Il regalo più bello

Il regalo più bello

MAURO SAGLIETTI

Essere nati il 25 del mese di maggio porta vantaggi e svantaggi allo stesso tempo.

Si è nel pieno della primavera, l’estate è alle porte, le giornate sono lunghe, ed il periodo dell’anno è ideale per festeggiare.

Il lato negativo è che quando conosci una persona nuova e questa…

MAURO SAGLIETTI

Essere nati il 25 del mese di maggio porta vantaggi e svantaggi allo stesso tempo.

Si è nel pieno della primavera, l’estate è alle porte, le giornate sono lunghe, ed il periodo dell’anno è ideale per festeggiare.

Il lato negativo è che quando conosci una persona nuova e questa scopre che sei nato sotto il segno dei gemelli, invariabilmente ti dice che hai una doppia personalità.

Mai capita ‘sta storia e ‘sta profondità di pensiero.

Ad ogni modo ci si fa l’abitudine.

Comunque, dicevo, la bellezza dell’essere nati il 25 maggio risiede però anche nel fatto che è una data speciale da ricordare.

Ho ricevuto svariati regali nella mia vita.

Uno più bello dell’altro.

Non me ne vogliano le persone care, chi mi è sempre stato vicino o gli amici di sempre.

Tutti bellissimi i loro regali.

Certo nessuno dei loro pensieri è riuscito anche solo lontanamente ad eguagliare il regalo più bello di tutti, che mi venne fatto nel 1983.

Non avrei mai potuto immaginare che il dono più bello per la mia festa sarebbe stato fatto da un tedesco.

Ed il bello fu che non aveva carta regalo da scartare.

Era un cross.

 

Questa storia parla di sorprese, di mondo che gira al contrario e di come ogni tanto una fragorosa risata non dico che possa seppellire il mondo, ma almeno l’arroganza.

Ogni tanto quella sì.

 

Nel 1983 la squadra bianconera sembrava uno schiacciasassi, soprattutto nelle coppe europee.

Se in campionato la lotta sembrava alla pari con la Roma, con i giallorossi in leggero vantaggio, in Coppa dei Campioni (quanto suona più familiare questo nome rispetto alla super inflazionata “Champions”) la loro marcia sembrava davvero non avere rivali.

Illuminati da Platini, Boniek e Rossi, i bianconeri avevano fatto fuori squadre del calibro di Standard Liegi, Bordeaux e Widzew Łódź, squadra polacca allora decisamente competitiva.

Solo la finale contro l’Amburgo li separava da quella coppa che non erano mai riusciti a vincere, avendola sfiorata nel 1973, quando erano stati sconfitti in finale dall’Ajax di Rep.

In campionato però le cose non erano andate come ci si aspettava.

Il 27 marzo si era scatenato un autentico tsunami che li aveva pacificamente spazzati via dalla lotta per il titolo.

Uno tsunami che a noi granata scalda ancora il cuore.

La Coppa dei Campioni era quindi obbiettivo primario e decisamente abbordabile, tanto più che i tedeschi finalisti sembravano già destinati a sconfitta certa, essendo almeno sul piano tecnico nettamente inferiori ai quotati avversari.

 

A scuola i gobbi sfottevano noi granata in continuazione. Non era bastata la sonora lezione del 27 marzo.

No, neanche quella.

Continuavano a ripetere che “la Coppa era loro”, che “avrebbero fatto un sol boccone dei crucchi”, che “voi del Toro non siete neanche nelle coppe”, che “noi siamo i più forti” e cose di questo genere.

Purtroppo avevano ragione. Erano forti veramente, ma il loro valore non li autorizzava all’arroganza.

Un compagno gobbo addirittura, la mattina del giorno dell’incontro, portò in classe una bandiera sulla quale era già stata stampata la famigerata coppa.

Già.

La coppa.

 

Non so per quale sorta di strano masochismo, ma mi ero recato a vedere ottavi di finale, quarti di finale e semifinale della loro avventura europea, sempre dai vicini di sotto.

Gobbi.

No, non ero malato. Bisogna andare indietro con la mente di 24 anni. Oggi in molte case ci sono almeno un paio di televisori, per non dire di schermi al plasma e diavolerie varie. All’epoca già tanto se ce n’era uno, spesso ancora in bianco e nero. Quello di casa mia era spesso prenotato dalla nonna, quindi la visita ai vicini era quasi obbligata, a meno che non me ne fossi altamente fregato.

Non era il mio caso.

 

Avevo masticato amaro fino a quel momento, assistendo i loro trionfi nonostante le mie gufate.

Il bello era che loro credevano che io fossi sportivo veramente, che “tifassi per la squadra italiana”.

Folli. Tacevo, ma dentro ero un ribollire.

Quella sera mi accolsero con “Vieni ad assistere al trionfo?”, accompagnato dal “Dai, che dopo andiamo tutti a festeggiare, vieni anche tu?”

Rabbia sorda e cieca. Ora non ce la farei più.

Certo che vederli festeggiare proprio la sera del mio compleanno…

 

Atene dunque, 25 maggio 1983, sulla carta davvero non c’è storia, i bianconeri giocano davanti ad almeno 30000 tifosi giunti dall’Italia. Un migliaio sono tedeschi, gli altri si suppone neutrali, ma lo stadio è tutto per Platini e soci.

L’Amburgo si schiera con Stein, Kaltz, Jakobs, Hyeronimus, Wehmeyer, Groh, Rolff, Magath, Milewski, Hrubesh e Bastrup.

Gli altri sappiamo chi sono.

Dopo nove minuti il numero dieci dell’Amburgo, Felix Magath si sposta sulla sinistra e tenta un mezzo traversone.

Gol.

Proprio così, gol.

Il traversone di Magath è la nostra istantanea di oggi.

Zoff guarda la palla beffarda entrare e nulla può, completamente sorpreso.

“Gol!” urlo anch’io, poi mi accorgo che nella stanza, nel gelo totale, stanno tutti guardando me.

Mi compongo, ma dentro sento nascere un formicolio stranissimo.

Mancano 80 minuti, tantissimi per poter recuperare, un’enormità per una squadra piena di campioni del mondo.

Invece no, non ce la fanno più.

La Coppa, così sicura, scivola lentamente dalle loro mani

Durante gli ultimi minuti mi accorgo che il formicolio è diventato un’incredibile voglia di ridere per quello a cui sto assistendo.

Quando l’arbitro Rainea fischia la fine, la risata è diventata uno sghignazzare incontenibile.

<!–[if !supportLists]–>- <!–[endif]–>Bè… io vado… so che dovete festeggiare…”.

Me ne vado nel gelo più totale, mentre le mie risate rimbombano per le scale.

Non mi invitarono più a vedere altre partite.

 

Il giorno dopo feci in modo di arrivare molto in anticipo a scuola, in modo da accogliere i “trionfatori” con la stessa risata che non mi aveva abbandonato dalla sera prima.

All’epoca ci si sfotteva ancora in modo goliardico e con ironia, non si passava quasi mai alle offese personali.

Si parlò di galletti amburghesi per qualche giorno e tutto finì lì.

Sapete, però alle volte se ci penso, mi sembra ancora di sentire risuonare quella risata…

 

Era la nostra istantanea di oggi, ragazzi.

E’ dedicata a chi ha ancora voglia di ridere, a chi antepone l’ironia all’arroganza tracotante.

Come dite? Che fine ha fatto la bandiera con la coppa?

Sapete, ci sono alcuni siti di aste on-line sulle quali ogni tanto viene “battuto” un pezzo simile.

Fateci un salto, se vi va.

Soprattutto se avete voglia di ridere.

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