Il calciatore, il tifoso e un derby indimenticabile

Il calciatore, il tifoso e un derby indimenticabile

di Walter Panero

Il calciatore:

Sono nato in Calabria, nel comune più a Sud della penisola italiana: era l’ottobre del 1955. A quei tempi, lo stipendio medio di un operaio era di circa 40.000 lire ed una tazzina di caffè ne costava 25. La Fiat 600, commercializzata proprio quell’anno, costava 590.000 lire ed un litro…

di Walter Panero

Il calciatore:

Sono nato in Calabria, nel comune più a Sud della penisola italiana: era l’ottobre del 1955. A quei tempi, lo stipendio medio di un operaio era di circa 40.000 lire ed una tazzina di caffè ne costava 25. La Fiat 600, commercializzata proprio quell’anno, costava 590.000 lire ed un litro di benzina per farla andare avanti veniva pagato 138 lire. Le trasmissioni televisive della Rai erano partite l’anno precedente e gli apparecchi TV iniziavano a diffondersi in tutta Italia: proprio pochi giorni dopo la mia nascita, andò in onda la prima puntata di “Lascia o Raddoppia” e tutti quanti si incontravano nei bar o in casa dei pochi fortunati che già possedevano un apparecchio televisivo, per assistere al quiz condotto da Mike Bongiorno, e conoscere personaggi indimenticabili come il Professor Mariannini.
 Da ragazzino pensavo solo al calcio: passavo tutte le mie giornate nei prati a correre dietro ad un pallone e, d’estate, tornavo spesso a casa a notte fonda beccandomi ogni volta i rimproveri dei miei genitori. A quei tempi era solo un gioco:ero bravino, ma non potevo certo immaginare che quella passione un giorno sarebbe diventata la mia vita. Non potevo immaginarlo quando mi trasferii nella vicina Sicilia per giocare nel Borgata Augusta. Non lo immaginavo neppure quando, all’età di diciotto anni, mi chiamarono al Siracusa in serie C, dove rimasi per due stagioni, nella seconda delle quali giocai 34 partite, segnando anche due reti. Qualcuno mi notò ed allora cominciai davvero a pensare che il gioco stava diventando una cosa seria: con la morte nel cuore, abbandonai la Sicilia, il mio profondo Sud, per andare lassù, nel freddo di Como. Ero triste e felice nello stesso tempo. Pensavo sempre a casa mia lontana, ai parenti, agli amici, ma quella era la mia grande occasione, perché la squadra lariana giocava in serie A: feci il mio esordio nella massima serie il 16 novembre del 1975. Giocavamo contro l’Inter e vincemmo addirittura 3 a 0. Avevo da poco compiuto vent’anni e mi sembrava un sogno trovarmi di fronte a gente come Sandro Mazzola e Giacinto Facchetti, che fino ad un pugno di anni prima ammiravo soltanto in televisione e sulle figurine.
 Malgrado quella vittoria, a fine stagione, mentre il Toro festeggiava lo scudetto, retrocedemmo ed io me ne tornai a Siracusa. Pareva la fine del mio sogno, in realtà mai cominciato, di diventare calciatore professionista. Probabilmente avrei chiuso lì la carriera e, dopo qualche anno, sarei stato costretto a trovarmi un “lavoro serio”.
