Grandi Speranze

Grandi Speranze

– Allora, pronti? Stanno per uscire. Ci siete?
– Sì, sì, sotto col riso, eh? Mi raccomando.
Non manca molto, ma chissà come mai queste occasioni mi intristiscono sempre.
E’ inevitabile perdersi per un attimo, mentre il tempo si sospende nella luce di questa giornata invernale.
E per un attimo, solo per un attimo, il sole torna ad essere quello di allora…

 

Il pallone di…

– Allora, pronti? Stanno per uscire. Ci siete?
– Sì, sì, sotto col riso, eh? Mi raccomando.
Non manca molto, ma chissà come mai queste occasioni mi intristiscono sempre.
E’ inevitabile perdersi per un attimo, mentre il tempo si sospende nella luce di questa giornata invernale.
E per un attimo, solo per un attimo, il sole torna ad essere quello di allora…

 

Il pallone di spugna solcò il cielo del sabato pomeriggio.
– Anche quest’anno è andata, caro mio – dissi stancamente dopo aver spedito il pallone tra le braccia del mio compare, improvvisato portiere, portandomi teatralmente le mani ai capelli per l’occasione mancata.
– Credi che vinceremo mai un altro scudetto? Sono sedici anni ormai…
– Sedici anni… voltai gli occhi verso il cielo, unendo le mani – Ti rendi conto?
Il pallone rimbalzò sulla polvere di Piazzale Aldo Moro, semi sgombro in quel sabato di inizio agosto e io lo restituii al volo al mio Amico.
– Credi che dovremo sollevarlo dalla sua catarsi? – indicai il Ricciolo, il terzo ragazzo di quel sabato, che era vittima ignara di uno dei nostri scherzi più riusciti.
– Non lo so, disse l’Amico… io lo farei soffrire ancora un po’. Dai, continuiamo a giocare, anzi, facciamogli ciao con la mano… – Ehi… guarda come giochiamo…!
Ridemmo come due pazzi. Poco più in là il Ricciolo, il sedere affondato nel vano bagagli della Ibiza, ci ricambiò con uno sguardo d’odio.

 

Eravamo passati a prenderlo a casa alle 14:30, destinazione ipermercato di Venaria, per fare il pieno delle cose indispensabili per il nostro imminente viaggio in Spagna.
Il Ricciolo, eterno amico con tendenza alla sconfitta, occupava quei giorni di inizio agosto con quello che gli riusciva meglio e peggio allo stesso tempo: lo studio. Era stato mio compagno di classe al Liceo e sapevo bene che, se qualcuno prima o poi non gli avesse tirato una mazzullata sulla testa, probabilmente avrebbe studiato fino a 95 anni, bontà sua.
– Ma che studi a fare ancora, con questo caldo…?
Mi devo preparare per la sessione di Settembre, assolutamente. – aveva detto mentre si era alzato dal suo scranno per andare in bagno – E comunque non posso assolutamente fare tardi. Alle 17.30 devo accompagnare mia madre da Padrino…
Slam, porta del bagno che si chiude.
Avevamo dato un’occhiata distratta alla sua scrivania, mentre lo aspettavamo.
Un libro con codici e codicilli incomprensibili, e poco più su, il suo orologio da polso marchiato granata, con cinturino ripiegato.
Alle volte è un attimo, alle volte l’intuito, un pizzico di malizia o semplicemente un briciolo di genialità. Ci era sembrato normale porre le mani sulla corona del suo orologio e, quasi con noncuranza, spostare le lancette in avanti di un’ora, dalle 14:30 alle 15:30. E lo stesso, senza bisogno di parlare, io e l’Amico avevamo trovato ovvio fare con i nostri orologi da polso. E, con mossa garbata, con l’orologio della macchina, una volta fossimo stati giù.
Avevamo l’1% di possibilità di riuscirci, ma quell’1% era diventato improvvisamente valore universale.
– Ehi, ma sono già le 16:30? Ho solo più un’ora…
Non si era accorto, l’allocco, che in realtà fossero soltanto le 15:30.
Così, ormai sulla cresta dell’onda per l’entusiasmo, avevamo sghignazzato nel vederlo andare nel panico più nero, mentre noi tiravamo tardi.
Prima un giro in centro completamente inutile, poi un gelato in via Roma sotto il peso della sua incazzatura crescente.
– Perché non andiamo a dare due calci al pallone nel Piazzale dell’università?
– Daje!
Così, mentre il pallone volava nel cielo grigio di quel pomeriggio, la sua faccia volava verso il nero della rabbia, per essere bloccato, preda della macchina altrui.
Lo accompagnammo a casa sghignazzando, in perfetto orario, quando lui credeva di essere in ritardo di un’ora. Non ci disse mai che cosa fosse successo in casa e se alla fine avesse accompagnato la madre da Padrino.
Ma non ci parlò per tre giorni e questo la disse lunga.

