Il ragazzo che non aveva paura di sognare

Il ragazzo che non aveva paura di sognare

di Walter Panero

 

Genova. Un giorno di fine inverno.

 

Al di là dei luoghi comuni e delle convinzioni di chi, abitando sull’altro versante degli Appennini, pensa che da queste parti ci sia sempre il sole ed il clima sia perennemente mite e quasi primaverile, in inverno ci sono giorni in cui a Genova fa veramente un freddo cane.
Oggi è proprio uno di…

di Walter Panero

 

Genova. Un giorno di fine inverno.

 

Al di là dei luoghi comuni e delle convinzioni di chi, abitando sull’altro versante degli Appennini, pensa che da queste parti ci sia sempre il sole ed il clima sia perennemente mite e quasi primaverile, in inverno ci sono giorni in cui a Genova fa veramente un freddo cane.
Oggi è proprio uno di quei giorni. E’ vero: il cielo è di un azzurro intenso e limpido ed il sole bacia le case in stile littorio che sfilano alla mia sinistra, trasformando il loro pallore in un colorito giallastro, ma c’è un vento che porta via. La tramontana, che arriva non si sa bene da dove, si infila dappertutto spazzando le strade e le piazze, ed entrando nelle ossa delle persone che cercano invano di ripararsi con le loro sciarpe ed i loro cappelli.

Cammino velocemente con le mani infilate nelle tasche nel vano tentativo di riscaldarle. Cammino velocemente e, dopo aver fatto alcune commissioni da queste parti, attraverso la zona della Foce, un tempo borgo di pescatori, ma ora uno dei quartieri più eleganti della città, con i lunghi viali alberati che a me ricordano in qualche modo quelli della mia Torino.
Alle mie spalle c’è il mare, con il complesso fieristico che ogni anno ad ottobre viene invaso da orde di turisti che si aggirano con bramosia e curiosità tra i padiglioni del Nautico; che poi cosa ci sarà di tanto interessante nel vedere cose che sai benissimo di non poterti permettere né in questa vita, né nella prossima.
Alla mia sinistra parte, come una lama, la nobile Via Venti Settembre. Una lama dritta puntata verso quello che rappresenta allo stesso tempo il cuore ed il ventre della città: il Centro Storico con i suoi vicoli.
Qualche decina di metri più in là, verso destra, c’è la piazza in cui quasi dieci anni fa perse la vita quel ragazzo di poco più di vent’anni; quindi la collina di Albaro, dalle cui ville, la sera, i figli della “Genova bene” raggiungono i vicoli a bordo dei loro macchinoni potenti o dei loro scooter che costano quanto un’utilitaria…..eh sì, perché “fa figo” tirare tardi nei “caruggi” della “Città Vecchia”, e se poi la gente che ci abita (perché qualcuno nelle case del centro storico ci abiterà pure…) non riesce a dormire la notte pazienza, e soprattutto chi se ne frega.
Di fronte a me, là in fondo, leggermente spostata sulla sinistra, ecco la Stazione Brignole e, oltre ad essa, oltre quel ponte della ferrovia, la Val Bisagno che prende il nome da un torrentello apparentemente innocuo e quasi sempre asciutto il quale però, di tanto in tanto, si allea con la pioggia e decide di risvegliarsi ricordando alla gente la sua esistenza e andando a bussare alle porte delle case e dei negozi, come un ospite inatteso quanto sgradito. Poco più in su si erge, come un tempio profano tra le case, lo Stadio di Marassi, quello che molti vorrebbero spostare fuori città ma che per ora resta immobile e fermo al suo posto, anche se chi abita in zona diventa praticamente prigioniero in casa propria ogni volta che si gioca una partita. E al giorno d’oggi non si gioca più soltanto la domenica come accadeva un tempo, ma quasi ogni giorno della settimana lavorativa.
Oltre lo stadio, la città continua per chilometri tra le colline e, superato il monumentale cimitero di Staglieno, si infila come un serpente di cemento armato verso i monti che, là in fondo, appaiono imbiancati dall’ultima neve di questo inverno che sembra non volersi arrendere. Forse questo freddo arriva proprio da laggiù. O dall’altra parte di quei monti dietro i quali la Liguria si abbraccia col Piemonte e con l’Emilia Romagna.
No. In verità non lo so da dove arriva ‘sto benedetto vento. So solo che fa un freddo porco. E che questa forse è la zona più gelida della città, visto che almeno nei vicoli le case si stringono l’una all’altra  offrendo un minimo di riparo ai passanti.
Mannaggia! Mi scappa anche la pipì. Devo assolutamente trovare un posto per liberarmi dal peso che sta opprimendo la mia vescica. Devo assolutamente cercare un bar per riscaldarmi un pochino, prendere qualcosa di caldo e soprattutto per trovare un cesso. E sì perché , mentre in tutto il mondo, persino in Turchia, quando giri per il centro di una città vedi ovunque dei cessi in cui trovare sollievo, in questo paese, quando devi pisciare, o la fai per strada o ti infili in un bar. Ho l’impressione che gli stranieri, venendo in Italia, si facciano l’idea che noi abbiamo delle vesciche particolarmente resistenti, oppure che ce la facciamo addosso o in strada. E questo non aumenta certo la già scarsa considerazione che all’estero hanno di noi.

