Gli striscioni del Monza

Gli striscioni del Monza

MAURO SAGLIETTI

A volte un dettaglio può uccidere una poesia.
Non sono parole mie, ma tratte da una canzone di Enrico Ruggeri, cantautore che stimo particolarmente.
Niente come questa frase, secondo me, può descrivere meglio ciò che di incredibile capitò in questa avventura, che risale ad un inizio giugno di molti anni fa.
Credo che se avrete la voglia e la pazienza…

MAURO SAGLIETTI

A volte un dettaglio può uccidere una poesia.
Non sono parole mie, ma tratte da una canzone di Enrico Ruggeri, cantautore che stimo particolarmente.
Niente come questa frase, secondo me, può descrivere meglio ciò che di incredibile capitò in questa avventura, che risale ad un inizio giugno di molti anni fa.
Credo che se avrete la voglia e la pazienza di arrivare al fondo di questa storia, per scoprire cosa accadde realmente quel giorno, alla fine la penserete come me.
Attenzione però, in questa storia niente è quello che sembra e potrebbero esserci delle sorprese.
Qualche indizio?
Beh, questa avventura comincia con un forte dubbio, ma termina con una grande certezza.
Almeno quella.

Ma secondo te Schillaci ruba le gomme? Per me sì… – disse il mio amico cuoco, sul pullman che ci portava verso Monza.
– Guarda, sono mesi che ci penso e non sono ancora arrivato a una soluzione. Questa mattina poi veramente non riesco a darmi pace… Devo trovare una risposta.
– Sentiamo cosa ne pensano gli altri… magari loro possono schiarirti le idee…
Intonò le prime note di un coro la cui tesi di fondo, in altre parole il furto delle gomme, fu subito condivisa dalle ultime file del pullman. Dopo pochi istanti anche il resto del veicolo si unì a quella convinzione.
– Vedì? Mi disse con lo sguardo strafottente che conoscevo bene. Tutti la pensano così. E’ ora che anche tu te ne convinca…
Era tutto l’anno del resto che si andava avanti in questo modo.
I gruppi organizzati avevano anche creato un “ciclostile in proprio” (si diceva così nel 1990, altro che stampanti da trenta pagine al minuto) dal titolo “La prima gomma non si scorda mai”, una fotocopia sulla quale erano stati scritti i testi di molte canzoni famose, tutte aventi come protagonista il povero attaccante bianconero.
Si andava da “L’italiano” di Toto Cutugno a “Pensiero” dei Pooh, passando attraverso alcune canzoni popolari.
Alla faccia del ciclostile.
Migliaia di copie che circolavano per tutta la Curva e avevano invaso Torino.
Uno degli ultimi esempi di quanto sapesse essere goliardico il tifo della Maratona in quegli anni.
Era l’annata in cui in Curva si cantava la celeberrima canzoncina “Cara Edwige…”, il cui testo aveva parole di una poesia tale che neanche Mogol sarebbe stato in grado di comporre, ci avesse provato per cento anni di fila in ginocchio sui ceci.
Un’altra canzoncina, altrettanto famosa, faceva riferimento alle dimissioni annunciate da Boniperti. Ci si chiedeva, tra le strofe, chi sarebbe stato il nuovo capo dei gobbi, insistendo con veemenza sulla rima baciata tra la parola “dimissioni” e l’appellativo della tifoseria gobba, mentre la strofa seguente si riferiva appunto al nuovo capo e a quello che avrebbe dovuto fare a tutta la Curva granata.
Belle parole, poesia pura, parole queste ultime che facevano rima con “buca”, “nuca”, o se preferite con “tuca-tuca”, anche se la Carrà non c’entrava per nulla.

Era un anno di goliardia pura.
La disastrosa retrocessione in serie B dell’anno precedente non aveva fatto altro che compattare gli animi e restituirci ancora più forti e uniti.
Del resto lo squadrone che avevamo non lasciava dubbi sulla possibile promozione.
Il problema era solo capire quando sarebbe avvenuta.
Andare allo stadio non era più una sofferenza, era una goduria.
4-1 all’Ancona, 7-0 al Pescara, 4-0 a Monza e Reggiana, 5-0 al Como, 3-0 a Barletta, Cosenza e Messina, 3-1 al Padova, 2-0 a Reggina e Licata, 2-1 a Brescia e Catanzaro, 1-0 a Foggia e Cagliari.
Con Cravero, Benedetti, Marchegiani, Skoro, Romano, Mussi, Ezio Rossi, Pacione e soprattutto Policano, non si poteva scherzare, sebbene Fascetti alle volte sembrasse accontentarsi dei pareggi esterni.
Acquisita la promozione in quel di Trieste, e celebrato l’addio alla Maratona in casa contro il Messina, non restava che la festa finale. Una festa che rappresentò un esodo di massa in quel di Monza, all’inizio di giugno 1990.

