Il Buco Nero

Il Buco Nero

di Walter Panero

 

Domenica 10 gennaio 2010. Verso sera. 

Sms da Londra:

“Via Beretta, torna Cola. Ma Cairo dev’essere pazzo!”

Poco più di un anno dopo. Domenica 20 marzo 2011. Sempre verso sera.

Altro sms da Londra:

Te l’avevo detto che Papa era come Baretta (Beretta…

di Walter Panero

 

Domenica 10 gennaio 2010. Verso sera. 

Sms da Londra:

“Via Beretta, torna Cola. Ma Cairo dev’essere pazzo!”

Poco più di un anno dopo. Domenica 20 marzo 2011. Sempre verso sera.

Altro sms da Londra:

Te l’avevo detto che Papa era come Baretta (Beretta e va beh si era sbagliato pure Mourinho…). Cairo è sempre più pazzo!”

Poco dopo:

“Questa sembra una gabbia di matti!”

 

L’amico inglese dimostra di avere le idee piuttosto chiare. D’altra parte a lui, cui sono bastati pochi mesi trascorsi a Torino per ritrovarsi con i nostri colori attaccati alla pelle in modo indelebile, deve sembrare ben strano quello che invece per noi sta diventando quasi un’abitudine. Un’abitudine che lui non può comprendere, visto che vive nel Paese in cui Ferguson allena il Manchester United da un quarto di secolo, mentre Wenger guida l’Arsenal da quindici anni.

Tra l’altro, l’Inglese ha vissuto solo una parte della storia iniziata quando, era il settembre del 2006 e mi trovavo non lontano da Salt Lake City in luna di miele, mi giunse un altro sms di qualche amico quella volta Italiano e non britannico che suonava più o meno così:

“A tre giorni dall’inizio del campionato, via De Biasi arriva Zac….Pazzia!”

“Ma Zac sta per Zaccarelli?” chiesi.

“No….Zac sta per Zaccheroni….” precisò l’amico.

Ah. Ecco. Andiamo bene. Ma GDB non doveva essere il nostro Ferguson?

Ma, come tutti sappiamo, il valzer era appena incominciato.

“Mai più col Signor De Biasi!” ci venne detto allora.

A febbraio riecco De Biasi. Il nostro Ferguson era diventato nel frattempo “L’uomo giusto per salvare il Toro”

E infatti salvezza fu. Correva l’anno 2007.

“Ecco Novellino, il ragazzo del Fila…l’uomo che ci farà tornare grandi….”

Stavolta durò parecchio. Dall’estate del 2007 alla primavera dell’anno successivo. Quando, per la terza volta, tornò De Biasi.

E’ quasi superfluo continuare. L’elenco ce lo ricordiamo tutti piuttosto bene. De Biasi lasciò il posto al ritorno di Novellino. Poi a quel galantuomo innamorato del Toro che risponde al nome di Camolese. Troppo galantuomo per essere confermato dopo una retrocessione di cui era stato il meno responsabile in assoluto. Meno del Presidente. Meno di tanti giocatori. Meno di certi arbitraggi e di certi strani giochini da parte del Bologna.
Poi Cola, Beretta, Cola, Lerda, la meteora Papa ed ora di nuovo Lerda dopo un brevissimo periodo di vacanza.

In sei stagioni, il valzer ha coinvolto otto allenatori per un totale di dodici avvicendamenti, cioè in media due a stagione. In pratica, tenendo conto del fatto che nei mesi estivi sarebbe stato difficile fare avvicendamenti, un cambio di allenatore ogni cinque mesi. Cosa da fare invidia persino a Liz Taylor con i suoi divorzi. Insomma: follia pura persino per noi che Inglesi non siamo. Una follia che ci rende ridicoli, al di là dei risultati penosi della squadra, in tutto il panorama calcistico italiano che già non brilla per serietà.

Domenica sera, dopo aver appreso la notizia del ritorno di Lerda ed aver scambiato qualche messaggio con l’amico inglese, ho deciso di fare un giro per il centro storico della città in cui vivo. Avevo bisogno di sfogarmi. Di radunare le idee dopo la sconfitta di Frosinone e la notizia che mi era appena piovuta in testa. In giro c’era un sacco di gente. Gente che passeggiava, che camminava, che correva. Gente con le sciarpe di una delle squadre della città che nel pomeriggio aveva giocato e perso una partita fondamentale per la sua permanenza nella massima serie. Gente con i vessilli della squadra ospite che, una volta tanto, se ne andava in giro tranquilla e non scortata, visto che con la squadra locale c’è amicizia. Gente che portava le sciarpe dell’altra squadra della città, impegnata in trasferta, che probabilmente era stata a casa si amici per vedere la partita. Si sentivano gli accenti più diversi: Lombardi, Piemontesi, Veneti, Toscani, Romani. E stranieri naturalmente: Francesi, ma anche Inglesi (o Americani? O Australiani?), Tedeschi, Russi e Polacchi come una coppia, lui con le stampelle e lei coi capelli più rossi di Boniek, che mi si è avvicinata chiedendo in Inglese informazioni per raggiungere la Cattedrale e per trovare un ristorante  in cui mangiare qualcosa di tipico a basso prezzo.

“Poi andate anche a Torino?”

“No…non ne abbiamo il tempo…”

“Peccato….è molto bella…specie in questi giorni di festa….”

Ma come si dirà in Inglese la Festa per l’Unità d’Italia? Boh. Non mi viene in mente. Pazienza, tanto a Torino questi non hanno la minima intenzione di andarci. Peggio per loro.

