I Pink Floyd sotto la Maratona

I Pink Floyd sotto la Maratona

Ascolta… non ci crederai! I Pink Floyd vengono a suonare a Torino…!

La devi finire di prendermi per i fondelli, Danilo.

Ti dico che è vero! Proprio qui al Comunale, a luglio!

Sì, accompagnati da tua sorella! Smettila di sfottere…

Guarda qui, sul giornale… proprio qui…ecco, lo vedi ora!

Guardavo il campo da gioco con gli occhi sbarrati. Mancava più…

Ascolta… non ci crederai! I Pink Floyd vengono a suonare a Torino…!

La devi finire di prendermi per i fondelli, Danilo.

Ti dico che è vero! Proprio qui al Comunale, a luglio!

Sì, accompagnati da tua sorella! Smettila di sfottere…

Guarda qui, sul giornale… proprio qui…ecco, lo vedi ora!

Guardavo il campo da gioco con gli occhi sbarrati. Mancava più di un’ora all’inizio di Torino-Empoli quel giorno, eppure il tempo si era fermato nel momento stesso in cui avevo realizzato che la notizia di Danilo era proprio vera.

I Pink Floyd sarebbero finalmente arrivati in Italia.

Non solo in Italia, a Torino.

I miei amici più cari della Curva quel giorno ebbero la stessa mia reazione. Qualcuno svenne alla notizia, qualcuno si inginocchiò in segno di ringraziamento.

Era tutto vero.

Questa è una storia che parla di miti, di leggende,di interessi comuni, di anni nei quali il peggio doveva ancora venire.

Questa storia parla di quanto sia bello essere giovani.

Questa storia parla di noi.

Il campionato 1987-1988 era stato imprevedibile, incosciente ed avventato quasi quanto lo era la nostra giovane età.

Le domeniche erano trascorse con gli amici di sempre in Curva, ed erano passate per i piedi di quel ragazzone austriaco per il quale le ragazze stravedevano, quel Tony Poster che si era presentato con tre reti alla Sampdoria di Vierchowood.

Immagini che scorrono, derby pareggiati per un soffio, molte soddisfazioni, la vittoria a Milano contro l’Inter col rigore di Cravero, l’umiliazione rifilata alla gobba in Coppa Italia.

Giorni indimenticabili in quella primavera, una sceneggiatura incredibile che aveva come sottofondo i nostri vent’anni.

C’era il Toro che lottava per un piazzamento Uefa e per la Coppa Italia, c’era l’esame di Maturità che incombeva, c’era una ragazza da tenere per mano… e neanche a farlo apposta, pochi giorni dopo l’esame, ci sarebbe stato il concerto dei Pink Floyd.

Una trama perfetta. Quanta voglia di vivere in quei giorni!

Purtroppo sappiamo come andò a finire per Poster e soci. Conosciamo la storia di un furto a Marassi, di una serata piovosa nella quale un semi-ragazzino riuscì ad uccellare il nostro portiere, peraltro spiazzato. Conosciamo la storia del palo interno, il cui rimbalzo alle volte è fuori, alle volte gol.

Per noi fu fuori…

Piangemmo in molti la sera dello spareggio con la gobba, ma ci voleva ben altro per farci crollare.

Ci sentivamo fieri del nostro senso di appartenenza.

No, davvero. Non bastava quello a farci crollare.

Il sei luglio ci recammo al Comunale per il concerto.

Eravamo i sei – sette di sempre. Bardati volontariamente con i nostri foulard granata, perché se eri del Toro non potevano non piacerti i Pink Floyd, se avevi vent’anni nel 1988 non potevi non aver attinto alla cultura musicale del decennio precedente, che ancora ti faceva tremare per la sua intensità. Se c’eri, dovevi essere uno dei nostri.

Ricordo ancora l’emozione all’ingresso nello stadio, sul terreno di gioco. Ripercorremmo il terreno di gioco con la memoria, e ogni ciuffo d’erba era testimone di una piccola gemma.

Qui Junior ha tirato la punizione contro il Milan…

Laggiù Pupi si è tuffato col Cesena…

Rammento la folla che si accalcava, il caldo intenso, i cavi d’acciaio tesi da una gru, dietro la Curva Filadelfia, che scendevano fino al palco. Cavi che sarebbero stati protagonisti di quello spettacolo.

Ricordo le ore che non passavano, l’ansia che aumentava, il cielo che si annuvolava inesorabile e soprattutto il foulard granata stretto al polso, incurante dello sguardo di qualche intruso.

Sembrava tutto così facile. Ci credevamo davvero sulla cima del mondo in quei momenti.

Poi furono attimi, mentre il cielo si oscurava e qualche rara ed isolata goccia di pioggia cominciava a scendere, i veli che coprivano il palco caddero e nell’aria si diffuse, tra le urla della gente, un accordo inconfondibile.

Era il sol minore di Shine on you crazy diamond.

Ancora non riuscivo a rendermene conto.

I miti musicali della mia giovinezza erano lì, di fronte a me, di fronte a noi.

Proprio lì, sotto la Maratona.

Dove tante volte avevamo gioito e assaporato la parola “magia”.

In quale altro posto potevano essere, se non lì, dove erano sempre stati già in anticipo, portati dalla nostra passione?

Una dopo l’altra si susseguirono le canzoni che avevamo sempre sognato, la magica On the turning away, One of these days, con l’enorme maiale che scorreva sui cavi di acciaio sulle teste degli spettatori, Time, ovviamente Money, Wish you were here, fino al pezzo che ci sorprese più di tutti. Comfortably numb.

La chitarra di Gilmour si dilania, quasi piange in quell’assolo interminabile, che non ci aspettavamo, quasi ci strazia l’animo di dolcezza.

Noi siamo lì di fronte, ci sono gli amici granata di sempre, c’è la ragazza dei sogni, c’è la Curva.

In quell’assolo di Gilmour è racchiusa tutta la nostra giovinezza e la nostra voglia di vivere.

Certo non immaginiamo che quella pienezza e quella felicità possano essere così fragili.

L’estate ci porterà via tutto, Licata è all’orizzonte, inizierà il declino.

Anche lei se ne andrà.

No, ancora no, l’assolo di Comfortably numb non è ancora finito.

E noi siamo lì.

Era la nostra istantanea di oggi, ragazzi.

E’ dedicata a chi ha nel cuore un assolo che significa libertà, come lo è stato per i nostri vent’anni.

Sapete, alle volte, dopo tutti questi anni, quando torno al Comunale, ancora mi sembra di sentire quelle note da lontano. Forse quel luogo può trattenere le emozioni del tempo, chissà.

Alle volte mi rendo conto che vorrei che quella notte non fosse passata mai.

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