Eravamo i soliti di sempre, tutti presenti, perché festa era e festa doveva essere.
Il risultato era ininfluente e tutto sarebbe probabilmente culminato nella solita battaglia tra amici lungo il viaggio di ritorno, quando la parte anteriore del pullman avrebbe dichiarato guerra a quella posteriore e sarebbe cominciato così il solito incontrollato lancio di oggetti, al quale eravamo peraltro abituati.
Eravamo tre amici. Tre grandi amici.
Io, il cuoco e Agonia.
Anzi, io ero arrivato dopo, i grandi amici erano stati loro due all’inizio.
Adoravamo trascorrere il tempo in Curva o alle prese col Toro, come facevano tutti i ragazzi della nostra età.
La nostra gita era però turbata da una sottile vena di malinconia.
Agonia, che si era meritato quel tragico soprannome grazie all’espressione perennemente sofferta, stringeva Antonella, la sua ragazza, poche file più avanti alla nostra, senza dire una parola.
Antonella era “l’angelo”, come la chiamava lui. Difficile non stravedere per quella ragazza dagli occhi chiari e lo sguardo dolce, rassicurante e imprevedibile allo stesso tempo.
La adorava, non se ne staccava mai e non perdeva occasione per farlo sapere a tutti quanti.
La loro però era diventata una storia travagliata.
Alla fine della giornata lei non sarebbe tornata con noi sul pullman.
Da qualche mese, dopo l’improvvisa morte della madre, meditava di trasferirsi per qualche tempo lontano da Torino, proprio in Brianza, dove viveva una sorella della madre, che per un po’ si sarebbe occupata di lei.
Motivi di studio, diceva, più probabilmente era voglia di stare per un po’ lontano dalla città che l’aveva vista soffrire tanto.
C’era una sola parola che poteva definire lo stato d’animo di Agonia in quel periodo: disperazione.
Le aveva inutilmente chiesto di andare a vivere insieme a lui, lui che nemmeno lavorava.
I bagagli erano già dalla zia, quella sera Antonella non sarebbe tornata con noi, ma sarebbe rimasta a Monza o dintorni. I dettagli sono diventati poco nitidi con gli anni.
Sarebbe stato solo una separazione momentanea ma Agonia, come ci aveva più volte confidato, non vedeva né capiva la ragione per allontanarsi da lui.
Tutto questo, a ripensarci adesso, sembra il testo di una canzone della Pausini, ma si trattava di un trauma vero e proprio.
Da un lato ero egoisticamente sollevato, in quanto una volta tanto non ero il protagonista di eventi sentimentalmente tumultuosi, ma dall’altro non potevo non immedesimarmi nella sofferenza del mio triste amico.
Loro due oramai erano parte integrante delle nostre domeniche allo stadio, sarebbe stato triste non rivederli più insieme.
La felicità forse aveva bisogno di abitare altrove.

Fu poco prima di arrivare al Brianteo che Agonia, lo sguardo stravolto, lasciò per un attimo Antonella per venire a parlare con noi, poche file più dietro.
Ho deciso, non la lascio andare via!
– Eh? Chi, lei? Ma…
– Non posso, non ce la faccio. Questa è tutta una sciocchezza, lei deve tornare con me questa sera.
– Ma se ha deciso di andare via per un po’… – obiettò il cuoco.
– Non importa. Io non la lascio andare! Non le dico nulla e la faccio salire sul pullman. Sono disposto a tutto. Lei non può stare senza di me. Io lo so.
– Ma…
Niente, Agonia era nuovamente al fianco del suo angelo.
Io e il cuoco ci guardammo. Lo vidi rabbuiarsi. Lui lo conosceva meglio di me e sapeva che faceva sul serio.
Guai in vista.
L’amore alle volte gioca brutti scherzi.

Lo stadio di Monza sembra partorito dalla mente di un folle visionario, di sicuro dalla penna di qualcuno che col pallone ha poco a che fare, al pari di chi ha progettato il Delle Alpi o devastato il Comunale.
Una tribuna enorme, alta, altissima. In piena campagna, oltretutto. Si vedeva da distante.
Si vedeva solo quella.
Le curve erano in pratica inesistenti, giusto una decina di scalini, come se non ci fosse bisogno del cuore del tifo.
Poi due anelli di Distinti.
Che dire? Noi all’epoca eravamo abituati alla Maratona del Comunale, uno stadio con la “S” maiuscola e quella sconclusionata colata di cemento ci parve subito assurda.
La gente del Toro era dappertutto ed occupava, oltre che la curvetta, buona parte dei Distinti, l’esodo era stato di massa.