 Passai al Chieti, sempre in serie C, quindi alla Pistoiese di Riccomini in B. Si dice che la fortuna non bussa mai più di una volta alla porta, ma per me non fu così: alla vigilia della stagione 1979-80, mi chiamarono dall’Ascoli ed ebbi la possibilità di calcare di nuovo i campi della serie A. Rimasi nelle Marche per tre stagioni, giocando praticamente sempre e segnando 11 reti che, a dir la verità, non erano tantissime per un’ala destra, come mi definivano allora.
 Al termine di quella stagione vennero a cercarmi dal Torino: i tempi gloriosi di Pulici e Graziani erano finiti da alcuni anni. Ma il nuovo Presidente Sergio Rossi, che aveva da poco sostituito Pianelli, sembrava voler fare le cose in grande: un progetto ambizioso che avrebbe dovuto riportare in alto il Toro con acquisti come quelli di Selvaggi, Borghi e l’argentino Hernadez.
 Fu una stagione di alti e bassi per il Toro e per il sottoscritto: dopo un buon inizio, la squadra si arenò un pochino per poi riprendersi a primavera. Io iniziai malissimo: non giocavo quasi mai. Ma poi Mister Bersellini cominciò a darmi fiducia assegnandomi con continuità un ruolo da titolare. Fiducia ripagata con uno storico gol a San Siro contro l’Inter (vincemmo per 3 a 1) e con una doppietta contro il Cagliari in casa (3 a 2 per noi). Il lungo inverno torinese stava per finire e il Toro si trovava in una posizione medio alta di classifica, quando si profilava di fronte a noi la partita più difficile, quella più attesa: il derby! E non era un derby qualsiasi, perché quella era la Juve dei sei campioni del mondo, la Juve di Platini e di Boniek, la Juve che si era appena qualificata per la semifinale di Coppa dei Campioni eliminando l’Aston Villa campione in carica. La Juve che, secondo gli esperti, non avrebbe avuto rivali quell’anno né in campionato, né in Coppa (*).
All’andata avevamo perso 1 a 0 con gol di Platini ed io ero stato in campo per tutti i novanta minuti. Ma quella era una Juve in difficoltà, mentre ora i ragazzi del Trap erano in gran forma, visto che qualche domenica prima avevano vinto a Roma e stavano ormai braccando da vicino i giallorossi di Liedholm.
Ci tenevo tantissimo a giocare, ma chissà….chissà se il mister avrebbe puntato ancora su di me, pensavo mentre andavo all’ultimo allenamento….Ebbene sì, mi comunicò l’allenatore! Avrei giocato! Non so descrivere la sensazione che ebbi quando seppi che avrei sarei stato in campo. Che ancora una volta mi sarei trovato di fronte quei mostri. Sognavo ad occhi aperti. La palla che arrivava ed io che la appoggiavo in rete. Che correvo sotto la Maratona a ricevere l’abbraccio della gente. Sogni. Bei sogni, ma sogni….