 

Non era il primo tiro mancino che gli combinavamo.
Pochi giorni prima lo avevamo accompagnato in Agenzia viaggi.
La quota per il viaggio, da dividere in quattro (conoscerete presto la quarta persona), era stabilita. Ma lui o chi per esso, leggi genitori, non volevano dargli più di mezza quota.
Un casino, un pasticcio idiota e inutile.
Noi che lo sapevamo, ci organizzammo, ma lo esponemmo a una figura di m. atroce.
Pagammo le nostre quote per intero e quando fu il suo turno, restammo a fissarlo. Lui cominciò a bofonchiare l’inizio di un discorso incomprensibile e noi, interrompendolo ad alta voce:
– Come dici? Non hai i soldi? Ah, potevi dirlo! Te li anticipiamo noi…
E gli facemmo fare la figura del pezzente, cosa che non ci perdonò tanto facilmente.
No, dicevo, non era certo il primo tiro mancino che gli combinavamo.
E non sarebbe di certo stato l’ultimo, quel’estate.

 

Era stato l’anno dei Mondiali appena chiusi, quelli USA, quelli non Mondiali, se preferite.
Quelli nei quali io e l’Amico eravamo stati fra i pochi a tifare scandalosamente contro l’Italia, attirandoci l’odio di tutti gli altri amici di sempre, che non comprendevano il motivo della nostra avversione verso la propaganda di interessi mossa dalla Nazionale.
Ci avevano detestato quando ci eravamo inginocchiati di fronte a loro, per il gol di Houghton dell’Eire, che aveva regalato agli azzurri la prima sconfitta.
E ci avevano sinceramente odiato quando avevamo sghignazzato al rigore sbagliato di Baggio, un paio di settimane più tardi, mentre la loro festa era inesorabilmente crollata.
Era stato un anno particolare, con qualcosa che assomigliava ad un distacco inesorabile.
Era stato l’anno della politica, nel quale era successo di tutto affinché nulla cambiasse.
Era stato l’anno di Senna, che se ne era andato in un istante.
Era stato l’anno di The Division Bell, l’ultimo album in studio dei Pink Floyd, atteso da noi come l’apparizione del Messia.
Accolto direttamente dagli scatoloni nel negozio di dischi, assediato da giorni.
Era stato l’anno della nostra musica, a sua volta assediata dalle innumerevoli porcate house o techno o minchiapapà.
A noi che cosa importava che cosa fosse l’amore e “baby don’t hurt me, don’t hurt me no more” e altre vaccate simili, segno del tempo che avanzava senza pietà verso la vaccheria, appunto.
E il Toro? Il Toro si era arenato sui drammi societari, che avevano visto Calleri rilevare la società ad un passo dal fallimento, dopo una annata che aveva fatto sperare in Coppa delle Coppe, ma si era inesorabilmente spenta sulla zuccata di Tony Adams, a Londra.
Un anno strano, la squadra di Silenzi, Carbone e Francescoli che era inspiegabilmente e sospettosamente collassata, diceva qualcuno, sotto il peso di una nuova dirigenza che non avrebbe dovuto “dare troppo fastidio”.
Ci sarebbe stata ancora l’annata successiva, gli ultimi fuochi.
Il Toro, signori miei, o parte di esso, è morto in quei giorni.