Il Monza, invischiatissimo nella lotta per non retrocedere, al pari del Messina, aveva assolutamente bisogno di vincere.
Il Toro invece quel giorno di inizio giugno non era il Toro. Muller e Skoro erano già in ritiro con le rispettive nazionali da un po’ di tempo, e la formazione largamente rimaneggiata non oppose grande resistenza ai brianzoli, che vinsero agevolmente per due a zero, con un gol per tempo di Edy Bivi, ex Bari. Uno che se poteva ci faceva gol volentieri.
Non fu il risultato, peraltro prevedibile, né l’atteggiamento svogliato della squadra, a far saltare i nervi a buona parte del pubblico granata, quel pomeriggio.
Fu l’atteggiamento del pubblico lombardo.

– Questi sono matti… ma non si devono salvare? – fece il mio amico cuoco sbigottito
– Incredibile – risposi. – Sono pazzi.
Avevano cominciato prima della partita.
Oddio, la tifoseria del Monza non era paragonabile a nessun gruppo di sostenitori serio che avessimo visto quell’anno, ma la loro faccia tosta era sbalorditiva.
Assieme a qualche bandiera del Monza ce n’erano molte bianconere e i loro tifosi non la piantavano di inneggiare ai gobbi.
Del resto, mi chiesi, come stupirsi?
Davvero era credibile che ci fossero molte persone per le quali il Monza fosse la prima squadra nel proprio cuore, con Milan e Inter dietro l’angolo e con il nefasto influsso gobbo sempre presente in Lombardia?
Ma fosse stato solo questo.
A metà della ripresa cominciarono quei cori vigliacchi, che così tante volte abbiamo sentito negli stadi, senza che nessuno si sia mai strappato i capelli per denunciarne la barbarie.
I cori sui morti di Superga.

Il Monza vinse e nulla può giustificare quello che avvenne dopo.
Ricordo solo che un attimo prima del fischio finale, la gente granata si era accalcata verso il basso della Curva, probabilmente sperando che i cancelli che davano sul terreno di gioco venissero aperti.
Gli addetti pensavano alla solita invasione di fine campionato.
Ho come un flash di quegli istanti, perché di momenti si tratta, tanto tutto fu rapido.
Poche file più in basso c’erano Agonia e Antonella, credo che a lui non importasse praticamente nulla di quanto stava accadendo intorno.
Di fianco a me c’era l’amico cuoco, sempre più inviperito e intrattabile.
Poi i cancelli furono aperti e tutto fu travolto.

Restai al mio posto sugli spalti, ma la stragrande maggioranza della gente fu inghiottita dal campo.
– Guarda… – feci in tempo a dire, ma quando mi voltai il cuoco non c’era più. Probabilmente era già in mezzo al campo che correva.

I giocatori in mezzo al campo scapparono verso il tunnel degli spogliatoi, pensando che sarebbero stati assaltati dai tifosi per le maglie.
L’immagine fu paradossale. La marea granata ignorò allegramente i giocatori e puntò oltre.
Puntò verso l’altra curva.

Se c’è un immagine che ho conservato di quel giorno è la rapidità con cui la curva del Monza, presa dal panico per la sorpresa, si svuotò. Scapparono tutti.
Credo siano stati non più di due secondi, forse qualcuno di voi ricorderà quel momento.
Non restò molto degli striscioni del Monza, come potete immaginare.
Certo, non una pagina di cui vantarsi o da ricordare con gioia.
Questo però fu quanto capitò quel pomeriggio di molti anni fa.

Dalle scalinate individuai qualcuno degli amici, Antonella che si legava una scarpa, poi la vidi discutere animatamente, probabilmente con Agonia, pensai.
Passarono i minuti e tutto continuò ad essere caos, fino a quando il popolo granata non cominciò a fare ritorno sulle gradinate.
Avevo perso di vista tutti, ma improvvisamente gli occhi di Antonella incontrarono i miei.
Erano occhi strani, si guardavano intorno furtivi.
Gli chiesi del suo ragazzo, ma lei in cambio mi porse soltanto un pezzo di stoffa.
– Dallo a lui… ti prego…
Mi salutò e scappò via tra la folla piangendo e correndo.
Guardai le mie mani. Un pezzo di stoffa rossa con una “A” grande e bianca.
Doveva essere una parte dello striscione “Gioventù Brianzola”, sottratto poco prima dalla gente inferocita.
– Hai visto Antonella? Ci siamo persi quando la folla si è mossa…
Sobbalzai girandomi su me stesso.
Lo sguardo di Agonia era stravolto, gli occhi contornati di un rosso sofferto e innaturale.
– Era qui un attimo fa. E’ corsa via… ha detto di darti questo… – gli porsi il pezzo di striscione.
Lui gli diede un’occhiata distratta.
– Una “A”… cosa vuol dire? La devo cercare…
Lasciò cadere il drappo rosso e si allontanò tra la folla, gridando – La devo trovare, voi andate, non aspettatemi…
Tutto era confuso intorno a noi, la gente rideva e gridava, e fu in quella confusione granata che lo vidi sparire, destinazione il nulla.
Raccolsi il pezzo di stoffa, lo avvolsi e lo piazzai in tasca, poco prima che sopraggiungesse anche il cuoco.
– Che pasticcio, hai visto? Hey, dove sono spariti gli altri?
Gli raccontai della scena alla quale avevo appena assistito, della fuga di Antonella e di Agonia che le era corso dietro, senza praticamente guardare il pezzo di striscione.
– Meglio andarli a cercare – disse – Non partite senza di me!
Sparì anche lui tra la folla.
E tre. Si vede che era destino.

