Il padre, il ragazzino e Walter- gol

Il padre, il ragazzino e Walter- gol

di Walter Panero

E’ il 15 giugno del 1983. Un paio di giorni prima che, in seguito alle rivelazioni di alcuni pentiti, venga arrestato il povero Enzo Tortora. Beppe Saronni ha da poco vinto il suo secondo Giro d’Italia. La nostra Nazionale è Campione del Mondo da poco meno di un anno ed è ormai praticamente fuori dai prossimi Europei francesi. Sta per iniziare la prima sfida italiana…

di Walter Panero

E’ il 15 giugno del 1983. Un paio di giorni prima che, in seguito alle rivelazioni di alcuni pentiti, venga arrestato il povero Enzo Tortora. Beppe Saronni ha da poco vinto il suo secondo Giro d’Italia. La nostra Nazionale è Campione del Mondo da poco meno di un anno ed è ormai praticamente fuori dai prossimi Europei francesi. Sta per iniziare la prima sfida italiana alla Coppa America con Azzurra che, al comando del mitico Cino Ricci, sarà la prima a tener svegli gli Italiani riempiendo le chiacchere al bar di parole fino ad allora sconosciute come “bolina” e “strambata”. Alla radio imperano “Thriller” di Michael Jackson, “Every breath you take” dei Police, ma i veri tormentoni sono “Amico è” di Dario Baldan Bembo e “Vamos a la playa” di due strani ragazzi che cantano in Spagnolo, ma sono torinesissimi.
Il padre e il ragazzino camminano nei pressi dello Stadio Comunale. Il ragazzino è felice. La scuola è finita da pochi giorni e, come regalo per la sua promozione in terza media, il padre ha deciso di fargli un regalo: poco prima di cena (allora queste cose si potevano ancora decidere all’ultimo momento) il padre gli ha detto: “Dai che stasera andiamo a vedere il Toro!”. Non è la prima volta che lo porta allo stadio, ma stasera il padre ha deciso proprio di fare le cose in grande: non si va in Maratona come sempre, ma in tribuna. Il ragazzino è emozionato ed è felice, anche perché ha potuto coronare un suo vecchio sogno. Poco prima della partita, infatti, il padre gli ha fatto un altro regalo: erano anni che la desiderava e finalmente eccola, l’aveva al collo; era proprio come la voleva: a bande granata e bianche con i bordi tricolori. La sua nuova sciarpa. La sua prima sciarpa del Toro.
Manca poco all’inizio della partita. Il padre ed il ragazzo sono seduti in tribuna. Che lusso entrare nello stadio poco prima dell’inizio della partita e potersi sedere belli comodi, non come là in Maratona dove si sta in piedi per ore e se piove la prendi proprio tutta. Com’è bella e colorata la nostra curva vista da qui, pensa il ragazzo. Si guarda intorno….”ma quello, papà, lo conosco…mi pare di averlo visto in TV….non è dei nostri, vero?”.  “Eh no” risponde il padre”vedi, quello è Josè Altafini….uno che ha giocato nel Milan e nella Gobba….sicuramente stasera non tiferà per noi”. “E cosa ci fa qui?” chiede il ragazzo; “Boh….dovrà parlare in televisione o per radio della nostra partita…”
Già. La nostra partita. Stasera si gioca la semifinale di ritorno di Coppa Italia contro il Verona. E la cosa più importante è che chi vincerà andrà a giocarsela contro i gobbi. E’ forte il Verona di Bagnoli. E’ salito in serie A lo scorso anno, ma ha fatto un grandissimo campionato arrivando sorprendentemente quarto, cinque punti davanti a noi che siamo giunti ottavi.
“Stasera non dovrebbe essere difficile, verò papà?” dice il ragazzino mentre le squadre entrano in campo.
“Non dovrebbe” risponde il padre “all’andata abbiamo vinto 1 a 0 con gol di Hernandez e oggi ci basta il pari” poi si ferma….riflette….e aggiunge “ma col Toro non si può mai dire”.
Eh sì. Non si può mai dire. Le cose però sembrano mettersi bene: il Toro va in vantaggio con Spadino Selvaggi dopo un quarto d’ora. Ma l’ex Volpati pareggia dopo una manciata di minuti. L’1 a 1 sarebbe buono, ma al 77’ arriva la beffa:  Domenico Penzo, bomber di quel Verona e futuro gobbo, infila Terraneo e porta in vantaggio i gialloblu. Il Toro non ce la fa a raddrizzare la situazione. Non ci sarà nessuna sfida finale coi gobbi. Sarà il Verona a giocarla e a perderla dopo qualche giorno.
Il ragazzino ora è  molto triste. Gli viene da piangere, ma non vuole mostrarsi debole agli occhi del padre. E’ un ometto ora, gli ripete sempre sua nonna.
“Papà….ma perché abbiamo perso? Tutti erano sicuri che vincendo a Verona fosse tutto facile”.
“Sì….ma col Toro non si sa mai….forse l’abbiamo presa sotto gamba….forse dovevamo attaccare di più….quel Comi è troppo giovane….abbiamo avuto tutto l’anno problemi in attacco….”
“Ma dal prossimo anno non avremo più di questi problemi, eh pà…” dice il ragazzo che ha ritrovato un sorriso furbetto
“Staremo a vedere….quello là che abbiamo preso sembra forte…ma ricordati che non basta un uomo per fare una squadra. E poi accade spesso che giocatori che fuori di qui sembrano fenomeni, appena arrivati al Toro si trasformino in veri e propri brocchi”
Il ragazzino scuote la testa piena di ricci….sorride ancora….ed esclama “Vedrai….vedrai….ci divertiremo…ci farà sognare a furia di gol….”
Quello là si chiama Walter Schachner ed è il centravanti della nazionale austriaca di cui ha difeso i colori durante gli ultimi due mondiali. Il Toro di Sergio Rossi lo ha da poco acquistato dal Cesena dove nelle ultime due stagioni ha totalizzato 58 presenze e 17 gol. Ma il ragazzo non ricorda queste cifre. Ricorda solo un veloce colosso biondo che semina come birilli i giocatori di una certa squadra a strisce. E che spedisce per ben due volte la palla alle spalle del monumento Zoff. Il ragazzo ora sogna ad occhi aperti. Vede una curva tutta granata. Vede una freccia bionda che entra nell’area avversaria. Salta il terzino ricciolino. Salta l’altissimo stopper. E si beve anche Zoff deponendo la palla nella porta vuota. E poi corre….corre ancora a prendersi l’abbraccio della sua gente in delirio.
La tristezza è sparita. Ora il ragazzino è di nuovo felice.