 

Partimmo un venerdì sera, alle 18.
Eravamo in quattro, naturalmente. Eravamo un quartetto anomalo, in quanto con noi c’era la mia ragazza, sportiva quanto bastava per tollerare la compagnia maschile ad oltranza.
Avevamo tentato inutilmente di dormire, per prepararci alla guida notturna, quel giorno, ma vuoi mai.
L’attesa e l’eccitazione per la lunga marcia non ci aveva fatto chiudere occhio.
Ricordo quel sole così tiepido e l’autoradio che, per uno sbaglio forse di frequenza, trasmetteva Luca Carboni. Un’ora per trovare qualcuno disposto a gonfiarti le gomme prima della partenza.
Troppa fatica, e poi parlavano di sicurezza sulle strade.
– Mi raccomando, non correre, che devo starti dietro – dissi all’Amico, alla guida della Golf GTI del padre. Io e Susy (non si chiamava così, ovviamente, ma il nome mi sembrava appropriato), ci saremmo dovuti accontentare della mia Ibiza, nera come la pece e lenta come un mulo, che disponeva di un onesto 903 cc.
Le cose iniziarono ad andare male quasi subito.
Sull’autostrada che ci avrebbe portato al Monginevro, l’Amico procedette a 80 km/h.
Ci sorpassavano tutti, anche i carretti, anche i pedoni ci facevano i fari.
Smadonnai chiedendomi che cosa avesse il mio Amico per procedere così a rilento, ma all’epoca anche l’azione più abituale, tipo quella di utilizzare un telefonino per chiarire la questione, era improponibile.
Quando però imboccammo la statale per Gap – Orange, quasi mi dimenticai della cosa. Viaggiammo a lungo, facemmo rifornimento e poi decidemmo di riposare per un’oretta ai margini dell’autostrada francese.
Ora non lo farei più, troppo pericoloso. Ma, guardando indietro al mio tempo, credo che siano tante le cose che mi chiedo come diavolo abbia potuto fare.

 

Mai dormire per un’ora soltanto, mai. Credi di riposare e ti risvegli che sembri una spugna, gli occhi secchi che ti si incollano contro i fari delle vetture in senso opposto.
Ci demmo il cambio, ormai alle 3 di mattina, io davanti e loro dietro.
L’autostrada, che pullulava di macchine ad alta velocità, era carica di insidie e soltanto il caricatore dei CD riusciva a darmi la carica. Susy non guidava e, a differenza dell’Amico e del Ricciolo, che si erano dati il cambio, dovevo sbrigarmela da solo.
– Ancora 500 chilometri a Barcellona – esclamai, mentre Walk on dei Boston tentava di darmi una insperata carica notturna.
Alla prima sosta, ormai alle 5 di mattina, la risposta all’arcano, scaturì inesorabile.
– Ma sei pazzo? – tuonò l’Amico catapultandosi fuori dalla macchina.
– Sei fuori di testa? Vuoi fonderla quella macchina? – gli diede manforte il Ricciolo.
– Avete bevuto? – domandai, sorseggiando quello che mi capitava a tiro.
– 160 all’ora! Ma la tua macchina si fonde.
Cominciai a ridere come un pazzo all’indirizzo dei due badola.
La mia povera Ibiza, in condizioni di 1) discesa 2) vento a favore 3) asfalto perfetto 4) carrozzeria pulita, faceva al massimo i 130 km/h.
I due boccaloni non si erano accorti che il tachimetro della vettura del padre doveva essere completamente starato, con uno scarto in eccesso di almeno 30 km/h.
Ecco spiegato il perché, verso il Monginevro, l’Amico procedeva a 80 km/h, credendo di andare a 110.
Una figura da gobbi. La sua macchina bianca, la mia nera.

 

Con Susy ridevamo come matti. Eravamo complici sebbene tuttavia non ci fosse mai stata la scintilla che faceva spaccare il mondo. Ma eravamo sereni e pensavamo a costruire il nostro futuro.
Come dite? Bè, sì, certo, ero giovane. Lo siamo stati tutti, no? Anche un po’ birichini, naturalmente.
E’ questo che volete sapere?
E questo cosa importa? A ripensarci bene era un’epoca di rottura e di profondo cambiamento, ciò nonostante… nonostante tutti gli sbagli commessi, spesso sono tornato a quella notte e a quei chilometri, macinati verso un infinito che non arrivava mai sulle note di quel The Division Bell che ci ancorava a ciò con cui eravamo cresciuti.