Fummo gli ultimi a partire da Monza, con gran rabbia degli altri occupanti del pullman.
Mancavano, oltre ad Antonella, che sapevamo non sarebbe tornata, i miei due amici
L’autista aveva già messo in movimento l’autobus, quando il cuoco si affacciò sulla porta, paonazzo per la corsa effettuata.
– Niente da fare – disse respirando affannosamente – Non li ho trovati.
– Come sarebbe? – domandai preoccupato.
– Non ci sono, ho girato mezzo paese e non ci sono. Mi sa che Agonia si è messo in testa di cercarla dalla zia…
– Ma la zia abita in un altro paese…!
– Appunto. Partiamo, forza. Arriverà prima o poi.
– Che pasticcio…

– Sei preoccupato per lui? – gli chiesi dopo che erano passati dieci minuti dalla partenza.
– Certo che lo sono… sono suo amico, non vorrei gli capitasse qualcosa. E poi quelli del Monza saranno abbastanza incazzati…
– Piuttosto… – aggiunse – cos’è che ti ha dato Antonella prima di scappare?
Gli parlai nuovamente di quell’attimo in cui Antonella mi aveva incaricato di consegnare ad Agonia quel pezzo di stoffa.
Una “A”. Cosa avrà voluto dire?
– Non ne ho idea – risposi.
– Me lo regali? Lo metto nella bacheca dei trofei…
– Non scherzare. E’ di Agonia, glielo darò nuovamente quando tornerà.
– Certo che però…
Il cuoco non poté terminare la frase.
Un’enorme fetta di salame gli si stampo’ sul viso.
–  Maledetti! – urlò, acquattandosi dietro ai sedili.
La battaglia degli oggetti era incominciata.
Volò di tutto: giornali, bottiglie, panini, frutta, con gran gioia della compagnia dalla quale avevamo affittato l’autobus.
Ragazzi, che ridere.
E che scherzi. Bisognava fare attenzione sul serio. Qualcuno mi fregò lo zainetto sul pullman, facendomi incavolare non poco, salvo poi farlo ricomparire “magicamente” poco prima dell’arrivo, peraltro tutto rivoltato.
Sembrava più un dispetto che uno scherzo, ma decisi di non arrabbiarmi.
I tifosi del Toro non sono dei ladri.

Agonia tornò la sera del giorno seguente, quando avevamo già telefonato a forze dell’ordine ed ospedali.
Tornò da solo. Antonella si era volatilizzata.
L’indirizzo della zia doveva essere sbagliato.
Non c’era nessuno che corrispondesse a quel nome.
Agonia non la rivide mai più.
Trascorsero giorni, mesi, che visse in casa attaccato al telefono. Ma lei non chiamò più. Lui la cercò ovunque, non avevo mai visto una persona così follemente legata a un’altra. Lo aiutai anche io nelle ricerche, ma nome, indirizzo e numero di telefono non corrispondevano a un bel nulla.
Se ne era andata, bisognava arrendersi all’evidenza.
Aveva scelto per farlo un caldo pomeriggio di inizio estate, lasciando dietro di sé soltanto un mare di dubbi e un pezzo di stoffa rossa, un pezzo di striscione con la sua “A” senza significato.
Cercai di stare più vicino che potevo al mio amico disperato, nelle lunghe serate nelle quali lui cercava di dare un significato a quella “A”.
Per me quella “A” era solo una lettera, nulla di più; per lui No.
Credo che alla fine si convinse che fosse la “A” di “Addio”.
Non lo volle più indietro e non volle più neanche vederlo, quello diceva era “il fazzoletto di un fantasma”, un fantasma che un tempo era stato un angelo.
Lo riposi da qualche parte, forse tra gli altri “cimeli da stadio”, fino a quando non me ne dimenticai anch’io e quel pezzo di stoffa strappata uscì così dalla nostra storia.
I grandi attori sanno come uscire di scena. Ma anche come rientrarvi.

