma su un sacco di robe.
Anche il supplente di ginnastica, quello che diceva di essere stato un pugile, lui diceva un boxeur, sembrava saperla molto lunga. Ci disse di aver combattuto per il titolo italiano dei pesi massimi. Ci disse di aver conosciuto Primo Carnera e di aver visto combattere anche il grandissimo negro (2) Joe Louis. Io non sapevo chi fosse quella gente. Ma da come ne parlava lui si capiva che erano dei veri campioni. Gente che se ti dava un pugno, diceva, ti rovinava per sempre. E io tremavo come una foglia quando lui raccontava queste cose. Tremai ancora di più quando, durante la lezione, venne verso di me puntandomi un dito sul petto. Guardai spaventato quegli occhi chiarissimi che facevano da contorno al suo suo nasone schiacciato.
“Tu…” disse “…tu avresti la possibilità di diventare un buon pugile. E se hai fame, e si vede che ne hai, potresti divenire un vero campione: non come Joe Louis, nessuno sarà mai come lui, ma come me forse sì. Se vuoi, uno dei prossimi giorni, vieni a trovarmi in palestra. Non è lontano da qui. Ti insegnerò a combattere. E se mi ascolterai, farò di te un campione…”

Quando parlai a mia madre del discorso che mi aveva fatto quel signore, mi disse subito che  dovevo essere impazzito. Mi ribadì che dovevo pensare solo alla scuola e magari, una volta finita quella, a trovarmi un lavoro onesto. Avrei dovuto togliermi dalla testa, e subito, l’idea matta di mettermi a fare quello sport violento. Poi mi disse anche che avrei dovuto passare sul suo cadavere per andare in quella lurida palestra perché lei, finché io avessi vissuto in quella casa, non me lo avrebbe mai permesso.
Ma io sono uno che, quando si mette in testa qualcosa, è difficile che se lo tolga dalla mente tanto facilmente. Così, cominciai ad andare in palestra di nascosto, quando mamma lavorava di pomeriggio. Cercavo di non farmi scoprire, sperando di non tornare mai a casa ferito, e quando rientravo con la roba sudata raccontavo a mamma che ero stato a giocare a pallone.

“Ma se ti fanno sempre stare in porta…” diceva mamma un po’ incredula.

“No, ma! Adesso sono diventato bravo. Adesso mi mettono all’attacco e faccio un sacco di gol” dicevo.

“Non è che te ne vai in quella palestra schifosa?” mi chiedeva di tanto in tanto mia madre.

“Assolutamente no. La mia mamma non vuole che ci vada e io le ubbidisco. Niente palestra. Solo pallone e qualche giro in bici…”

Altro che pallone! Altro che bici! Io in quella palestra che, se non era schifosa come se l’immaginava mamma certo non era un circolo del bridge, ci andavo quasi tutti i giorni.
Rocco, il mio Maestro, quello che era venuto quella volta a farci da supplente di ginnastica, mi insegnava tutti i segreti del mestiere. Gli allenamenti erano durissimi ma io, almeno così diceva lui, imparavo in fretta. Dopo qualche mese, organizzò un torneo in cui avrei sfidato alcuni pugili di un’altra palestra della città. E vinsi tutti e tre gli incontri, di cui due per K.O.

I mesi, gli anni passavano. Quando terminai la scuola di avviamento, trovai quasi subito un lavoro. Scaricavo frutta ai mercati generali.

“Con quel fisico che ti ritrovi…” diceva sempre il mio capo “potresti andare avanti a scaricare roba senza fermarti mai”.
Io gli rispondevo con un sorriso di circostanza. Lui non sapeva che, prima o poi, me ne sarei andato. Ci avrei lasciato lui e gli altri in quel posto schifoso e sarei diventato un pugile vero. Uno di quelli che Rocco chiamava “professionisti”. Quelli che campavano menando pugni, insomma.
La sera, stanco morto, lasciavo il lavoro e passavo ore ed ore in palestra. Mia madre, da qualche tempo, aveva capito tutto, ma non aveva avuto la forza di fermarmi. Ero grande, ormai.
Combattevo quasi ogni fine settimana. E vincevo. Sempre. Quasi sempre stendevo gli avversari prima della conclusione del match. Ormai mi ero fatto un nome nell’ambiente. Ormai, quando uscivo per strada con la mia morosa, c’era gente che mi riconosceva e puntava il dito verso di me.
“Ecco….ecco Gigi….ecco il pugile….tanti dicono che diventerà un campione come Sugar Ray Robinson….come Marciano….”.
La mia morosa era tutta contenta e io sorridevo un  po’ imbarazzato. Ma un po’ ci credevo. Tutti, proprio tutti, dicevano che sarei diventato un campione.