 

You can have anything you want
You can drift, you can dream, even walk on water
Anything you want

You can own everything you see
Sell your soul for complete control
Is that really what you need

You can lose yourself this night
See inside there is nothing to hide
Turn and face the light

 

Ci augurammo, una volta in prossimità dei Pirenei che il Ricciolo, al volante della Golf, non ne combinasse una delle sue proverbiali.
Ripeto, zero cellulari, almeno per noi all’epoca.
– Mi raccomando, stiamo vicini, ok? Non ci perdiamo, altrimenti sono cazzi…
Detto fatto. Duecento metri dopo la frontiera, in piena coda vacanziera, vidi il Ricciolo fare ciao ciao con la manina, e infilarsi nella corsia adiacente, appena oltre un camion che trasportava maialini.
Accidenti a lui, imprecai. Non avevamo detto di stare vicini? Fui in grado di rientrare nella corsia, ma soltanto dietro al camion di piccoli gobbi. Confidai che i due ci avessero aspettato, ma quando riuscii a liberarmi del camion e del suo carico, di loro non c’era più traccia, per mia grande e religiosissima osservazione.
Cominciò così una caccia all’uomo disperata lungo l’autostrada che dal confine portava a Lloret de Mar, con sosta ad ogni autogrill, per controllare se i due mattatori del volante ci stessero aspettando.
Ma fu un buco nell’acqua e nella luce sempre più calda e soffocante di quel giorno.
Alla fine, dopo oltre quattordici ore dall’inizio del viaggio, Susy ed io ci ritrovammo solitari in coda sulla statale che portava a Lloret.
L’autoradio emetteva la nota iniziale di Echoes e lei mi rinfacciò questo per anni.
Com’era possibile, ascoltare certa musica con quel caldo e con tutta quella fatica?
Già, io avevo guidato, lei si era stancata.
Beccammo i due eroi piazzati di fronte all’Hotel Oasis, nostra destinazione.
– Ma dove siete finiti? – ci chiesero.
Io e Susy ci guardammo visualizzando telepaticamente un’ascia.
Lasciammo i due sciagurati alle formalità della reception, quindi ci rifugiammo in camera.
Eravamo stanchi, accaldati, ma questo non ci impedì di fare l’amore, anche se è un dettaglio trascurabile.
Ma, capirete, eravamo giovani, felici e ce l’avevamo fatta.
Ogni momento era il nostro domani, la nostra Grande Speranza.

 

La Spagna, a ripensarci, costava poco, pochissimo. E allora era l’unico posto che noi, studenti imperituri e in qualche caso anche fallituri, potevamo permetterci.
Credo che la Lloret del Mar del 1994 non fosse molto diversa da quella attuale. Palazzoni, albergoni, una miriade di discoteche, luci sparate nella notte e una marea di truzzi in quel periodo dell’anno.
In pratica l’ultimo posto del mondo nel quale avrei voluto infilarmi.
Ma c’era Susy, c’era il suo desiderio di mare ed il fatto che, anche se non avrei mai nuotato, avrei comunque potuto provarci.
E poi c’era la spiaggia di Fenals, distaccata da quella di Lloret e dai suoi barracuda truzzizzati.
Decine e decine di metri di spazio libero a disposizione per correre dietro a un pallone.
Ce ne fosse stato uno.

 

La caccia al pallone diventò il leit-motiv di quelle giornate di vacanza, cadenzate dall’alternanza spiaggia albergo, albergo spiaggia.
Eppure, per quanto strano fosse, trovare un pallone sembrava una delle cose più complicate del mondo, nella Rimini spagnola. Si potevano trovare profilattici di tutti i colori, forme e marche, ma un pallone sembrava l’oggetto dei desideri…
Il Ricciolo dava spettacolo con i negozianti… – El balòn, el balòn…
– Ma che cavolo gli chiedevi “el balòn”? “Palla” si dice “pelota”, somaro!
– Sì, va bé, voglio vedere se non ha capito…
– Secondo me sta ancora ghignando…
Tra uno sfottò e l’altro, alla fine “el balòn” salto fuori, tra i piedi di un ragazzo occhialuto. Non tardammo a comprendere che venisse da Torino.
E quelli erano anni in cui un tifoso del Toro, il cui modo di essere non si era ancora contaminato di venature gobbe, si riconosceva fisicamente e mentalmente prima che con le parole.
Era il primo tassello di quella che sarebbe stata la nostra “partita sulla spiaggia”.

