Il vice Maradona…

Il vice Maradona…

di Walter Panero

Sabato 15 novembre 2008. Lo stadio Olimpico di Torino è gremito come non mai ed è tutto colorato di azzurro. E’ iniziato da poco il secondo tempo e il numero 10 calcia, scavalca l’avversario, raccoglie la palla e la scarica verso un suo compagno che vola tra le maglie della difesa avversaria ormai irrimediabilmente battuta. Il numero 10 indossa la…

di Walter Panero

Sabato 15 novembre 2008. Lo stadio Olimpico di Torino è gremito come non mai ed è tutto colorato di azzurro. E’ iniziato da poco il secondo tempo e il numero 10 calcia, scavalca l’avversario, raccoglie la palla e la scarica verso un suo compagno che vola tra le maglie della difesa avversaria ormai irrimediabilmente battuta. Il numero 10 indossa la maglia bianca e azzurra della sua Nazionale. E’ bello, il numero 10. Ed è anche incredibilmente forte. Le ragazzine, a casa sua, ne hanno fatto un idolo, anche se lo sport che pratica non è certamente il più popolare nel suo paese. Da piccolo ha provato col calcio, ma si è presto accorto che non faceva per lui: il suo destino non stava nella palla rotonda, tanto venerata dalle sue parti, ma in quella strana palla di forma ovale adorata soprattutto nel mondo anglo-sassone.
“La meta è del numero 11, ma il merito di tutto è del 10!” dice mia moglie che è seduta alla mia sinistra. Non è una grandissima esperta di quello strano sport che prende il nome dalla città inglese in cui la leggenda dice sia stato inventato, ma qualcosa ormai lo mastica dopo aver assistito ad alcune partite degli ultimi mondiali. E continua dicendo: “ Lui ed il 12 sono decisamente una spanna sopra tutti gli altri. Me li ricordo ai mondiali in Francia, quando l’Argentina umiliò i padroni di casa francesi nella partita inaugurale… ora mi sfuggono i nomi….mi ricordi come si chiamano?”
“Beh” rispondo io “il 12 è Contepomi, mentre il 10 è Juan Martin Hernandez detto El Mago, gioca nello Stade Francais dove lo paragonano a Zidane, ma per tutti è il Maradona del rugby”.
Il pubblico, intanto,  che dapprima si era ammutolito per la meta avversaria, si scioglie in un grande applauso per il fantastico gesto tecnico del mediano argentino, il  che evidenzia la grande differenza di maturità tra il pubblico del rugby e quello del calcio.
La partita è ormai praticamente perduta per l’Italia e la mia mente comincia a vagare nel passato….Hernandez….eppure quel nome mi dice qualcosa….ricordo un piazzale pietroso di periferia nel pieno sole di una lontana estate….Hernandez….ricordo alcuni ragazzini con un pallone….Hernandez….
“Questa sarà una stagione memorabile per noi della Juve: il campionato potrebbero anche non cominciarlo, perché tanto sarà nostro  come negli ultimi due anni. E finalmente vinceremo anche la Coppa dei Campioni. In squadra abbiamo sei campioni del mondo, e inoltre ci sono anche il grandissimo Michel Platini e Zibi Boniek che hanno trascinato la Francia al quarto e la Polonia al terzo posto ai mondiali di Spagna. Non ci ferma nessuno….Juve! Juve!” dice uno dei ragazzi, guarda caso quello con la faccia più antipatica di tutti.
“Occhio, occhio a noi dell’Inter! Con Beccalossi e Muller a centrocampo e Altobelli davanti saranno dolori per tutti” dice un altro ragazzino con la faccia un po’ triste.
“Io sono del Toro, ma dico attenti alla Roma….con Falcao, Bruno Conti e il bomber Pruzzo ha la fantasia dei brasiliani” aggiunge un altro con l’espressione furbetta di chi la sa lunga.
“Attenti al Napoli!….con Ramon Diaz faremo del male a tutti!” dice un altro in maglia azzurra, capelli ricci e faccia da scugnizzo. “Sì….Diaz….manco fosse Maradona….voi del Napoli non vincerete mai nulla!” è ancora il gobbo a parlare.
“Verona….sarà il Verona la vera sorpresa!” esclama un ragazzo magrolino e smunto con gli occhiali che si è da poco trasferito dal Veneto a Torino con la famiglia.
“Ma che Verona!!! Siete i primi candidati per la retrocessione: serie B! serie B!” grida con cattiveria il gobbo.  “Vedrai…vedrai….in un paio d’anni….” Ribatte ancora il veneto. (*)
Di quel gruppo facevo parte anch’io, ma fino a quel momento me n’ero stato zitto.  Ora però non riesco più a trattenermi: “Ma che Boniek….che Platini….che Falcao….che Muller….che Diaz….siamo noi granata i più forti! Il nostro nuovo presidente Sergio Rossi ha fatto una grande squadra….abbiamo Dossena….abbiamo Spadino Selvaggi….e poi abbiamo Pato Hernandez…Heeeeernandeeeezzzz….Heeeeernadeeeezzzzz….”
“Puffff…che paura!” sbuffa il gobbo con espressione mista di scazzo e di sdegno.
“Sì….cominciate a tremare…..noi abbiamo preso Hernandez, il Vice Maradona nella nazionale argentina. Alcuni dicono sia ancora più forte!” A quel punto prendo il pallone e, come in preda alla pazzia, mi metto a correre….”Ecco Hernandez….riceve la sfera….supera Tardelli….ecco che salta Brio….tunnel ai danni di Scirea….Hernandez….solo davanti a Zoff….salta anche lui….Hernandez….Hernandez….reeeeteeeeee….reteeee dell’Argentino….che vola esultante sotto la curva a prendersi gli applausi della gente granata….” Simulando l’azione del mio nuovo idolo, spedisco la palla proprio addosso ad una vecchietta seduta su una panchina dietro alla porta immaginaria. Mentre  esulto lanciando i pugni verso il cielo, quella urla e minaccia di bucarci il pallone. Ma io manco la sento, perché Hernandez ha appena segnato il primo dei suoi tanti gol nel Toro. E lo ha fatto proprio alla Juve. E quanti ne farà ancora….