Ricordo benissimo la sera in cui diventai campione regionale dei pesi mediomassimi. Lo ricordo bene anche perché quel giorno la squadra per cui tifavo da sempre batté per 3 a 2 l’altra squadra della città, grazie ad una tripletta del suo centravanti. Una vittoria che, purtroppo, alla fine di quella stagione, non ci impedì di scendere per la prima volta nella nostra storia nella categoria inferiore.
Avrei voluto tanto essere sugli spalti, quella domenica. Ma Rocco, che era ormai il mio allenatore fisso, mi disse se ero matto. Dovevo rimanere concentrato sul mio match. Mica potevo perdere tempo a vedere undici scemi che correvano dietro a un pallone. Che poi, diceva lui, chissà cosa ci trovavo. Bravo lui! Io ci trovavo la mia vita. Ci trovavo i miei ricordi di bambino. Quando vedevo vincere i ragazzi, provavo una gioia vera, grande. Forse addirittura superiore a quella che sentivo quando spedivo i miei avversari al tappeto. Ma lui queste cose non riusciva proprio a capirle.
Quella sera, però, visto che sapevo che il mio avversario tifava per quegli altri, indossai un bel paio di pantaloncini granata. Lui, tutto incavolato per quella che considerava una presa in giro, e che in effetti lo era, mi caricò a testa bassa. Nella prima ripresa (delle tre previste) le buscai di santa ragione: sentivo i suoi colpi sulla faccia e ai fianchi, ma proprio non riuscivo a reagire. Rocco, alla fine del primo round, continuava ad urlarmi nelle orecchie di resistere. Mi diceva che l’altro si sarebbe spompato, prima o poi. Ma quel prima o poi sembrava non arrivare mai. Il tempo passava ed io continuavo a prenderle.
Eravamo alla fine della seconda ripresa quando mi accorsi che i suoi colpi cominciavano a diventare meno precisi e meno potenti. Mi resi conto che, come aveva previsto Rocco, il mio avversario cominciava ad essere stanco. Ma io decisi di aspettare ancora qualche attimo. Tanto sentivo che i suoi pugni non facevano più male. Quando mancavano pochi secondi alla fine, decisi di partire con una serie di colpi di una potenza incredibile. Sei, sette, otto, dieci colpi. Forse più. L’allenatore del mio avversario gettò l’asciugamano sul ring. Avevo vinto! Il giorno dopo persino il maggiore quotidiano sportivo della mia città mi dedicò un articolo, parlando di me come del futuro della boxe italiana. Come una delle giovani speranze del nostro pugilato in vista delle prossime Olimpiadi di Roma.

Tra me e le Olimpiadi c’era ormai solo un incontro. Quello valido per il titolo Italiano che si sarebbe svolto alla fine di maggio di quel 1960, pochi giorni dopo il ritorno della mia squadra di calcio nella massima serie.
L’avversario era un friulano più grande e più grosso di me: lo avevo già visto combattere un paio di volte e non mi sembrava un gran che. Anche se mi hanno sempre insegnato che nella boxe, come nella vita, non bisogna mai sottovalutare nessuno, io ero certo di poterlo battere. Ero certo che alle Olimpiadi ci sarei andato io e non il Furlan. Io avrei sfidato i grandi pugili dell’Unione Sovietica e di Cuba. Io avrei combattuto contro quel lungagnone nero americano di cui tutti dicevano un gran bene.

 “Chi lo paragona a Joe Louis ha bevuto o ha le traveggole…” diceva Rocco che una volta lo aveva visto combattere. “Bravo sì, ma troppo bello per diventare un vero campione. Un grande chiacchierone quel Cassius Clay, ma nella boxe non conta chi parla meglio, chi la sa più lunga, ma chi picchia più duro. E a me quello sembra più un ballerino che un pugile…”.
Io non avevo la minima idea di chi fosse quel Cassiusclei di cui il mio allenatore parlava tanto. Ma se Rocco diceva quelle cose di lui, certamente aveva ragione visto che di boxe la sapeva più lunga di tutti. E comunque presto avrei potuto vedere con questi occhi chi fosse e quale fosse la sua vera forza. Perché io alle Olimpiadi ci sarei andato eccome!