Il tifoso:

Sono nato nella periferia nord di Torino nel settembre del 1970, quando un operaio guadagnava in media 120.000 lire ed un caffè ne costava 70. L’anno dell’entrata in vigore in Italia della legge sul divorzio. L’anno dei Mondiali del Messico e della storica Italia-Germania 4 a 3. L’anno dello scudetto del Cagliari di Gigi Riva e della prima doppietta Giro-Tour dell’immenso “cannibale” Eddy Merckx.
Non so neppure io come e perché diventai del Toro. So solo che non ho mai avuto dubbi e, forse, con un padre granata da radio e non da stadio, non ho mai avuto la possibilità di scegliere. Era così e basta! Non poteva non essere così!
Il primo ricordo granata non è quello dello scudetto del 1976: dovevo essere troppo piccolo per ricordare. Il primo ricordo risale all’anno dopo: all’ultima giornata del campionato 1976-77. “Perché? Perché papà se noi ne abbiamo fatti cinque e la Juve solo due non li abbiamo superati, visto che eravamo dietro di un punto solo?” Non capivo che la vittoria valeva soltanto due punti. Non capivo che quella era la prima di una lunga serie di beffe di cui è stata costellata la mia “carriera” di tifoso. Non capivo cosa volesse dire perdere uno scudetto all’ultima giornata avendo fatto 50 punti su 60, quando normalmente ne bastavano 45 per vincere.
Il Toro continuava a perdere: finali di Coppa Italia (tre consecutive di cui due ai rigori), ignominiose e sfigatissime eliminazioni dalla Coppa Uefa. Ma io mi innamoravo sempre di più. Pupi era vecchio ed un po’ logoro, ma era pur sempre Pupi. E poi c’erano Zac ed il Poeta. C’era il grande Ciccio: quando mi ero fatto regalare la maglia del Toro, avevo voluto il 9 proprio come Ciccio.
Da piccolo allo stadio mio papà non mi portava mai. I miei compagni ci andavano con i loro genitori, ma io mai. Finalmente, doveva essere il 1978 o il 1979, vidi degli strani movimenti in casa e capii che era arrivato il momento. Per la prima volta, papà aveva deciso di portarmi allo stadio. Non c’era una grande partita quel giorno (papà non ha mai amato il casino), ma per il mio esordio andava bene anche un Toro-Ascoli. Ricordo che vincemmo e che segnarono Pupi e Ciccio. Soprattutto ricordo l’ingresso nello stadio: l’odore acre dei fumogeni, il rullo dei tamburi, il ruggito della Maratona all’annuncio delle formazioni ed all’ingresso in campo del Toro. La gioia collettiva per un gol segnato.
Crescevo. Il Toro perdeva colpi e pezzi. Se ne andarono il Poeta, Ciccio e Pupi. Di quelli là era rimasto praticamente solo Zac. Per un paio di stagioni avevamo rischiato di brutto la B. Ma quell’anno, quello successivo ai trionfali mondiali di Spagna, avevamo qualche speranza di tornare a far bene. Certo, i gobbi ci sfottevano con la loro classica espressione di superiorità: avevano uno squadrone ed erano convinti di non aver rivali in Italia ed in Europa. Ma noi, qualche piccola soddisfazione ce la stavamo togliendo: battemmo il Doria 3 a 0, vincemmo a San Siro con l’Inter, fermammo la Roma di Liedholm e Bruno Conti sull’1 a 1. Insomma: non eravamo una brutta squadra.
E’ morta la piccola Zora! Papà è venuto a dirmelo all’uscita di scuola che è finita sotto una macchina in Corso Grosseto. Si può morire così alla vigilia del derby? Si può, purtroppo. Che periodo: va tutto male. Mi è morto il cane  e domani non potrò manco andare alla partita. Papà non ha voluto sentire ragioni: il babbo di un mio compagno di scuola si era offerto di portarmi con loro, ma non c’è stato verso. Quando si mette in testa qualcosa, papà non cambia idea: domani si andrà dai nonni in campagna e ce ne staremo attaccati alla radio. Che palle! Non vedo l’ora di crescere ancora un po’ per poter andare allo stadio con gli amici. Da grande non voglio perdermene manco una di partita!
“Che? Sei triste perché sai già che perderete il derby?” dice un mio amico gobbo la mattina di quel 27 marzo mentre si prepara ad andare al match! “Tiè! Vinciamo noi!” rispondo. “Sì…sì…3 a  0 per noi! Ih…ih…ih….non siete nessuno! Saremo campioni d’Italia e d’Europa!”
Ma che ne sa lui? Che ne sa di me? Del perché sono triste? Che ne sa di cosa si prova quando muore il tuo cane? Che ne sa di cosa vuol dire tifare per il Toro?
A pranzo non mangio con la consueta voracità. Sono pensieroso. La nonna mi rivolge la parola, ma io sono distratto, rispondo a monosillabi .“Ma a cosa stai pensando? Non ti piacciono i “tajarin” che ho fatto a mano stamattina apposta per te?”.
“Ma no nonna…non è quello…sai com’è: oggi a Torino c’è il derby…”
“Cosa jè? L’ai nen capì…”
“La partia….in questo periodo pensa solo al pallone” Interviene mia madre “ è un momento così….crescerà….gli passerà questa malattia….”
Mancano pochi minuti all’ inizio. Penso all’urlo della Maratona. Penso allo stadio colorato di granata. Penso ai miei amici che hanno la fortuna di essere là.  “Pà dai…accendi la radio….la partita sta per cominciare….”