Mi allontano dal viale principale imboccando la prima strada diretta verso destra e lasciandomi alle spalle quei grattacieli in vetro che riflettono il sole e guardano con aria quasi di sfida la parte antica della città come a voler dire: “voi rappresentate il passato, mentre noi siamo il presente e soprattutto il futuro di questo posto!”.
Mi muovo un po’ a caso alla ricerca di un posto che mi permetta di riscaldarmi. E di pisciare. Ecco. Quell’insegna dice che lì dentro c’è un bar. Senza neppure guardare apro la porta a vetri ed entro mentre, come sempre, un alone di vapore sale sui miei occhiali rendendomi praticamente cieco per qualche secondo. Me li sfilo e, con un fazzoletto, cerco di ripulirli alla bell’e meglio.
Mi guardo intorno. Questo posto sembra uscito direttamente da un film degli anni Sessanta. Ci sono alcuni tavolacci di formica verde dove quattro pensionati giocano a Cirulla (1), mentre intorno a loro si è formato un capannello di persone che, rigorosamente a fine mano, commentano le giocate e gli errori di questo o di quello. Poco più in là, altre persone, sempre piuttosto anziane, si danno alla lettura dei giornali: o meglio, uno legge e commenta a voce alta le notizie del quotidiano cittadino, mentre gli altri, sempre e solo nell’idioma locale, rispondono. Si formano ben presto due fazioni diverse. Se si parla di calcio ci si divide in Doriani o Genoani. Se si parla di politica, in gente di destra o di sinistra. Anche se poi, a dir la verità, di Doriani e di destrorsi non è che se ne vedano poi molti da queste parti.
Discutono della squadra dei nostri giorni. Di Ballardini e Gasperini. Di Milanetto e Marco Rossi. Poi vanno lontano, indietro nel tempo….Bagnoli…Scoglio…Pato Aguilera…le punizioni di Branco…i colpi di testa di Skuravy….e poi ancora Pruzzo….Bruno Conti….il Poeta Claudio Sala….e ancora…..

“Un caffè, grazie….” dico rivolgendomi all’uomo con pochi capelli che sta dietro al bancone di legno e che mi ha accolto, squadrandomi, con un misto di scazzo e di curiosità. Non devono essere tanti coloro che entrano per caso in questo posto, ho subito pensato, e non è che lui faccia molto per non farmelo pesare. Va beh. Pochi secondi. Il tempo di un caffè e di una pisciatina e poi si torna a casa. Che poi si capisce benissimo che sono entrato per la pisciata e non certo perché questo posto sia famoso per fare il migliore caffè della città.
Ne approfitto per dare un’occhiata al giornale sportivo. Si parla come sempre quasi soltanto di squadre a strisce e di poco altro. Che disastro, questo calcio moderno. Meno male che esistono ancora posti come questo dove le strisce sembrano non essere ancora arrivate, penso ancora tra me e me, mentre guardo le foto in bianco e nero che stanno dietro al bancone tra una miriade di gagliardetti ed adesivi rossoblu.