In effetti Hernandez, quello vero, non ci mise molto a segnare il suo primo gol italiano: nella prima giornata del campionato 1982-83 il Toro affronta l’Avellino e, dopo otto minuti, proprio l’ex talento dell’Estudiantes, mette la palla alle spalle di Tacconi, futuro portiere della gobba. Sembrava l’inizio di un campionato eccezionale per lui e per il Toro di Bersellini. Ma l’Argentino seppe ripetersi soltanto altre tre volte, mentre i nostri chiusero il campionato all’ottavo posto: un torneo di cui si ricorda soprattutto la rimonta contro la Juve nel derby di ritorno finito 3 a 2 per noi.
Hernandez venne confermato anche per la stagione successiva: a differenza del primo anno, non indossò più la maglia numero 10 che passò a Dossena, ma quella con l’11. Forse per l’ispirazione data dalla maglia che fu di Pulici, forse per il fatto di giocare più avanzato, forse per la vicinanza dello “sfondatore” Schachner, chiuse la sua seconda stagione in granata con 29 presenze ed 11 reti tra cui vanno segnalate la doppietta contro la Roma campione d’Italia in carica alla quarta giornata d’andata (partita vinta dal Toro per 2 a 1) e quella su rigore all’Inter. Ma di quel campionato ricordiamo soprattutto la partita disputata all’Olimpico di Roma contro i Campioni d’Italia il 12 febbraio del 1984: eravamo secondi in classifica a due punti dalla Juve e con due punti di vantaggio sui capitolini. Maldera portò in vantaggio la Roma al 28’, ma Dossena pareggiò quasi subito. Nel secondo tempo, i giallorossi (che quell’anno giunsero fino alla finale di Coppa dei Campioni persa col Liverpool) sembravano in ginocchio e completamente in balia dei nostri. Al quarto d’ora della ripresa, l’occasione che avrebbe potuto essere la svolta di quella partita e dell’intero campionato del Toro: rigore per noi! Hernandez sul dischetto….”non sbaglia mai”, pensai mentre in auto  ascoltavo il racconto radiofonico di Enrico Ameri….e invece quella volta, proprio quella volta, Hernandez tirò piano e si fece parare il rigore da Tancredi. Il Toro continuò ad attaccare. Prese un palo con Dossena. Ma la porta sembrava stregata. A pochi minuti dalla fine,  quando ormai le squadre parevano rassegnate al pareggio, Pruzzo ci castigò sfruttando un’ingenuità della nostra difesa. Quella partita segnò la fine delle nostre ambizioni. Da allora il Toro si disunì irrimediabilmente riuscendo a concludere quel campionato “soltanto” al quinto posto.
Segnò ancora tre gol il Vice Maradona, ma la sua avventura granata si chiuse mestamente il 13 maggio 1984 al Comunale proprio contro quel Napoli che, di lì a poco, avrebbe abbracciato Maradona, stavolta quello vero.
Passò all’Ascoli dove si fermò per una sola stagione con scarso successo, prima di tornare in Argentina alle dipendenze del River Plate. Da qui si traferì all’Argentinos Juniors per chiudere la sua carriera all’Instituto nel 1993. Intraprese poi, senza grandi successi, la carriera di allenatore.

Il 7 agosto del 1982, proprio nei giorni in cui io mi esaltavo sognando le serpentine ed i gol del Vice Maradona, Patricio José Hernandez detto Pato, in ritiro col Toro, ricevette una lieta telefonata da Buenos Aires: suo fratello aveva appena avuto un figlio. Lo avrebbe chiamato Juan Martin.
A differenza dello zio, che di Maradona aveva ben poco, e che aveva in comune con Sivori, oltre che la città natale, l’abitudine di giocare senza parastinchi e con i calzettoni abbassati, Juan Martin è diventato uno dei più forti giocatori di rugby del mondo. Forse il migliore che la storia dei gloriosi Pumas argentini ricordi.

(*) L’amico gobbo, in effetti, la sapeva lunga. L’imbattibile Juve non vinse il campionato che andò alla Roma di Liedholm e perse anche la finale di Coppa dei Campioni in finale con l’Amburgo ad Atene. Il Verona di Bagnoli giunse quinto e fu in effetti la rivelazione di quel campionato. Mentre il Napoli, due anni dopo, acquistò proprio Maradona e, grazie a lui, conquistò nel 1987 il suo primo scudetto, poi bissato nel 1990.

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