Il calciatore:

Dal tunnel degli spogliatoi sento l’urlo della nostra gente. Mi tremano le gambe per l’emozione, quasi come se fosse la mia prima partita in serie A. Guardo i nostri avversari. Sono quasi tutti grandi campioni. Il monumentale Zoff e gli altri eroi di Spagna: Gentile che annullò Maradona e Zico; Cabrini che è considerato il miglior terzino del mondo e che oggi mi troverò di fronte; Scirea e Tardelli; quell’antipatico di Bettega e Pablito Rossi; Platini e Boniek. Entriamo in campo. Sento un boato fortissimo che proviene da dietro di me. Mi volto: è la Maratona. Tra i fumogeni granata si vede la nostra gente che surclassa come sempre quella della curva opposta che quasi sembra scomparire. Loro ci credono. Tutta la settimana al Filadelfia, durante gli allenamenti, ci hanno chiesto non di vincere, ma almeno di dare tutto quello che abbiamo dentro. Di mangiare l’erba. Di uscire dal campo con la maglietta più sudata e più sporca di quella dei nostri avversari. Capitan Zac ci ha fatto un bel discorsetto l’altro giorno. Ci ha raccontato i derby di qualche anno fa, quando le gambe dei gobbi tremavano soltanto al pensiero di incontrare una maglia granata.
Son cambiate un po’ di cose da allora, ma se ci crede la nostra gente, se ci credono Zac e Dossena perché non dobbiamo crederci noi?
Perché la Juve è forte…e lo dimostra subito: Platini lancia Boniek, il polacco mette in mezzo, il nostro Van de Korput sembra controllare agevolmente, ma, invece di rilanciare, cerca di passarla al portiere Terraneo; purtroppo c’è in agguato Rossi che anticipa tutti e insacca alla sua maniera. Sono passati dodici minuti e siamo già sotto di un gol. Tutti i piani difensivi del mister sono saltati.
Cerchiamo di attaccare senza disunirci, ma di fronte abbiamo la difesa più forte del mondo e tutti gli sforzi sembrano vani. La fine del primo tempo arriva troppo presto. Negli spogliatoi scuoto la testa. Mi sento un po’ abbattuto. Ho la sensazione che tutto sia compromesso ed inutile. Ma capitan Zac mi si avvicina: “crederai mica che sia finita qui? Ne ho giocati di derby io e so che queste partite non finiscono mai! Forza forza….andiamo in campo e facciamo vedere alla gente, alla nostra gente che il Toro non muore mai!”
Purtroppo mi sa che stavolta Zac si è sbagliato: ogni sforzo per pareggiare sembra vano e anzi, al sessantacinquesimo minuto, la Juve raddoppia: progressione di Boniek che salta Danova e costringe capitan Zac al fallo. Rigore inevitabile. Platini, che di solito non sbaglia mai, stavolta tira debolmente. Terraneo respinge, ma proprio sulla testa del Francese che ribadisce in rete: 2 a 0 per loro. Stavolta è finita per davvero, penso mentre me ne torno a testa bassa verso la nostra metà campo tra i gobbi che ghignano.

Il tifoso:

“Reteeee….reteeee….raddoppio della Juventus…Platini ha ribadito in rete la corta respinta del portiere granata Terraneo…il parziale da Torino, quando sono trascorsi venti minuti nel corso del secondo tempo, è quindi di Torino 0, Juventus 2….”
“Pà…stavolta è proprio finita, vero?” esclamo dopo che Enrico Ameri ha appena annunciato il raddoppio dei gobbi.
“ Mi sa di sì” risponde mio padre… “è vero che il derby è il derby e che le partite finiscono al novantesimo, ma rimontare due gol a questi mostri in poco più di venti minuti è davvero un’impresa impossibile….”
Mi vien voglia di spegnere la radio. Ma sì, in fondo ho fatto bene a non andare allo stadio. Mi sarei fatto solo del sangue amaro. Che rabbia. Che rabbia. Chi li sente i gobbi domani a scuola?