Pochi giorni dopo il match col Toro, il Monza giocò lo spareggio col Messina per la permanenza in serie B.
A Pescara, se non sbaglio.
Persero 1-0, il gol della vittoria siciliana arrivò dopo pochi minuti.
La partita venne trasmessa in diretta tv. I tifosi brianzoli avevano un solo striscione.
Un po’ mi fecero tenerezza.

L’estate di Italia ’90 vide la fine della grande amicizia che aveva dipinto le mie domeniche per anni.
Persa Antonella, Agonia si ritirò in casa per mesi, quando gli fu chiaro che non l’avrebbe più sentita.
Lasciò perdere il Toro e lo stadio. Mi occorsero anni per rivederlo solo di sfuggita.
Quella stessa estate il cuoco andò a lavorare in un ristorante di Asti, dove si trasferì.
Quel genere di professione non ha sabati o domeniche, anzi.
Nonostante le promesse e i “ci vediamo”, anche la sua amicizia si perse tra le pieghe di quelle strane vicende. Per anni di lui mi restò solo l’intenzione di andarlo a trovare, nulla di più.
Che strana estate! Mi lasciò un sapore amaro, come tante altre in quegli anni, nonostante la gioventù.
Mi chiesi spesso cosa fosse realmente avvenuto in quei convulsi momenti seguiti all’invasione, a Monza. Poi col tempo decisi di non pormi più domande alle quali non ero in grado di rispondere.

Bene, la nostra storia potrebbe finire qui. Una bella parole “fine” e quasi tutto avrebbe un senso, a parte qualche particolare nebuloso e forse un po’ inquietante.
Credevo che quella fosse una storia sé, invece era solo una prima puntata.
La seconda puntata, non era in programma, ma io non lo potevo sapere.
Sarebbe andata in onda solo a distanza di molti anni, con la spiegazione di quello che era realmente accaduto poco dopo l’invasione.
Badate, però, è una spiegazione che mi ha sconvolto e avrei preferito non scoprirla.
E’ arrivata solo un paio di anni fa, quando ho traslocato.

Non sono un tipo ordinatissimo e maniacale, capita che perda delle cose o non ricordi più dove le abbia riposte.
Talvolta però ci sono oggetti che per quanto siano stati trascurati, è destino che non vadano persi.
E’ saltato fuori da un vecchio scatolone in cantina.
Assieme all’emozione di rivedere vecchie sciarpe, foulard, biglietti di partite lontane.
Era al fondo di tutto, l’unica cosa rossa in un mare di granata.
L’ho riconosciuta dalla “A”.

Avevo ragione. Era solo una “A” e non voleva dire nulla.
Una “A” che catturò l’attenzione anche di Agonia, sugli scalini quel giorno.
Allora avevamo guardato quel panno con gli occhi di ingenui ragazzi.
Che non erano bastati.
Nessuno di noi aveva pensato, in quei frangenti, a guardare con attenzione.
Magari dietro.
Quelle righe scarabocchiate in tutta fretta.
Ho portato la stoffa sotto la lampadina della cantina.
Chi aveva mai visto quelle frasi?

Non ce la faccio più a mentirti
Perdonami, non ho avuto il coraggio
Ho un altro
Non mi cercare
Perdonami

– Ma brutta st…! – ho esclamato
– Dice a me? – la vicina rompiscatole, onnipresente, sulla porta della cantina.
– Sì, signora…
– Come si permette?
– Cioè… volevo dire sì… cioè no…!
Accidenti alla mia linguaccia.

Agonia ha investito buona parte della sua vita nel ricordo di una persona che lo aveva malamente lasciato, per giunta scrivendoglielo frettolosamente, neanche su un pezzo di carta, ma su uno striscione.
Non era china sul campo per legarsi una scarpa. Stava scrivendo.
Dunque non solo si sarebbe trasferita, ma aveva già pronto un sostituto.
Chissà cosa le era passato per la testa in quei momenti, quando la marea granata li aveva separati.
Aveva trovato il pezzo di striscione e poi cosa? Aveva intravisto l’occasione di defilarsi senza passare attraverso le forche Caudine? Che cosa era davvero successo in quei momenti?
Altro che arrivederci romantico.
Il suo sguardo fisso fuori della finestra quel giorno non era lo sguardo di una persona che sta soffrendo.
Era quello di una che non vedeva l’ora di andarsene.
Quanto siamo stati scemi, o ingenui.