“…Bella quella sciarpa!….” dice una voce che proviene dalla mia destra. Come per un riflesso condizionato,  porto immediatamente la mano al collo e mi ricordo di ciò che lo circonda: da quando abito qui non c’è una volta che io non esca di casa senza la mia sciarpa granata al collo. Naturalmente parlo dell’inverno, perché se lo facessi d’estate mi prenderebbero per fesso più di quanto già sembro. La porto quasi come se fosse un simbolo di identificazione, un modo per dire: “signori, in questa città ci sono anch’io!…in questa città ci siamo anche noi!”.
Mi volto e vedo che la voce è uscita dalla bocca di un signore che dimostra una sessantina d’anni, forse qualcuno in più: magro e non molto alto, capelli bianchi, occhi chiari sotto gli occhiali, barba lunga ed incolta. Se ne sta seduto in un angolo, quasi in disparte, con il suo giornale posato sul tavolo. 

“Eh…grazie…è la squadra della mia….cioè….vedo che qui siete tutti genoani….però io…ma lei è…..è dei nostri?” dico.

“No…io non sono dei vostri….io sono abbonato al Grifone da oltre sessant’anni….ci andavo ancora con le buone anime di mio nonno e di mio padre quand’ero piccolino subito dopo la guerra….quando voi….beh…lo sai no?”

“Certo….certo che lo so….parla..di quelli lassù….” dico puntando il dito verso l’alto.

“Sì….sì….anche se io loro non è che me li ricordo tanto bene….ero piccolo, sai com’è….” dice ancora l’uomo. Si interrompe un attimo ma poi riprende: “…invece lui me lo ricordo fin troppo, sai?”
Lo guardo con la curiosità di chi intuisce, ma non capisce fino in fondo.

“…Lui sì che me lo ricordo bene!…Avevamo più o meno la stessa età….e quando andavo a giocare con i miei amici a pallone io facevo finta di essere lui…..e un po’ gli somigliavo persino, visto che anch’io ero piccolo e gracile….certo gli somigliavo solo fisicamente….perché poi lui era un genio…..era capace di tutto….come quella volta…quella volta che distrusse praticamente da solo la Fiorentina….che  tempi….che giocatore….che classe…che tipo con quei capelli….”

Ora capisco tutto. Ma decido di starmene zitto e di lasciarlo parlare. Di ascoltare e basta . D’altra parte non avrei molto da dire….

“…la sai una cosa?….Lui  qui ci veniva abbastanza spesso….io abitavo su a Marassi e a quei tempi questo bar era di gran moda, mica come adesso….ci veniva un sacco di bella gente….giovani cantanti come Gino, Luigi e Fabrizio (2) che si trovavano qui a bere, a chiacchierare e volte strimpellavano persino la chitarra….qualche attore famoso…e anche alcuni calciatori….si diventava non dico amici, ma quattro parole le scambiavano volentieri anche con noi che facevamo i camalli giù al porto e che al bar ci potevamo venire solo una volta ogni tanto. Però si parlava….di politica sì….allora c’erano i rossi, i neri, e gli amici dei preti, mica come adesso che non ci capisce più niente nessuno e nessuno sa più cos’è!…Poi si parlava di pallone ma anche di altri sport….di ciclismo, certo….c’erano ancora i Coppiani ed i Bartaliani anche se Coppi era morto da un pezzo e Bartali non correva più da almeno dieci anni….e di pugilato….da queste parti girava anche il Bruno (3),…il grande pugile genovese che anni dopo diventò campione del mondo….chissà lui come se la passa adesso…. ma erano anche i tempi che stava uscendo quel nero là….Cassius Clay….quello che poi ha cambiato nome….te lo ricordi? Eh no….tu mica te lo puoi ricordare visto che potresti essere mio figlio, ma magari lo hai visto in televisione….ah….com’è ridotto male, poveretto….e pensare che ha più o meno la mia età che sì, io qualche acciacco ce l’ho ma mica mi posso lamentare….cosa stavo dicendo già?…Ah la mia testa…ogni tanto mi dimentico le cose e….”