Il Calciatore:

 “Dobbiamo crederci ancora! Alè! Alè! Non abbiamo più nulla da perdere! Proviamoci ancora!” Stavolta è Dossena a parlare. Sembra una bestia ferita. Si butta in mezzo all’area avversaria. Il nostro libero Galbiati scodella un traversone in mezzo. Dossena di testa la tocca alle spalle di Zoff e va a prendersi gli applausi della nostra gente.
 Ma non è finita. Passano sessanta secondi. Dossena per Beruatto sulla sinistra. Il nostro terzino va sul fondo e mette in mezzo un cross precisissimo per la testa di Bonesso che la spinge dentro: incredibile! In un minuto siamo passati dall’inferno al Paradiso!

Il tifoso:

“Reteeee….ha segnato Dossena per il Torino… con un colpo di testa…il Torino ha accorciato le distanze…e pertanto ora la situazione è la seguente: Juventus 2- Torino 1, linea a Sandro Ciotti…”
“ Dai…dai….dai pà che non è finita! Non è finita possiamo ancora pareggiare….”
“Forse…ma…”
“….Attenzione!! Attenzione!! Ancora una volta è andato a segno il Torino! Pareggio! Ha segnato Bonesso….ancora una volta un colpo di testa…questa volta dalla sinistra…ha permesso al giocatore che, ricordiamo nel secondo tempo ha sostituito Borghi, di segnare il gol del pareggio…pertanto, dopo circa ventisette minuti dall’inizio della ripresa, la situazione al Comunale di Torino è la seguente: Juventus 2 – Torino 2…linea a Ciotti….”
“E adess vinciuma! “ esclama mio papà mentre io esulto saltellando con la radiolina in mano…

Il calciatore:

“E adesso vinciamo!” gridano all’unisono Capitan Zac e Dossena. La Curva Filadelfia, che fino a poco tempo fa festeggiava, ora se ne sta zitta. Sarà per il silenzio, sarà per l’ombra che da sempre la contraddistingue, sarà per gli spenti colori che caratterizzano i gobbi, ma sembra davvero che laggiù si assista ad un funerale. Facce da sepoltura hanno anche i giocatori in campo. Sono allibiti e si vede chiaramente che se la stan facendo sotto. Dall’altra parte, la nostra gente si abbraccia. Festeggia con i suoi mille colori. Ma non  è sazia. Ci invita ancora ad attaccare. A cercare di vincere la partita. Una partita che fino a cinque minuti fa sembrava persa, ma che adesso possiamo, anzi dobbiamo vincere!
Ci buttiamo ancora in avanti. Mi trovo al limite dell’area avversaria. Capitan Zac, da sinistra, scaglia un pallone dalla parte opposta. Decido di lasciarla passare visto che sulla destra arriva Van de Korput. Vado a piazzarmi verso il centro dell’area mentre con lo sguardo seguo il mio compagno che scende sulla destra e si prepara al traversone. Sono all’altezza del dischetto quando parte la palla. La vedo arrivare verso di me. Nessuno degli altri interviene. Faccio un mezzo passo verso destra. La palla arriva a mezza altezza. In una frazione di secondo penso che l’unico modo di colpirla sia quello di tentare la sforbiciata…in allenamento ci provo spesso, ma in campo è un’altra cosa….se la manco faccio una figuraccia proprio sotto la curva dei nostri tifosi….e invece….e invece….urla….un boato che mai avevo sentito prima e penso che mai più sentirò….non so come, ma la palla picchia a terra ed entra dentro….come un pazzo corro verso la curva dove la gente urla, ride, piange, si abbraccia….corro ancora ad abbracciare il Mister….prima di essere travolto da tutti gli altri…
Gioia e commozione. I gobbi sono distrutti. Non hanno più la forza di reagire. E’ finita! E’ finita! Eravamo morti e in tre minuti siamo risorti. Mi chiamano eroe, ma davvero non mi rendo conto di quello che è successo. Di quello che ho fatto. Non mi rendo conto che in quell’istante stava cambiando la mia vita.