 

Col tempo ho imparato che è meglio non avere certezze. Che nella vita tutto ciò che credi sicuro può svanire in un attimo. Che basta un niente per rendere improvvisamente incerto quello che fino ad un secondo prima ritenevi scontato.
Non ricordo esattamente cosa successe. So solo che quella sera stavo andando a piedi a trovare la mia morosa. Sentii un rumore forte. Improvviso. Poi un dolore tremendo. Quindi il nulla.

Quando mi svegliai non sapevo dov’ero. In un letto, certo. Ma non il mio. Non era camera mia, quella. La mia era tutta tappezzata di foto di pugili, ciclisti e giocatori di pallone. Lì invece c’erano solo muri bianchi con un Crocifisso come unica decorazione.
Vicino al mio letto si aggiravano donne vestite di bianco. Suore, dovevano essere suore. Un ospedale, sì, quello era proprio un ospedale. Ecco dov’ero finito! Ma che ci facevo lì, io che presto avrei dovuto affrontare Cassiusclei, o come cavolo si chiamava, alle Olimpiadi?
Sentivo delle voci. Gente che parlava piano, come per non disturbarmi. Mi sembrava tutto molto confuso. Quasi come un rumore ovattato. Una voce, però, la riconoscevo eccome. Era quella della mia mamma.
Cercai di girare lo sguardo verso di lei. Di fare qualcosa che somigliasse ad un sorriso. Anche lei sorrideva. Ma, mentre lo faceva, dai suoi occhi scendevano lacrime.

Sentivo dolori dappertutto. Alla testa. Alle braccia. Su tutto il corpo. Ma c’era qualcosa di molto strano. L’unica parte del corpo nella quale non sentivo dolore erano le mie gambe. Cercai di muoverle. Niente. Per quanti sforzi facesse il mio cervello per dire alle gambe di muoversi, era tutto inutile. Le mie gambe non volevano saperne. Le mie gambe, le stesse che mi permettevano di saltellare sul ring per schivare i colpi degli avversari, erano ancora lì, al loro posto, ma non funzionavano più!

Qualche settimana dopo mi fecero alzare dal letto. Mi sedettero su una sedia a rotelle, dicendomi che grazie a quella avrei potuto spostarmi tra le corsie dell’ospedale. Qualcuno mi spiegò che avevo avuto un gravissimo incidente: attraversavo la strada sulle strisce pedonali, quando era sopraggiunta un’automobile a tutta velocità prendendomi sotto in pieno. Il pazzo che la guidava era fuggito via ed io ero rimasto lì a terra sull’asfalto. Il primo passante sopraggiunto sul luogo dell’incidente, subito mi credette morto. Ma poi vide che respiravo ancora e chiamò i soccorsi; così mi portarono all’ospedale. Rimasi in coma per diversi giorni, ma, quando tutti stavano perdendo le speranze, mi svegliai.
Un miracolo, dicevano i medici. “Ma quale miracolo? Che miracolo è mai questo, se io non posso più muovere le gambe? Che razza di miracolo è mai questo se io, Gigi, il grande pugile, non solo non  potrò partecipare alle Olimpiadi, ma non potrò mai più salire su un ring?”. Questo pensavo.
Sarebbe stato meglio crepare. Chiudere baracca e burattini. Andarsene lasciando un grande ricordo, un po’ come è successo a Coppi ad inizio anno, piuttosto che trascinarsi per tutta un’inutile vita su una stupida sedia a rotelle. Altro che miracolo!!!
E poi lei dov’era finita? Dov’era la mia morosa che diceva di amarmi tanto? Sparita! Come tutti. Come quasi tutti. Tutti quegli amici spuntati dal nulla come funghi quando pensavano che sarei diventato un campione, Puff! Scomparsi. Solo la mamma e il vecchio Rocco erano rimasti con me.
 