Finalmente ho incontrato Agonia, dopo tanto tempo, di nuovo di fronte ad una bella birra.
Ora lavora in banca, ha famiglia, sembra felice ed il suo sguardo è un po’ meno da moribondo.
Speravo non si ricordasse nulla dell’accaduto, volevo pensare che l’avesse sepolto sotto una montagna di dolore.
L’alcol però dopo un po’ abbatte i muri e fa tornare l’antica confidenza.
– Non l’ho mai dimenticata. – mi disse
– …eh? Chi? Che cosa? – finsi di non capire.
– Lo sai bene. Antonella.
– …ah!
– Ogni tanto ci penso ancora. Anche se.. – e sottintese la sua vita attuale. – Credo sia normale no?
– L’hai mai più cercata? L’hai incontrata?
– Mai. E’ scomparsa. Chissà in quale parte di mondo abiterà…? Lo so, avrei dovuto e dovrei odiarla, però… Come posso dimenticarla! Anche se è scomparsa… in quel modo. Saremmo stati troppo distanti… forse non voleva soffrire.
– Poteva farsi sentire… sparire così… – tentai di osservare.
– Certo. Poteva. Sai, nonostante tutto conservo un ricordo dolce di quel periodo. Credo che sia stato uno dei più felici che ho vissuto.
Gli sorrisi con gli occhi e mi tuffai sul bicchiere, sperando che lui non fosse così abile da guardarmi dentro veramente.
Cosa dovevo dirgli? Parlargli dello striscione, dopo così tanto tempo?
Aveva trovato stabilità, perché uccidergli i ricordi?

Il mio amico cuoco ha fatto strada, ora è proprietario di un famoso ristorante, in provincia di Asti, lo stesso dove aveva cominciato a lavorare nel 1990.
Da tempo pensavo di andarlo a trovare e ho colto l’occasione sull’onda emotiva della mia scoperta in cantina.
E’ molto diverso da allora, non nasconde la pancia e ha il ristorante pieno di pargoli che girano tra i tavoli.
Non nascondo il fatto che si mangi veramente bene e si beva ancor meglio lì, del resto sapevo di andare a colpo sicuro.
Siamo rimasti soltanto io e lui, a fine serata, a ridere e a rimembrare mille aneddoti granata.
– Dunque ti sei deciso a fare tutta questa strada, eh? – mi ha chiesto mentre di spalle riponeva le bottiglie degli amari su di uno scaffale.
– Sì… da tempo volevo farlo…A dire la verità c’è anche un altro motivo per cui sono venuto fin qua…
– Dimmi… vuoi prenotare il locale per la tua prima comunione…? Ah ah!
– No. Volevo sapere quanto tempo eri stato con Antonella.

Non si girò e continuò a riporre bottiglie sullo scaffale.
– Due anni – rispose con voce appena sorpresa
– Capisco – sospirai – E da quanto andava avanti?
– Non… non credo abbia importanza a questo punto –
Cadde il silenzio per qualche secondo. Poi si voltò. Abbozzò un sorriso ma gli riuscì male. I suoi occhi sembravano improvvisamente segnati.
– Quando l’hai capito? – mi chiese con tono quasi rassegnato
Gli raccontai del mio ritrovamento e di quelle righe scarabocchiate.
Si sedette al tavolo con sguardo basso.
– Certo che ce ne hai messo di tempo… lui lo sa?
– No, e non lo saprà mai. – lo tranquillizzai.
– Grazie… io e lui abbiamo ripreso a vederci. Ci incontriamo anche con le famiglie. Puoi immaginare quando ogni tanto mi parla ancora di lei… non vorrei perdere l’amicizia ora che… Capisci? Non vorrei perderla di nuovo…
Stava vuotando il sacco. Probabilmente aveva aspettato quel momento da sempre.
– Come hai fatto a capire?
Mi versai un altro po’ di Porto. Male che fosse andata avrei dormito in macchina e sarei ripartito l’indomani.
– Sai, a me questa storia del trasferimento dalla zia non ha mai convinto. Non so perché, ma mi è sempre suonato strano e forzato. E poi come mai, se lei aveva tanta voglia di andarsene, non scappò via subito. Perché entrò in campo? Me lo sono chiesto spesso in questi giorni. Perché travolta dalla folla? Non credo, io rimasi al mio posto e non fui travolto.
Probabilmente perché non aveva ancora deciso di scappare. Non così.
Fosti tu, in quei momenti di confusione a trascinarla via, sotto la spinta della folla. Era un gesto disperato ma tu dovevi farlo. Agonia non la lasciava mai, vero? Neanche un istante. E tu dovevi assolutamente dirle qualcosa. Ricordi le parole di Agonia?
Il cuoco abbassò lo sguardo sul suo bicchiere, forse preda dei ricordi.