 

– Facciamo una scommessa – dissi ghignando all’Amico. Se non riesci a farti una ragazza entro la fine delle vacanze, vai su quel paracadute…
Vidi i suoi occhi riempirsi di orrore.
Alla nostra sinistra si stava alzando un paracadute, con tanto di essere umano imbragato, trascinato da un motoscafo. Il paracadute si alzava, gonfiandosi, fino a raggiungere un’altezza notevole.
Il Ricciolo, una volta tanto fuori dalla mischia, sghignazzò.
– Non lo farò mai!
– Ma dai, mettiti in gioco – lo incalzai testardamente malizioso.
– E’ vero – si intromise il Ricciolo – Figurati se non trovi qualcuna…
– Tu cosa parli a fare? – rispose l’amico – Anche tu sei single, no?
Gira e tujra i due amici si misero d’accordo per una scommessa. Chi dei due fosse rimasto senza incontri galanti, sarebbe giocoforza stato fatto salire su quello strumento di tortura, che a me faceva orrore col candeggio.
La scommessa non era insensata. Lloret era piena di giovani ragazze. E se alcune italiane avevano la tendenza ad inzoccolirsi in modo pauroso appena superato il confine, comportandosi con una disinvoltura probabilmente sconosciuta in patria, le straniere erano disinvolte a modo loro senza tante sofisticazioni mentali.
Le olandesi abbondavano e le spagnole facevano la loro parte. Ma quelli erano i giorni del primo turismo, leggermente invasivo, proveniente dall’Est, con bellezze mozzafiato al seguito.
Il topless era la regola, non l’eccezione, ed il sottoscritto entrava, ahi lui, in quella fase della vita nella quale gli occhiali erano parte indispensabile per catturare i dettagli.
– Come mai porti gli occhiali in spiaggia? – mi chiedeva maliziosamente Susy
– Ehm. Per leggere il giornale…
– Ah, sì, capisci lo Spagnolo? E quando l’hai comprato questo benedetto giornale?
– No… è per leggere il prezzo dei gelati… adesso vado a farmi un Nestea… – E scomparivo.
Grande Susy. Era bonariamente tollerante e le volevo bene per questo.
E lei sapeva di essere riamata. Nessuno di noi aveva in mente che le Grandi Speranze potessero essere diverse da quelle pronosticate, anche se ognuno di noi, in quelle notti fatte di risvegli, che non finivano mai, cercava di tenere a bada quella nota dissonante che arrivava da lontano.

 

– Voglio mangiare questo benedetto pincho, insomma…
Le nostre serate trascorrevano nella trasgressione più totale. Nel senso che se trasgredire avesse significato non entrare mai in discoteca e condurre una vita regolata, noi eravamo tutti trasgressivi.
Che cosa fossimo andati a fare in quel posto, lo sapeva soltanto Gesù.
Le serate trascorrevano nel ping-pong accanito, seguito da qualche casta birra e poco più, ma la Spagna sotto quel profilo era la terra del bengodi per chi avesse voluto darci dentro a poco prezzo.
Birre, super alcolici, dolci dalle forme più svariate, sangrie deliziose, soprattutto la variante allo champagne, che scoprimmo soltanto durante gli ultimi giorni della nostra permanenza a Lloret.
E poi naturalmente il fantomatico pincho, uno spiedino di carne arrostita tanto invitante quanto probabilmente letale per le budella, del quale il Ricciolo si era innamorato, e noi gli impedivamo di prendere ogni sera.
– Insomma, dai! Voglio mangiare il pinchooo…
– Ma sì, dai lo mangerai domani… – e giù a ridere.
I giorni e le serate dunque trascorrevano in questa maniera. Ma una vita tranquilla poteva forse essere ideale per una coppia, non per i due single, che tali continuavano a restare.
Lo spauracchio del paracadute era sempre più vicino e le donne continuavano a latitare.

 