“Mi stava parlando dei calciatori….di quello con i capelli lunghi…..”

“Ah sì….eh…povera la mia testa…..ecco sì….Gigino, certo Gigino….lui si sedeva sempre là…” mi indica col dito della mano destra un tavolino verso il fondo del locale “… e non era mica di tante parole, sai? Però…però a me era simpatico, anche se tutti dicevano che era strano….parlava sempre sotto voce….gli altri ci andavano pesante col vino e col whisky….e pure a me piaceva, anche se non potevo permettermi di ubriacarmi….ma lui niente!…al massimo una bibita…tanti sorrisi, una buona parola per tutti, ma mai troppe….però….però con le ragazze ci sapeva fare….me la ricordo quella che veniva qui con lui….magari si erano conosciuti qui, chissà….dicevano che era di Milano….dicevano che era fidanzata con un altro….ma io da un certo punto in poi li vedevo sempre insieme…..”

“ E poi?…” cerco di dire per indirizzare il monologo dell’uomo.

“…E poi….e poi….poi ce lo portarono via….venne il tuo Presidente con un sacco di palanche e ce lo portò via….lassù….al freddo…nella nebbia….noi facemmo un sacco di casino per strada per cercare di fermare la vendita, per cercare di tenerlo qui con noi….ma sapevamo tutti che non ci sarebbe stato niente da fare. Il nostro Presidente ci raccontò che con i tanti soldi che aveva preso dalla cessione di Gigino avrebbe fatto una grande squadra….e invece lo sai come finì?”

“No…non lo so…” gli dico scuotendo la testa.

“Finì che l’anno dopo, senza Gigino, senza i suoi dribbling ed i suoi gol, finimmo dritti in serie B, altro che tornare grandi!…E pensare che con lui eravamo arrivati ottavi….una delle migliori stagioni dai tempi gloriosi dell’inizio del secolo, altro che musse (4)!…Ma io ti dico una cosa: quello che ho visto fare  a Gigino su un campo di pallone non l’ho mai più visto fare da nessuno….perlomeno in Italia….sì… sì…c’è stato il Poeta….e Conti….si vede che nel destino della nostra squadra c’era il fatto di avere sempre delle grandi ali destre…ma uno che dribblava come lui….uno che accarezzava il pallone come lui io non l’ho mai più visto….e poi devi tenere conto che era giovane, tanto giovane quando….beh…questo lo sai, no?…te l’avranno raccontato….”

Faccio sì con la testa, mentre vedo che gli occhi dell’uomo diventano lucidi.

“…Non lo vidi mai più giocare, il Gigino. Nel ’65, quando il Toro venne qui, lui non era in campo, forse stava male…forse non se la sentiva di giocare contro quelli che erano stati i suoi colori….non mi ricordo….so solo che lui non c’era….poi noi, come ti ho detto, siamo retrocessi e….e quel giorno maledetto  avevamo pareggiato qui a Marassi col Padova….o era il Venezia?…Sì….mi sembra il Venezia…ma eravamo contenti lo stesso perché i nostri cuginastri le avevano prese a Torino….eh sì….il Gigino doveva averli castigati per bene!…La sera venni qui a fare una bevuta con gli amici e me ne tornai a casa bello contento….non sapevo….beh….quello che era successo l’ho saputo il giorno dopo dai giornali….non mi vergogno a dire che ho pianto, quel giorno….tutti qui erano tanto tristi….anche i doriani….ah, dicevano, se non avessimo perso magari quella sera non lo avrebbero lasciato uscire e sarebbe andata in modo diverso. Non lo so. Non credo. Si vede che era destino. Quello che so è che al funerale ci volevo andare eccome! Ma sai com’è….il lavoro….mi ero appena sposato….alla fine lasciai stare…e me ne pento ancora adesso!…Molti miei amici del club ci andarono in macchina….ne parlano ancora a distanza di oltre quarant’anni….ed io, quando arriva il 15 di ottobre, non posso fare a meno di pensare a lui….a quell’omino timido, piccolo, smilzo e pesino un po’ buffo che però in campo si trasformava e li sistemava tutti….però vedi….lui è rimasto sempre giovane….noi ce lo ricordiamo sempre così com’era…leggero come una piuma con i suoi capelli al vento….te lo immagini il Gigino vecchio come me?…Io proprio non ci riesco….”

