La vita l’è bela…

La vita l’è bela…

di Fabiola Luciani

 

E’ autunno, tempo di rivoltare gli armadi.
Munito di naftalina e antitarme, il Toro ripone con cura i dubbi, le ansie, le paure, le umiliazioni e ridà vita agli abiti della festa, a lungo emarginati se non addirittura dimenticati. Si saranno ristretti, forse ingialliti, ma è giunto il momento di dare aria a questo odore…

di Fabiola Luciani

 

E’ autunno, tempo di rivoltare gli armadi.
Munito di naftalina e antitarme, il Toro ripone con cura i dubbi, le ansie, le paure, le umiliazioni e ridà vita agli abiti della festa, a lungo emarginati se non addirittura dimenticati. Si saranno ristretti, forse ingialliti, ma è giunto il momento di dare aria a questo odore di muschio e di stantio che in queste undici giornate ci ha fatto invecchiare di dieci anni.
Non è certo la prima volta che ci si confronta con una partita da vincere a tutti i costi. Ne ricordo a decine anzi, se ci penso bene, lo sono state praticamente tutte.
"Oggi bisogna vincere" è una frase consueta e abitudinaria, e quasi equivale ai gesti meccanici che regolano la nostra vita. E’ un po’ come mettersi le scarpe per camminare o dare due giri di chiave alla serratura di casa.
"Oggi bisogna vincere" è la sintesi bestiale di un contorto ragionamento che, dopo aver vagliato le orbite del sistema solare, giunge esattamente al punto da cui era partito, e cioè "oggi bisogna vincere". C’è un che di assoluto, di inequivocabile, di perentorio, e i fronzoli intermedi sono l’inutile zavorra dei pavidi e dei dubbiosi. Mio padre la diceva tutte le domeniche, uscendo di casa per andare a strizzarsi il cuore, finché cominciai ad accompagnarlo e a precederlo nell’auspicio.
"Oggi bisogna vincere" è un imperativo che ho clonato per oltre vent’anni: il derby perché è il derby, l’Inter perché è imbattuta, il Perugia perché si torna in B, il Mantova perché si torna in A, l’Udinese per fottere la cabala, la Lazio per fregare Lotito, il Chievo per l’orgoglio, il Cagliari per volare, la Sampdoria per risorgere … e adesso Torino – Palermo.
Ebbene, si è vinto. Ciò che contava, ciò che tutti i tifosi del Toro chiedevano alla squadra granata prima di questo delicatissimo scontro era solo ed esclusivamente una cosa: la vittoria e i tre punti. E vittoria è stata, anche se sofferta e figlia di carenze di gioco e di schemi così palesi da non poter essere, per onestà intellettuale, taciute. Tuttavia, malgrado la prestazione sia stata inficiata da una certa tendenza alla “confusione” e da un evidente blocco psicologico conseguente all’ennesimo goal annullato dalla solita inefficienza della terna arbitrale, è necessario cercare di trarne auspici in qualche modo positivi, per la classifica e per il morale.
“Tutti giudicano secondo l’apparenza e nessuno giudica secondo la sostanza” affermava il buon Friedrich von Schiller. Io cercherò di farlo, sebbene sia assai difficile e mai vorrei mettermi in competizione con il buon Johann Christoph Friedrich, teutonico tutto d’un pezzo. La sostanza dice che il Toro ha vinto e, visto l’obiettivo finale, tale vittoria vale assai più di qualsiasi tipo di elucubrazione tecnico-tattica. Tuttavia, la sostanza ( e non l’apparenza ) dice anche che il Toro, obiettivamente, non ha giocato la sua miglior gara interna, producendo una prima frazione assai confusionaria e quasi mai propositiva, al cospetto di un Palermo assai rinunciatario ma più efficace nelle ripartenze.
Ciò che mi riesce difficoltoso comprendere attualmente, non me ne voglia GDB, è come gioca il Toro, cioè con quale schieramento e, conseguentemente, quale sia la dislocazione di alcuni uomini all’interno dello scacchiere tattico articolato. In pratica, dopo aver giocato costantemente per tutta la prima parte del campionato ad un poco abbottonato 4-3-2-1, il tecnico veneto, spinto dalla necessità di cambiare qualcosa a seguito della penuria di risultati, è passato al classico e sempre pratico 4-4-2, ma lo ha fatto anche ieri pur non avendo in campo giocatori adatti a tale schieramento.
Ora, se è sicuramente vero, citando E. J. Phelps, che “l’uomo che non fa errori di solito non fa niente”, e dando atto a GDB di essere sicuramente “uno che fa”, mi sembra che tutto questo “andirivieni tattico” potrebbe un tantino scombussolare i giocatori e minare la fisionomia tattica del team. Anche perché, poco comprensibile mi è parso la scelta di schierare un “cagnaccio” come Zanetti ed un terzino come Colombo sulle fasce a dettare sgroppate e traversoni che mai sono arrivati a destinazione. Mi consolano invece gli atteggiamenti tattici corretti in corsa ( con il suddetto passaggio al 4-3-2-1 e nel finale in un 4-2-4 ), come testimonia il secondo tempo in crescendo, ma abbastanza strani e arzigogolati, e soprattutto pericolosi se si considera l’importanza del match e il fatto che si è a Novembre.
Un’altra realtà è che se oggi Saumel non si fosse reinventato Rambo Policano, producendosi in una prodezza acrobatica col tiro al volo che forse mai più ripeterà in carriera, se Dzemaili non si fosse confermato “Il Magnifico", se Diana ( grande la continuità di percussione sulla corsia destra ) non avesse ribadito di essere un gran fluidificante, se Stellone, come di consueto, non si fosse fatto in quattro dalla difesa all’attacco, dalle Alpi alle Piramidi, se, insomma, questi quattro giocatori non avessero messo qualcosa in più in campo, ebbene, la partita non la si sarebbe vinta.
Siamo tutti nobili, principi, baroni e ora anche conti: ecco, facciamo i nostri conti; con le tabelle alla mano misuriamo il futuro, ma non ce ne sono due uguali e pare che Collina e Gussoni non ci diano retta. Sulle pareti della nostra cameretta spuntiamo il calendario, e sembriamo carcerati che contano quanti giorni mancano a uscire di galera.
Dunque, cambiano gli attori ma non gli errori e le sviste e questa vittoria al fotofinish non deve fare abbassare la guardia e nemmeno il tono delle polemiche nei confronti del circo di Collina, perché il problema arbitri persiste ed esaspera sempre di più gli animi.