– Ho bisogno di sapere come si dice “Sei una bella ragazza” in Russo, presto…
Il Ricciolo si era invaghita di una russa che alloggiava nel nostro stesso albergo. Detto tra noi, una che avrebbe congelato un altoforno, ma non era mio compito far conoscere il mio scetticismo.
Glielo dissi. Avevo studiato Russo per un anno all’università e ricordavo soltanto le parole necessarie ella sopravvivenza, e fare i complimenti a una ragazza era tra questi.
Ance se l’idea stessa avrebbe poi potuto rivelarsi l’inizio di un suicidio, ma queste sono soltanto mie considerazioni.
La russa dunque (non il ministro) era una notevole ragazza probabilmente ricchissima, di età indefinibile, che poteva forse essere delimitata tra i 14 e i 25 anni. In pratica dalla pedofilia alla gloria, o viceversa, il passo era breve. Bellissima, infarloccata di gioielli e perennemente accompagnata dalla madre, probabile petroliera.
A causa delle dimensioni, naturalmente.
Il Ricciolo, che, dimentico della scommessa, lasciava trascorrere i giorni nella vana attesa di un incontro con lei, stile intervallo-a-scuola.
– Allora? L’hai fermata? Glielo hai detto? Sì o no?
– Ehm, sì, poco fa…
– Ma fatti furbo, se eri con me…
– Sì, mentre passavo…
Insomma, non tardammo a comprendere, col passare dei giorni, che il Ricciolo non aveva alcuna intenzione di salire sul paracadute e per evitare tale sciagura, si sarebbe umiliato a qualsiasi tipo di menzogna. Asseriva di avere conosciuto le ragazze più impensabili ogniqualvolta lo lasciavamo da solo. O in ascensore, o mentre era al bar e così via. Cominciammo a tenerlo d’occhio e aggiungemmo una prova visiva come clausola alla nostra scommessa, cosa che lo mandò su tutte le furie.
Ma non c’era soltanto la russa in quel concentrato di fi…gliole. (perdonate, mi sono impappinato sui tasti).
L’austriaca era una ragazza da cento miliardi di dollari. Nel senso che una giravolta sul tetto del mondo con lei, in seguito ad un probabile allineamento di tutti i corpi celesti, era da valutare tale.
Anch’essa con la madre (ma pensa te), occhi felini e il resto ve lo lascio immaginare. Show del nostro albergo.
Non piaceva né al Ricciolo né all’Amico.
Oddio, chi restava? La la la…
– Quella lì non mi piace per niente – disse Susy una sera, indicandomela. A lei non sfuggiva quasi nulla e la presenza strategica degli occhiali mi tradiva.
– E a te, piace?
Fischiettai. – Chi? Quella là… no… come dire… troppo… troppo… aggressiva, ecco.
– Ah, sì, aggressiva, eh?
– Sì, giochiamo a ping pong?
C’era poi l’olandese in topless (in spiaggia, non in giro), con la quale il buon Amico tentò un approccio spaventosamente disperato, in piena spiaggia.
Lui con gli slip tigrati e il cappellino da muratore.
Vi lascio immaginare l’esito finale della trattativa, durata non più di quattro secondi.
Mi spiaceva quindi leggere il terrore negli occhi dell’Amico, ogniqualvolta il paracadute trainato dal motoscafo solcava l’aere.
Infine c’erano le maialone bergamasche.
Non perché fossero bergamasche erano maialone, lo erano probabilmente perché insito nel loro DNA.
Avevano attirato l’attenzione dell’intero albergo in seguito al loro tiraggio disinvolto, di chi accede alla sala pranzo con smorfie di disgusto e puzzetta sotto il naso, con qualche frase lasciata cadere al punto giusto – Sai mica dove ho messo le chiavi del Toyota…?
Ma vai a dormire, te e il tuo Toyota. I sottoprodotti dell’ignoranza cominciavano ahimé a varcare i confini patrii e questa era la pubblicità che rendevano al Bel Paese.
L’albergo le odiò quasi subito, ultime a colazione, quando già la cucina stava chiudendo, ultime a pranzo e talvolta cena, quando non decidevano di mangiare un boccone fuori…

 

Pallavolo, quattro contro quattro in spiaggia. Tutti uomini. Italiani.
L’umiliazione inenarrabile per ogni uomo dedito al pallone.
Noi tre più l’amico occhialuto del “balòn”, quattro tipi etereogenei dall’altra parte.
Due, tre partite, giorno dopo giorno, poi la stuffja e la conoscenza.
– Ah… dunque tu sei della gobba… della juve, pardon… e anche tu.
Il destino aveva voluto che ci si trovasse opposti a quattro gobbi.
Nessuno di loro era di Torino, ovviamente. Uno di Pisa, l’altro di Bergamo, e due di Vicenza.
– Ma che ca…. tifate gobba da quella parte? Me lo spiegate? Perché?
Domanda senza risposta.
Non erano dei “gu” nei geni, e non erano per nulla geni, mettiamola così.
Sfotti oggi, sfotti domani, organizzammo una inevitabile partita sulla spiaggia per il penultimo giorno della nostra vacanza.
A pensarci bene, quante persone della nostra generazione hanno disputato sulla spiaggia quella che sembrava la partita della vita?
Una partita che si poteva anche perdere, visti gli anni che ancora eravamo consci di poter vivere, ma che spesso, grazie a quella sconsiderata e beffarda consapevolezza, riuscivi a vincere.