Il tifoso

“Attenzioneeeee! Torino in vantaggio! Terza rete del Torino!….in quattro minuti la Juventus è crollata ed ha subito tre reti…risultato Torino 3- Juventus 2….”
Urla, lacrime ed abbracci. Abbiamo vinto il derby nel modo più incredibile. Incontro amici granata sotto casa. Ancora abbracci e lacrime. L’amico gobbo di stamattina passa, abbassa la testa e fa finta di non vederci. Lo ignoriamo e continuiamo a festeggiare tra di noi. Non merita di essere preso in considerazione. Perché questo è uno di quei momenti in cui ci rendiamo davvero conto di quanto sia bello essere del Toro!

 Il calciatore

Malgrado quel gol, a fine stagione, dovetti a malincuore lasciare il Toro. Passai al Catania e poi alla Lazio sempre in serie A. Quindi alla Ternana in C ed infine al Chieti dove chiusi la carriera di giocatore. Intrapresi quindi quella di allenatore nella Primavera della Lazio, nel Catanzaro, nell’Acireale, nel Castel di Sangro e nel Latina. E, ogni volta che mi presento, tutti…ma proprio tutti mi chiedono di raccontare di quel gol in quel derby ormai sempre più lontano. Un derby che, mi sono reso conto col tempo, ha fatto la storia non solo del Toro, ma del calcio Italiano. Così come nella storia del calcio è entrato il mio nome….
Dimenticavo. Per chi ancora non lo avesse capito: mi chiamo Fortunato Torrisi.
 
 
 Il tifoso

 Al contrario di quanto pensavano mia mamma e mia nonna, la malattia per il Toro non mi  passò con gli anni. Anzi! Presi ad andare allo stadio sempre più spesso con gli amici. Cominciai a fare l’abbonamento seguendo le partite prima al Comunale, poi al Delle Alpi, quindi di nuovo al Comunale diventato nel frattempo Olimpico. Ho alternato molti momenti tristi a pochi felici. Ho visto il Toro retrocedere e risalire in A. L’ho visto vincere una Coppa Italia (la mia unica vittoria da tifoso) e perdere una finale di Uefa per colpa di un palo. Lo stesso che mi ha strozzato in gola l’urlo di gioia per una promozione all’ultimo rigore. Ho visto vincere e perdere un derby all’ultimo minuto. Ho visto passare fenomeni e bidoni. Ho visto il Toro morire per poi resuscitare e rinascere. Ho anche cambiato città, ma la lontananza non mi ha fatto  perdere la passione, anzi!  Ogni volta che gioca il Toro, col caldo, col freddo, con la pioggia, col sole sono là, al mio posto. Devo essere là. E quando guardo quella porta, quella sotto la Maratona (che non è più la stessa, ma è pur sempre la Maratona) la mia mente vola a quel ricordo lontano. A quel derby. Alla palla che viene calciata con forza e che finisce alle spalle di Zoff. Alla voce di Ameri. Alle mie lacrime di gioia. Alla faccia dei gobbi. Alla corsa pazza di Fortunato Torrisi.

(*)  In realtà riuscì nell’impresa di perdere entrambi: infatti, lo scudetto andò alla Roma di Liedholm e Falcao, mentre la Coppa dei Campioni fu perduta dagli strafavoriti gobbi nella finale di Atene contro l’Amburgo del mitico Wolfgang Felix Magath che segnò il gol vincente dopo una manciata di minuti

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