La vittoria non sempre arriva quando serve, ma il problema è che serve sempre.
Questo nostro modo di esporci sul cornicione per poi vedere se è così difficile cadere, ha il sapore antico del duello finale, siamo gli Orazi e Curiazi ( possibilmente gli Orazi ) dell’impero pallonaro, e ci mettiamo in gioco sfidando il destino come fosse una squadretta di dilettanti.
Abbiamo conosciuto la travolgente euforia della vittoria decisiva, quell’estasi incontrollabile che nessuno saprà mai misurare, e chi come me volesse provare a descriverla, sarebbe costretto a citare l’esperienza altrui: da "Febbre a 90" di Nick Hornby, quando l’Arsenal nell’ ’89 vinse lo scudetto che mancava da diciotto anni segnando nel recupero il goal vincente.
… "siate tolleranti, quindi, con quelli che descrivono un momento sportivo come il loro miglior momento in assoluto. Non è che manchiamo di immaginazione, e non è nemmeno che abbiamo avuto una vita triste e vuota; è solo che la vita reale è più pallida, più opaca, e offre meno possibilità di frenesie impreviste".

Detto ciò, grido forte: Evviva, si è vinto!! La passione per il Toro mi conserva comunque viva in un calcio che è morto, ma lui non lo sa. Una schiarita nell’orizzonte cupo, uno strepitoso Dzemaili, un paio di pali, una rete annullata, un tiro al volo, un goal inaspettato, cancellano l’infamia della colossale truffa che una generazione di sportivi ha subito con puntualità chirurgica.
Ora è tempo di rasserenamenti: ma il tempo rimane variabile. Troppo volubile in questa stagione per potersi permettere di uscire senza ombrello.
Infondo la vita s’è bela … basta avere l’ombrela!
Forza Toro al di là del tempo e dello spazio.

www.babyfabiola.splinder.com

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