Sono passati quasi tre anni da quel giorno. E’ il 27 aprile del 1986 e si gioca l’ultima giornata di campionato. Guarda caso l’avversario è lo stesso di allora: il Verona. Ma nel frattempo sono cambiate molte cose. Un anno prima, i gialloblu si sono laureati per la prima volta campioni d’Italia proprio davanti al Toro. Il ragazzino è cresciuto e ora frequenta la seconda liceo. Non va più col padre alla partita, ma con un gruppo di amici e compagni di scuola. Non andrebbe in tribuna manco se gli regalassero il biglietto, perché il Toro si può vedere solo in Maratona. Anche il risultato è diverso da allora: sempre 2 a 1, ma stavolta per noi. La sciarpa, quella sì, è la stessa di quella sfortunata partita di tre anni fa. E ne ha viste tante. Ha visto il Toro arrivare secondo. Ha visto la coppa Uefa. Ha visto tante e tante sgroppate del biondo austriaco.
“ZIGO ZAGO, ZIGO ZAGO WALTER GOL!” quante volte lo ha gridato il ragazzo (pensando anche a sé stesso e a quel nome strano che il padre gli aveva imposto ma che mica gli piaceva tanto…). “ZIGO ZAGO, ZIGO ZAGO WALTER GOL!” ruggiva la Maratona. E Walter scattava. E Walter correva. E Walter saltava uno, due avversari. E Walter tirava verso la porta. Se la centrava era quasi sempre un grandissimo gol di quelli che ti fanno urlare più forte. Di quelli che ti fanno sentire ancora più fiero di essere del Toro. Il fatto è che spesso il tiro in porta non ci finiva: andava alto, o fuori o sul portiere che rimaneva tramortito dalla potenza del tiro. Ma tu sapevi che Walter era sempre lì: pronto a ripartire, a riprovarci. Sempre.

Dopo quella partita col Verona, lo striscione che in Maratona inneggiava a Schachner-gol venne ripiegato per l’ultima volta. Il guerriero austriaco lasciò il Toro dopo tre stagioni con 85 presenze e 18 gol fatti e almeno il doppio mangiati. Passò all’Avellino per altre due stagioni (55 presenze, 13 gol), per poi tornare al suo paese dove giocò fino al 1998, quando, all’età di 42 anni, intraprese la carriera di allenatore. Molti, ricordando soltanto i gol che sbagliava, considerano ora Schachner alla stregua di un brocco. Ma dimenticano che nelle tre stagioni in cui rimase al Toro, la squadra giunse quinta, seconda e infine quarta. Roba che adesso….
Schachner fu soprattutto un grosso equivoco: memori della sua brillante e prolifica esperienza cesenate, lo considerammo sempre un bomber. Ma lui, suo e nostro malgrado, non lo era. Era piuttosto un uomo assist. Uno in grado di correre e sradicare le difese. Uno accanto al quale, un ancora acerbo Serena fece una grandissima stagione. Uno che pativa il peso della responsabilità di dover per forza essere lui a buttarla dentro. Uno che con al fianco una punta vera ci avrebbe esaltati ancora di più senza farci disperare come spesso è accaduto per i suoi incredibili errori sotto porta.

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