 

– Cosa ascolti?
La partita stava per cominciare, e Susy stava disegnando il profilo degli scogli su di un quaderno.
Le sfilai le cuffie dalle orecchie.
– Ah, i Pink Floyd! – ebbi un moto d’orgoglio. Finalmente le mie prediche erano andate a buon fine, mi illusi.
– Bella forza! E’ l’unico nastro che hai portato…
Feci per rimetterle le cuffie, poi esitai… – Qual è la canzone che ti piace ti più?
The Division Bell…
– Guarda che non c’è nessuna canzone che si chiami così…
– Ah… credevo… comunque è l’ultima.
– Ok, allora vuoi dire “High Hopes”. Significa grandi speranze.
– E’ triste… di cosa parla?
Infilai le cuffie e per un attimo sentii i Pink Floyd inondare la spiaggia di Fenals, come se stessero tenendo un concerto lì di fronte.

 

The grass was greener
The light was brighter
The taste was sweeter
The nights of wonder
With friends surrounded
The dawn mist glowing
The water flowing
The endless river

 

– Parla del trascorrere del tempo e delle cose che si perdono.
C’è anche un video molto bello ma… non so se ne ho capito il senso vero e proprio. Credo che siano legate alle cose che non puoi più fare una volta invecchiato… almeno…
– Vai campione, la partita ti aspetta… – mi sorrise, promessa di quanto di buono avrei provato ancora, con lei quella sera.
Mi alzai e corsi come un bimbo.

 

Nei libri di favole, alla fine, Davide vince sempre contro Golia.
Noi non eravamo Davide e gli avversari non erano caramelle alla menta.
Eppure vincemmo lo stesso, semplicemente perché sapere di rappresentare il Toro, benché a torso nudo, significava che la maglia era qualcosa di più profondo che la pelle.
Vincemmo dunque 2-1, riducendoci a un cumulo di sabbia e sudore, col tifo degli spagnoli locali che virò a nostro favore quando capirono che rappresentavamo il Toro, fresco reduce dall’impresa dell’eliminazione del Real, due anni prima.
Segnò per primo il ragazzo occhialuto, poi il Ricciolo si esibì nella sua specialità, l’autogol, e per giunta di testa, quindi il sottoscritto raccolse una palla che danzava sulla sabbia e la spinse dentro.
Quella volta mi sembrò che tutta la spiaggia di Fenals scoppiasse in un grido, e sarei andato a festeggiare in mezzo al mare-Curva, se solo avessi mai saputo nuotare.

 

Il Ricciolo cominciò a lamentare dolori sospetti alla caviglia quella sera stessa. Il tutto ebbe come risultato il fatto di costringerlo a letto per l’ultimo giorno di vacanza.
L’Amico quasi si era dimenticato della scommessa e dovette dibattersi a lungo con gli inservienti che, dietro mia bustarella lo legarono al paracadute.
Ancora me lo rivedo, lassù che urla. A pensarci bene fui un pazzo sconsiderato. Avrebbe potuto essere colto da infarto.
Ma sono convinto che, in cuor (sano) suo, abbia rimpianto molte volte quella salita in paradiso.

 

Il malanno del Ricciolo, che aveva scampato la giusta punizione paracadute, andava punito in qualche modo. Quella sera uscimmo in tre, lasciandolo nel suo letto di dolore. Gli dedicammo la serata, gustando il pincho che lui aveva tanto desiderato e mai assaporato, quindi ci sedemmo attorno a un tavolino per gustare cinque caraffe di sangria allo champagne. Cinque in tre.
Tornammo in albero sghignazzanti e storti come una saetta. Ci introducemmo nella camera del Ricciolo e, lasciandoci andare alle risate più incontenibili, cominciammo a percuoterlo violentemente con i copricuscini arrotolati.
Tentò di difendersi, ma le bordate che gli arrivarono, da noi ormai fuori controllo, furono cosa mica da ridere.
Ci salutammo e potete immaginare il resto.