Verso la fine di agosto, mi trovavo ancora in ospedale, Rocco mi disse che le Olimpiadi erano iniziate. Non avrei mai pensato che avrebbero potuto farle anche senza di me, e invece… Io non volevo più saperne niente. Non mi interessava più il ciclismo, il calcio. Per non parlare del pugilato, che era stata la mia vita. Non volevo più sentir parlare di boxe, mai più. Mi faceva troppo male. Un dolore troppo forte da sopportare. Tutto era troppo doloroso da sopportare.
Avrei voluto sparire. Per sempre. Portando con me il ricordo di quanto era stato.

 

Ci sono momenti in cui la vita di una persona cambia completamente. A me è successo almeno due volte. La prima è stata quando ho avuto l’incidente. La seconda, me la ricordo come se fosse adesso, è stata una domenica di diversi anni dopo. Fisicamente, a parte le gambe che erano irrimediabilmente morte, mi sentivo abbastanza bene. Moralmente stavo sempre peggio. Dipendevo in tutto e per tutto da mia mamma. Non avevo un lavoro. Non avevo niente, se non tanta rabbia addosso. Passavo intere giornate a guardare il soffitto. A piangere e a piangermi addosso. Un essere inutile, ecco cos’ero diventato.
Ricordo che quella domenica mia mamma aveva invitato alcuni amici a pranzo a casa nostra. Avremmo mangiato tutti assieme e poi ci saremmo messi ad ascoltare la partita, dato che si giocava il derby. Una partita molto triste, visto che, qualche giorno prima, la radio aveva dato la notizia che il nostro campioncino se n’era andato. Si chiamava Gigi, proprio come me e aveva più o meno la mia stessa età, anzi era di qualche anno più giovane. Quando lo seppi mi misi a piangere e niente riusciva a fermare le mie lacrime: era la prima volta che piangevo per qualcosa che non fosse la disgrazia che mi era capitata. Anche se in fondo pensavo che, tutto sommato, a quel Gigi era andata meglio che a questo: sempre meglio morire in gloria ed essere ricordati per sempre come lui, che fare la fine che avevo fatto io.
A quel pranzo, c’era anche la figlia di una collega di mamma. Lidia, si chiamava. Era piccolina, ma carina. Almeno lo era per me. La guardavo cercando di non farmene accorgere. E non so se lei facesse finta di niente o cosa. Parlava molto poco. Doveva essere timida. Ma a me piaceva parecchio, anche se sapevo benissimo di non avere la benché minima possibilità con lei. Nessuna ragazza avrebbe mai guardato manco da lontano un paralitico come me! Questo era chiaro! Così come era chiaro che io avrei passato tutta la mia vita da solo!

Quando la mia squadra si portò in vantaggio, tutti noi, ed eravamo tutti di noi, ci mettemmo ad urlare. Alcuni (beati loro che potevano…) saltarono in piedi sulle sedie. Lidia rimase seduta. Forse non era dei nostri, chissà. Ma no: sorrideva, era felice anche lei. Sorrideva e mi sembrava che guardasse verso di me. Ma certamente si trattava di un’illusione che avrei dovuto farmi passare presto dalla testa.
Non fu illusione ma realtà, anche se sembrava pure quello un sogno, il fatto che noi dominammo quel derby. Non fu illusione, ma realtà, il fatto che, quando il cronista annunciò la vittoria della nostra squadra per 4 a 0, Lidia mi saltasse al collo abbracciandomi. Felice come una bambina a cui avevano appena fatto un bellissimo regalo.

 

Da allora, prese l’abitudine di venirmi a trovare quasi tutti i giorni. Faceva la maestra, lei che, a differenza mia, aveva studiato. Veniva e mi portava quasi sempre dei libri. All’inizio li leggeva lei per me, perché io le dicevo che non mi piaceva e comunque non ne avevo voglia. Poi cominciai a leggere per conto mio. Piano piano arrivai al punto in cui non c’era un momento della mia giornata, un istante della mia vita, che non fosse scandito dalla storia raccontata in qualche libro.
Ripresi persino a vedere lo sport in televisione. Prima il calcio e il ciclismo. Poi, una notte che non riuscivo a dormire, il pugilato. Cassius Clay, intanto, aveva cambiato nome ed era diventato Campione del Mondo dei pesi massimi. Uno dei più grandi che la storia della boxe ricordi.
Rocco, nella sua vita, ne aveva azzeccate tante, specie quando una volta, poche settimane dopo l’incidente, mi disse che la boxe sarebbe comunque stata la mia vita. Ma una cosa sbagliata l’aveva detta: Cassius Clay non era solo un chiacchierone, indegno di allacciare le scarpe ai grandissimi del passato.
Cassius Clay, Muhammad Alì se preferite, è stato uno dei più grandi campioni, uno dei più grandi personaggi della storia non solo della boxe, ma di tutto lo sport. E forse non solo di quello.