Io non la lascio andare! Non le dico nulla e la faccio salire sul pullman. Sono disposto a tutto. Lei non può stare senza di me. Io lo so.

– Dovevi avvisarla che il vostro piano sarebbe andato a farsi benedire – continuai – dovevi dirle di andarsene subito, altrimenti lui sarebbe impazzito e chissà cosa non avrebbe fatto per trattenerla… Adesso correggimi se sbaglio: lei si mise a fare storie. Non voleva sparire come se fosse stata rapita. Forse voleva dirgli la verità, una volta per tutte. O scrivergliela.

Dalle scalinate individuai qualcuno degli amici, Antonella che si legava una scarpa, poi la vidi discutere animatamente, probabilmente con Agonia,

– Vidi la scena da distante ma non la interpretai. Non stava legandosi una scarpa, stava scrivendo qualche parola veloce sullo striscione. Non stava discutendo con Agonia… stava discutendo con te.
 Il cuoco si mise le mani tra i capelli. Forse persino lui aveva rimosso questi ricordi e li aveva nascosti nella cantina dei ricordi.
– Dimmi se ho capito bene: – ero un fiume in piena – tu non volevi che tornasse indietro, poteva incontrare lui. Ma lei cercò me, non lui, per darmi lo striscione, il messaggio, e poi scappare via.
Tu cercasti di trattenerla ma lei fu più veloce e mi consegnò il panno. Arrivasti dopo un attimo, quando anche Agonia l’aveva solo sfiorata e la stava inseguendo.
Sparisti dietro a loro. In cerca di Agonia, dicesti tu. In cerca di lei, dico io. Doveva andare alla stazione, vero? E tu dovevi essere sicuro che lei arrivasse prima di lui, che lui non la intercettasse. Ricordo come arrivasti sul pullman paonazzo. Quanto hai corso quel giorno?
Presi fiato. Le parole mi uscivano inarrestabili, ora che l’istantanea su quel passato stava prendendo forma. Il Porto mi diede coraggio, ma lui mi precedette:
– Come hai fatto a capire che… che ero io?
Nei suoi occhi leggevo la stanchezza e nello stesso tempo il sollievo per essere stato scoperto.
– Non lo so… E’ stato un effetto domino. Ho collegato la tua strana insistenza per avere il pezzo di striscione sul pullman. Al momento non mi era sembrato così strano, diciamo che era un pezzo “pregiato”. Però tu lo volevi per un altro motivo, vero? Tu temevi che lei avesse scritto il tuo nome! E poi, già che c’ero, ho collegato anche il furto del mio zainetto… i tifosi del Toro non sono dei ladri, era tutto troppo strano. Tu cercavi lo striscione. Io invece ce l’avevo in tasca…
– Hai buona memoria, purtroppo.
– Devi avere vissuto momenti e giorni terribili, senza sapere cosa ci fosse scritto con precisione. Che ironia! A nessuno venne mai in mente di guardare la “A” con attenzione…
Il Porto era finito, gli chiesi un’altra bottiglia. Si era in ballo e si doveva ballare.
– Poi cosa accadde? Vi trasferiste insieme ad Asti, vero? E a quel punto non potevate più farvi vedere a Torino. In barba all’amicizia. Solo una cosa non capisco… solo una…
– Dimmi…
– Perché?
– Perché cosa?
Perché tutto questo? Perché non dirglielo? Perché non agire alla luce del sole, affrontandolo? Perché non lasciarlo a Torino e montare su questa pantomima a Monza… tutto questo è rocambolesco… Perché.
Io ero un buon bevitore. Lui aveva necessità di esserlo.
– Sei stato bravo fin qui. Ci sono alcune cose che però non sai. La zia, ad esempio, esisteva veramente. Antonella diede ad Agonia un nome e un indirizzo falso. Fu lì che lei andò quella sera. Eravamo innamorati da tempo e facevamo le cose di nascosto. Lei non riusciva a lasciarlo. Tu forse non conoscevi così bene Agonia così come lo conoscevo io. Era possessivo e opprimente. Antonella gli disse che era finita molte volte, ma lui non la ascoltava, non voleva capire. La seguiva, la spiava. Non tutto era come sembrava, sai? Così, con mia grande insistenza decidemmo quello stratagemma per un distacco graduale, grazie anche alla zia che abitava nel paese vicino.
Ma lui non mollò neanche allora e sicuramente non l’avrebbe lasciata andare, quella sera. Però ci fu l’invasione. Era l’occasione buona, ma lei volle scrivere quel suo stupido messaggio di addio dietro la “A”. Tutto rischiò di andare a farsi benedire…
Lo guardai con aria inespressiva. Forse si aspettava una reprimenda o un moraleggiare. Chi ero io per giudicare una cosa simile?
Non era capitato anche a me di far del male, lungo tutti quei lunghi anni?
– E poi? – chiesi – Cosa avvenne? Capitò anche a te la stessa cosa?
– Sì – ammise – Fu una bella storia. Poi, dopo un paio d’anni, cominciò a diventare strana e sfuggente. Forse Asti le stava stretta. Più probabilmente credo avesse un altro. Sì, certo, ci rimasi male, molto male, ma dopo un po’ tirai un sospiro di sollievo. C’erano troppi fantasmi legati a quella storia.
– Perché non mi dicesti mai nulla? – chiesi dopo un attimo di silenzio
Lessi la muta risposta nei suoi occhi.
– Cosa farai ora? – mi chiese, per la prima volta preoccupato
Mi alzai e me ne andai senza rispondere.