 

La mattina seguente, in occasione dell’ultima colazione, entrarono le tre bald… anzose ragazze di Bergamo, sniffettanti puzza sotto il naso.
Non so cosa capitò. Molta gente era di partenza e non ne poteva più di loro.
Qualcuno, nell’enorme sala gridò – Maialone! E presto fu un susseguirsi di pernacchie e risate.
Mai vista una scena di aperta ribellione al tiraggio simile.
Proprio vero che erano altri luoghi e altri tempi.

 

Il Ricciolo completò l’opera delle sue malefatte, asserendo di essere in grado di gonfiare le ruote della mia macchina, prima del viaggio di ritorno.
I bar delle ruote anteriori dovevano essere 1.9, dopo due settimane di inattività, la mia vetturetta misurava 1.4.
Lui riuscì a portarle a 0.9.
L’avrei ammazzato, l’esperto.
Percorsi quasi 10 km in quelle condizioni, prima di trovare un benzinaio catalano disposto a farmi fare un viaggio in condizioni normali.

 

E così viaggiammo nella notte, lasciandoci alle spalle quelle due settimane fatte di tutto, fatte di niente, il pincho, la sangria, i topless delle ragazze, il paracadute dell’Amico e soprattutto una vittoria con i denti nella sabbia.
Ma soprattutto davanti avevamo il concerto dei Pink Floyd a Torino, distante meno di un mese.
E prima di allora un viaggetto a Venezia, solo per me e Susy.
Avevamo risparmiato talmente che i proventi delle ripetizioni ci avrebbero permesso di trascorrere altri quattro giorni in laguna.
Ma che tempi erano?
Eh sì, lasciare andare questa storia è un po’ come fermarsi su quell’autostrada nella notte, e vedere i fari rossi dell’auto che si allontana sempre di più.

 

– Viva gli sposi!
– Bravi!
– Viva!
Il lancio del mio riso non è neanche micidiale così come mi ero aspettato.
Il Ricciolo invece lancia bene, di precisione e colpisce l’Amico sulle lenti.
Ancora non sa, l’illuso che al ritorno dal ristorante troverà la casa piena di bicchieri d’acqua colmi fino al’orlo, piccolo lavoretto notturno del Ricciolo e del sottoscritto.
Sarà.
Sarà davvero che queste occasioni mi mettono addosso un po’ di tristezza.
Sì, sarà questo, forse perché è qualcosa che finisce e non potrà più essere.
In fondo è la storia della vita.
Tutti si avviano verso il ristorante, Ricciolo compreso.
Io no, resto a passeggiare un po’ sul fiume.
Chissà perché mi è venuta in mente proprio questa storia, nel giorno del tuo matrimonio.
Forse perché mi sono tornate alla mente le nostre speranze, le nostri Grandi Speranze.
Sai, caro Amico, allora non avevo compreso il significato di quel video.
Di quando fossimo fortunati in quei giorni che davamo per scontati.
Di quanto tutto risulti, strano, etereo e… impossibile da ripetere, talmente è stato bello per quella generazione, come affondare i denti nella sabbia.
Benché tutto sia passato così in fretta, benché ci abbiano poi sfilato il terreno sotto i piedi.
Anche a livello sportivo.
Giù dal ponte vedo la mia immagine riflessa e tremolante.
Ancora un attimo e poi vi raggiungerò.
Non ho il walkman, ma per un istante l’acqua mi sembra sia quella di Fenals e di fronte a me si stia per disputare la partita.

 

The grass was greener
The light was brighter
The taste was sweeter
The nights of wonder
With friends surrounded
The dawn mist glowing
The water flowing
The endless river
Forever and ever

FINE

 

I Pink Floyd tennero il concerto di “The division bell tour” il 13 settembre 1994.
Fu uno spettacolo, ma io sono di parte, e sempre lo sarò.
Amen

Il Toro di Calleri nella stagione 1994-1995, completamente rivoluzionato, vinse i due derby, ma quello fu il suo canto del cigno.
La retrocessione dell’anno successivo, fu una mazzata dalla quale non ci saremmo più ripresi.

Susy è diventata la mamma di due bambini.
Ci sentiamo ancora spesso e siamo rimasti amici, benché sia raro che si commentino i nostri giorni, per tacito accordo.

Non ho notizie delle maialone bergamasche, ma posso ipotizzarne la fine. Prole indemoniata, trucco pesante, marito puttaniere e sguardo triste.

Per chi volesse, questo è il link al video di High Hopes
http://www.youtube.com/watch?v=cMhkr-cgnHU&feature=related

 

Mauro Saglietti

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