Grazie a Lidia e al suo amore ero tornato alla vita. Avevo rispolverato le mie vecchie passioni. Ne avevo scoperte di nuove.
Ci siamo sposati qualche anno dopo. Abbiamo avuto due figli maschi che ci hanno dato due bei nipotini. Il grande gioca a rugby, mentre il piccolo va in palestra e si diverte con la boxe. Non credo che diventerà mai un campione: come diceva Rocco, per essere un campione bisogna avere fame, e a lui fortunatamente questa un po’ manca.
Ma i giudizi che uno dà possono anche essere errati. Se Rocco diceva che Cassius Clay era un ballerino e non un campione, io posso anche sbagliarmi quando dico che mio nipote non diventerà mai un vero pugile.
Cosa ho fatto in tutti questi anni, oltre che il marito, il padre e il nonno che già di per sé non sarebbe poco? Ho seguito la mia squadra di calcio, godendo per le sue vittorie e soffrendo per le sue tante, troppe vicende negative. E per campare? Mica potevo dipendere da mia moglie! Così, dopo essermi diplomato prima e laureato in scienze politiche poi, mi sono messo a scrivere. Sentivo forte dentro di me il desiderio di raccontare storie. Prima scrivevo solo per passare il tempo, poi ho cominciato a farlo per lavoro, visto che alcune riviste hanno iniziato a pagare i miei pezzi che parlano soprattutto di ciclismo e di boxe.
Ho pubblicato anche alcuni libri dedicati a personaggi sportivi del passato: il più importante, naturalmente, riguarda la vita e la carriera di Muhammad Alì.

Mi capita spesso di vederlo in televisione. Come tutti mi sono commosso ed ho pianto quando, alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Atlanta, l’ho visto lottare coraggiosamente contro la sua malattia per accendere il braciere olimpico.
Un tempo, quando pensavo a lui, ai suoi trionfi, a tutta la sua vita provavo  tantissima invidia, perché più di ogni altra cosa avrei desiderato diventare un vero campione come lui.
Ma ora, quando lo vedo lì, invecchiato precocemente e malato, circondato da personaggi di dubbia moralità, non posso fare a meno di pensare di essere stato fortunato.
Accanto a me c’è Lidia, ci sono i miei due figli, i miei nipoti. Poi ci sono le mie tante passioni, i miei adorati libri, le cose che ho scritto e che ancora scrivo.
Nonostante il mio handicap, ho sempre goduto di una salute di ferro.
Lui ha avuto tutto, nella prima parte della sua vita: successo, denaro, fama, donne.
Ma gli manca la cosa forse in assoluto più importante: la salute.

Per questo, se penso a quanta invidia provai per lui e per tutti coloro che parteciparono a quelle Olimpiadi lontane, a quanta rabbia avevo dentro dopo l’incidente che mi impedì di diventare un campione, mi sento talmente sciocco da vergognarmene.
Sono giunto alla conclusione che l’esistenza di ognuno di noi ha un suo senso pur se a volte ci è difficile individuarlo. E ce l’ha anche quando le circostanze ci impediscono di realizzare le cose che ci sembravano imprescindibili.
Ho imparato inoltre che la vita, dopo averci tolto tutto o quasi, ci dà molto spesso delle altre possibilità. L’importante è saperle cogliere. L’importante è capire che possiamo andare fieri di noi stessi quando ci realizziamo in ciò che facciamo. E possiamo farlo anche se non siamo diventati  dei grandi campioni come Cassius Clay.

 

(1) Piola: osteria in lingua Piemontese

(2) Lui se ne fregava di quello che ora definiremmo “politically correct” e quando si riferiva ad  un uomo di colore usava, come tutti all’epoca, questo termine.

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