Dicevo che in giro c’era gente che si godeva la prima serata tiepida di quest’anno. Gente che chiacchierava allegramente. Gente che rideva.
Se la ridono alle mie spalle, ho iniziato a pensare. Mi conoscono, sanno che sono del Toro e se la ridono alle mie spalle. Mi sentivo un perseguitato. Uno zimbello. Una vittima delle loro risate.
Risate giustificate, ho pensato quasi subito, perché qualunque sia la squadra per cui tifano stanno quasi certamente meglio di noi. Lasciamo perdere i gobbi, le cui vittorie saranno per sempre macchiate dall’ombra del doping e di latrocini vari ed assortiti. Lasciamo perdere anche le altre squadre a strisce con cui non possiamo, e neppure vogliamo, minimamente compararci. Ma tutti, proprio tutti hanno goduto più di noi diciamo negli ultimi diciotto anni. I Romani, indipendentemente dal colore, di sicuro. I Genoani, pur avendo visto tanta B, di certo. I Doriani, anche se non si sa se si salveranno, pure. E si potrebbe continuare quasi all’infinito, parlando dei Viola, dei Napoletani, dei Bolognesi, dei Palermitani, dei Cagliaritani, di quelli dell’Udinese. Tutti hanno alternato momenti di dolore con momenti di gioia, ma qualche bella soddisfazione se la sono presa. Persino i Polacchi avranno avuto, calcisticamente parlando, più soddisfazioni di noi sia che tifino Wizwa, sia che tifino Lech o qualsiasi altra squadra.

Noi del Toro no. Noi solo sofferenze. Noi solo spettacoli indegni. Noi solo speranze deluse. Noi solo ricordi di un passato sempre più lontano.
Rischiamo di invecchiare vedendo il Toro precipitare sempre più in basso. Abbiamo tifosi di vent’anni che non sanno, se non dai racconti dei genitori, cosa si provi a vincere un derby. Ci troviamo nel punto più basso della nostra storia, ma continuiamo a precipitare ed abbiamo il sospetto di non aver ancora toccato il fondo. Siamo ormai gli zimbelli d’Italia e ci facciamo ridere dietro da tutti; e non solo dai tifosi delle Milanesi, delle Romane o delle Genovesi che ormai manco ci considerano. Ma dai Varesini, dai Novaresi, dai Vicentini, persino da quelli del Cittadella e del Frosinone. Da tifoserie che fino ad una manciata di anni fa si trovavano alla periferia del calcio.
Ci rendiamo conto di dove siamo finiti?

Come è stato possibile? Perché siamo piombati in questo vortice di negatività dal cui non riusciamo ad uscire? Un vortice nel quale la Società, resa assolutamente impopolare da una serie di risultati fallimentari, continua a spendere poco e male, cambia allenatori su allenatori senza che vi sia una parvenza di programmazione, allestisce una squadra non all’altezza dal punto di vista tecnico e soprattutto caratteriale, una squadra male assortita che produce risultati scadenti, che generano malcontento, che genera contestazione, che genera tensione, che genera altri risultati negativi, che generano ulteriore malcontento ed ulteriore negatività. E così via. Un vortice negativo dal quale sembra pressoché impossibile uscire. Un vortice negativo che, come un buco nero, ci trascina sempre più in basso.
Trascina in basso il Toro, o quello che di esso è rimasto. Trascina in basso noi. E ci espone al ridicolo.

Eppure noi tifosi siamo tanti. Ogni sabato soffriamo urlando allo stadio, o in silenzio nelle nostre case. Soffriamo come cani, ci arrabbiamo e, in molti casi, ci sentiamo così impotenti di non trovare manco più la forza di incavolarci. Ogni volta ci illudiamo che sia quella buona. E continuiamo a sperare ed a soffrire. Spesso per niente.

Possibile che non si riesca a fare qualcosa per uscire da questa negatività? Possibile che non si riesca a fare in modo che il vortice si diriga dalla parte opposta cioè non più verso il basso ma verso l’alto? Possibile che non si riesca ad evitare che il Toro sparisca per sempre e noi con lui?
Possibile?
Qualcuno ha qualche idea su quello che si potrebbe fare?
Io onestamente no. Almeno non in questo momento.

Domenica sera, dopo aver camminato nervosamente per più di un’ora, me ne sono tornato a casa ed ho cercato di pensare al Toro che fu. Un pensiero che in passato è sempre servito ad alleviare la mia rabbia e la mia desolazione anche nei momenti più bui regalandomi un senso di fierezza. Ma in questi giorni neanche quello può aiutarmi. E’ meraviglioso sapere di avere un passato per rifugiarsi in esso nei momenti difficili e lo abbiamo provato anche mercoledì sera durante il derby dei vecchi campioni. Ma bisognerebbe anche cercare di darsi un presente e, laddove possibile, un futuro.

Finora ho sempre cercato di individuare qualche motivo che mi permetta di essere ottimista. Vorrei farlo anche adesso, ma oggi proprio non ci riesco. Purtroppo.
Il fatto è che qui non si vede niente di buono. Niente di niente. Solo errori su errori. Proclami traditi. Improvvisazione. Tristezza. Buio.

In tutta questa oscurità arriverà mai qualcuno in grado di regalarci un po’ di luce?

A ben guardare c’è ancora una parte di me che in qualche modo non smette di sperarci.
Si vede che sono proprio innamorato.
Probabilmente, a questo punto, l’amico inglese direbbe che sono pazzo.

 

 

Siccome Toro – Grosseto si gioca venerdì 1 aprile ed è stato concordato che “La Risalita” non esca nei giorni successivi alla partita, salterò la prossima uscita e ci rivedremo sabato 9 aprile. E’ comunque probabile che la sera di domenica 4 aprile mi troviate, sempre da queste parti ma in altra veste, a parlare di altri sport. Un abbraccio a tutti.

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