Per pura ironia della sorte, non molto tempo dopo questi fatti, in modo quasi inevitabile ho rivisto anche Antonella.
Era lei, senza dubbio, una ragazza come lei non si scorda facilmente.
In pieno centro, lei scendeva da un Suv lasciato in seconda fila, lo sguardo che già divorava la vetrina del negozio alla moda, pochi metri più avanti.
I nostri sguardi si sono incrociati per un attimo, credo che mi abbia riconosciuto, nonostante gli anni passati.
E’ uno sguardo che è durato quel tanto che bastava per ricordare ad entrambi la storia di quello striscione.
E il suo contenuto.
Poi lei ha voltato il capo ed è andata per la sua strada, il modo di camminare, di ancheggiare e di atteggiarsi di chi deve dimostrare di essere arrivata.
Mamma mia, il tempo alle volte genera dei mostri.

Niente era quello che sembrava.
Che storia pazzesca.
Mi viene da ridere al pensiero di essermici trovato in mezzo.
Ero là, a fremere per il Toro mentre tutto intorno sfrecciavano i coltelli.
Una volta tanto non mi hanno beccato, è l’unica consolazione.
Avrò salvato i ricordi altrui, ma i miei sono stati uccisi.
Uccisi da un dettaglio, da un’invasione di campo imprevista.
Forse, senza di quella, le cose sarebbero andate in modo diverso.

La cosa che mi sembra più strana di tutta questa storia, e che mi infastidisce non poco, non è la mia ingenuità, o avere scoperto quanto in realtà era sempre stato sotto i miei occhi.
E’ il passare del tempo.
In tutta sincerità questi ricordi sono ancora troppo vivi e nitidi perché siano passati tutti questi anni.
Non ho fotografie di quel giorno, ma se ne  vedessi qualcuna potrei forse immaginare che siano passati quattro o cinque anni. Sei o sette al massimo, via.
Invece no, è questo il guaio.
Ne sono passati diciassette da quell’estate , vi sembra possibile?
Diciassette anni, significa una fetta consistente di vita.
Significa che la parte più giovane della tifoseria era in fasce o non era neanche nata, e non ha mai visto giocare Muller e Skoro, ha un vago ricordo di Cravero, non ha idea di chi fossero Romano e Pacione, e forse ha solo sentito parlare di quell’ira di Dio che era Policano.
Possibile che siano già passati diciassette anni dai mondiali di Italia ‘90?
Dalle prime cronache della Gialappa’s, che si ascoltavano per radio abbassando il volume della tv?
Dal primo disco di Elio e le storie tese?
Diciassette anni? Ma stiamo scherzando?

C’è qualcosa che non quadra.
Ragazzi, qui qualcuno ci sta fregando e ci sta togliendo il terreno da sotto i piedi.
Che è successo? Dove siamo finiti tutti?
L’amicizia se ne è andata sotto il peso degli inganni, quello che era amore in realtà era tradimento.
Però, in una vita fatta di ghiaccio sottile e scricchiolante, una certezza è rimasta, come accennavo all’inizio della nostra chiacchierata.
All’epoca avevo le idee confuse riguardo il presunto furto di gomme e ogni tanto ho bisogno di rinfrescarmi la memoria.
Conservo ancora una copia di quel prezioso manoscritto “La prima gomma non si scorda mai”, consumata testimonianza di quel tempo.
Com’era che faceva una di quelle canzoni?
“Ricordi quelle gomme… rubate al Valentino… al Transit e al Fiorino… che erano in sosta laggiù…!”.
Alle volte un uomo ha bisogno di certezze.
Anche se sono soltanto queste.

I fatti narrati in questo racontino sono in parte veri. I riferimenti ai personaggi principali invece sono frutto di fantasia.
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