Faccio nuovamente sì con la testa e sento che la commozione dell’uomo si è impossessata anche del mio cuore….starei qui ad ascoltarlo per ore….vorrei parlargli del nostro Gigino…di quello che mi racconta mio padre e di cui ho letto nei libri….di quello del famoso gol all’Inter….di quel derby avvenuto la settimana dopo il tragico incidente in cui tutti i nostri, sia in campo che sugli spalti, esultavano e piangevano contemporaneamente…. ma si è fatto tardi….c’è qualcuno che mi aspetta a casa e magari si sta anche preoccupando…..guardo l’orologio e….

Portala sempre con fierezza quella sciarpa al collo, ragazzo! Anche se adesso siete in Purgatorio, io so che tornerete presto in Paradiso. Perché è quello il vostro posto! Quando due anni fa vi abbiamo dato il colpo di grazia mi è dispiaciuto veramente tanto. Non lo dico perché tu ora sei qui. E so che tanti tra quelli della mia età, o anche della tua, la pensano come me…”

“Sì…ma quel giorno a Torino eravate in tanti….e molti tra voi hanno esultato…..”

“Lascia perdere….quelli sono solo degli stupidi ragazzotti esaltati perché non hanno mai visto niente e credono che la nostra e la vostra siano squadre come tutte le altre….come la Gobba….come le milanesi…..e invece no!…Le nostre non sono squadre come tutte le altre!…Noi siamo la leggenda del calcio in Italia e non passeremo mai di moda….anche se cercano di metterci in un angolino, non passeremo mai di moda! Cosa vuoi che ne sappiano loro della Leggenda del Vecchio Grifo, del Mito degli Invincibili, e dei dribbling di Gigino che infiammarono il cuore delle nostre città?…Cosa  vuoi che ne sappiano loro di cos’è stato per noi Gigino?…Cosa vuoi che ne sappiano loro di cos’è stato, di cos’è, il Toro?…Loro avevano fame di vittoria e voglia di urlare, ed hanno esultato….so che non li puoi perdonare, ma sappi che non sanno nulla e non contano nulla…sono un nulla nella nostra storia anche se pensano di essere tutto loro….”

Annuisco ancora mentre osservo la tazzina del mio caffè che nel frattempo è diventato gelido. Lo trangugio in fretta. Allungo la mano verso il mio nuovo amico e lui la stringe forte con la sua che sa di lavoro duro nelle fabbriche o al porto.

“Caspita….si è fatto tardi…..mi spiace ma adesso devo proprio andare….però ripasserò di qui….e spero di ritrovarla ancora….” gli dico.

“Sai com’è…..tra figli e nipotini non è che mi rimanga tanto tempo per venire al bar….però tu passa….ho ancora tante cose da raccontarti su Gigino….e non solo su di lui….”

Esco dal bar e vengo subito colpito da una raffica di tramontana gelida. Porca miseria, penso, sono entrato in quel bar al solo scopo di farmi una pisciata e alla fine me la sono tenuta e non ho fatto niente! Pazienza. A questo punto cercherò di resistere fino a casa.

Dopo aver attraversato la strada ed aver superato l’imponente facciata in granito grigio della stazione Brignole, imbocco l’elegante Via San Vincenzo dove gruppuscoli di ragazzi appena usciti da scuola urlano a squarciagola imbacuccati nelle loro sciarpe ora rossoblu ora blucerchiate; proseguo poi sotto i portici di Via Venti Settembre fino a raggiungere la meravigliosa Piazza De Ferrari con la sua fontana al centro ed il Palazzo Ducale sullo sfondo; infine scendo lungo Salita di San Matteo e mi infilo nel ventre della città.
Sono certo che anche Gigino non aveva paura ed amava andare alla scoperta di questi vicoli in cui, anche quando pensi di conoscerli a fondo, ti può capitare di seguire una direzione e di accorgerti, dopo un po’, di essere nuovamente tornato al punto di partenza. In cui la puzza di piscio si mescola con l’odore di pesce, di spezie e di basilico provenienti dalle case e dalle trattorie. In cui i panni stesi sventolano liberi nell’aria contribuendo a dare colore alla città. In cui le prostitute ti invitano facendoti l’occhiolino e, quando tu sorridi allargando le braccia e facendo cenno di no con la testa,  ti sorridono a loro volta. In cui sei ragazzotti, forse stranieri, si sfidano a pallone in una piccola piazza usando come porte i loro giacconi e indossando le maglie delle squadre del posto.

Ecco….ecco….c’è un ragazzino che li sta dribblando tutti….quello indossa una maglia diversa da loro….quella maglia è….ma è la nostra maglia granata! Ha i capelli lunghi…. ma quello è…..no…non è possibile!…Gigino è morto tanti anni fa!…Eppure….quei dribbling….quel modo particolare di accarezzare il pallone….

Forse soffro di allucinazioni. Sarà il freddo. Sarà l’età che avanza.
O forse no. Forse vedo meglio di chiunque altro. Forse davvero in qualunque ragazzino che gioca a pallone per strada, libero come un passerotto, c’è  sempre qualcosa di Gigino Meroni.
Di Gigino l’eterno ragazzo.
Di Gigino che non aveva paura di invecchiare.
Di Gigino che non aveva paura di stupire e di stupirsi.
Di Gigino che non aveva paura di amare.
Di Gigino che, come tanti di noi, non aveva paura di sognare.

E di inseguire i propri sogni come se fossero veri.

 

Questo è un racconto di pura fantasia, anche se i luoghi che ho descritto sono assolutamente corrispondenti a quella che per me è la realtà. D’altra parte, il bar alla “Foce” che Meroni frequentava e nel quale si dice avesse conosciuto Cristiana esisteva veramente all’inizio degli anni Sessanta, ma ignoro se ci sia ancora e come sia diventato adesso: per “ricostruirlo” ho preso spunto da alcuni bar che ancora si possono trovare passeggiando a piedi per i quartieri della Vecchia Genova.
L’uomo da me incontrato al bar è anch’egli frutto della mia fantasia, ma credo di poter dire che il suo modo di essere ed i suoi pensieri rispecchiano quelli di moltissime persone della sua generazione, al di là dei noti “fatti di Torino” del maggio di due anni fa che portarono alla rottura dello storico gemellaggio.
Preparando questo pezzo, parlando con la gente in città, mi sono reso conto di una cosa al di sopra di tutte: in soli due anni di permanenza al Grifone, Gigi Meroni seppe raccogliere infinita stima ed infinito amore. Tutti, proprio tutti coloro che lo videro giocare, sono concordi nel definirlo uno dei più forti di sempre. Tutti, proprio tutti, al solo nominarlo si tolgono simbolicamente il cappello e si commuovono come se il tragico incidente che ce lo portò via troppo presto fosse accaduto pochi mesi fa.

Infine ringrazio Marco che, pur senza saperlo, mi ha fornito l’idea per scrivere questa storia.

Grazie anche a Giacomo per le consulenze sui luoghi e sulla lingua genovese.

 

 

(1) Gioco di carte genovese simile alla scopa.
(2) Gino Paoli, Luigi Tenco, Fabrizio De Andrè.
(3) Bruno Arcari, nato a Genova il 1 gennaio del 1942, Campione del Mondo dei Superleggeri dal 31 gennaio del 1970 al 16 febbraio del 1974.
(4) In dialetto genovese è l’organo sessuale femminile, ma di solito questo termine viene usato nel senso di “falsità, bugia, balla”.

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