Leggimi: Lettera dal Purgatorio

Leggimi: Lettera dal Purgatorio

di Fabiola Luciani

Caro fratello,

sono il Toro e ti scrivo da un girone dei dannati, braccio A, del purgatorio.

Come immagini, fa un certo effetto stare qui, anche se non ne ho mai saputo il motivo ufficiale o perlomeno nessuno me lo ha mai comunicato. Non ho commesso nessuno dei sette peccati capitali ma sono comunque a due passi dall’inferno, anche se ancora ben al di là di quei misteriosi muri…

di Fabiola Luciani

Caro fratello,

sono il Toro e ti scrivo da un girone dei dannati, braccio A, del purgatorio.

Come immagini, fa un certo effetto stare qui, anche se non ne ho mai saputo il motivo ufficiale o perlomeno nessuno me lo ha mai comunicato. Non ho commesso nessuno dei sette peccati capitali ma sono comunque a due passi dall’inferno, anche se ancora ben al di là di quei misteriosi muri che, esternamente, mi sono così familiari.

Sono una squadra di calcio e non un ostaggio di un ingranaggio perverso, eppure sono in attesa di giudizio, ma il timore è che sia un’attesa di condanna, perché tutti mi mostrano la compassione e quella finta solidarietà che si riserva ai colpevoli.

L’altra sera c’è stata una piccola festa allo stadio Comunale e a modo mio ho partecipato delegando il mio cuore sugli spalti, visto che il corpo ne era impedito. Anche se ci hanno provato a rovinarmi quell’effimera gioia, quella sera proprio non ce l’hanno fatta, ma tranquilli, hanno rimediato subito … esattamente quattro giorni dopo allo stadio Marassi di Genova.

Non chiedermi perché sono qui, nessuno me lo dice anche se sono convinto che l’ultimo sgarbo che fece il nostro Presidente alla riunione della Lega con la mancata elezione del guardasigilli Cobolli e la successiva sfuriata del signore degli anelli Galliani, sia una delle possibili ragioni.

Sui giornali avrai già letto gli ultimi particolari e nulla vale quel che ti potrei aggiungere per discolparmi; sappi invece che sono qui per un meccanismo a orologeria costruito per altri, e che solo una malizia raffinata e volutamente deviata mi ha coinvolto in una trappola degna dell’ispettore Clouseau.

Tutto ciò, è stato orchestrato ad arte dalla maestria dei clown del “Circo di Collina”. Sì, perché la mano armata fornita dai guardalinee, acrobati dell’incompetenza, che passano sotto silenzio e al contempo assolvono in gran parte le pagliacciate dei direttori di gara, è l’ultima trovata del clan nonché un ottimo metodo per agire indisturbati. Per tacitarsi la misera coscienza i più sembrano parlare di buona fede, anche se è evidente che non c’è mai stata, altrimenti avremmo visto errori grossomodo equamente divisi.
C’è addirittura chi parla di sudditanza psicologica; altra grossa falsità, perché sono semplicemente dei disonesti farabutti, colti con le mani nella marmellata e le schede telefoniche attive, ma tutti sembra lo abbiano completamente rimosso. Altri invece, hanno condizionato risultati per favorire le scommesse e li hanno fermati con una perla punitiva equivalente ad un termine minimo di riposo.
Diversi sono gli aspetti indecorosi ed indegni di questo mondo di intoccabili.
Il primo è che sono addirittura i presunti migliori a commettere errori a raffica e se ci fate caso, mai quando sono in posticipo serale con tutti gli occhi puntati addosso: lampante dimostrazione di “killeraggio” controllato e sistematico.
Salvo qualche timido refolo, c’è da annotare anche l’assoluta indifferenza di alcuni clown adibiti alla moviola, quando assistiamo a obbrobri mostruosi come quello di Domenica scorsa, capaci come l’ignobile Tombolini di scovare il “nulla” piuttosto che ammettere lo sbaglio. E’ da chiedersi anche perché nei pochissimi casi di errori a nostro favore, per il povero clown in questione, minimo vi è la sospensione per un paio di mesi, mentre gli altri con errori simili vengono promossi a pagliacci internazionali.

Quanta vigliaccheria e a capo del circo c’è proprio lui, il più furbo tra i disonesti: Collina. Quello che si è inventato nuove norme ad hoc al regolamento, nonché quello che aveva richiesto l’incontro privato con il signore degli anelli Galliani, lontano da occhi e orecchie indiscrete; quello che si fa vedere solo al Meazza e a secondo di chi gioca, anche al Comunale, che interviene solo in caso di danni contro determinate squadre e che si mette in risalto solo per spocchia, sicumera, burbanza, prosopopea, millanteria e permalosità.

 

Purtroppo l’equilibrio che regolava questo calcio si è frantumato per i cazzotti di questi pugili senza scrupoli, e i colpi sotto la cintura, non consentiti, sono diventati l’apriscatole di una rivalità priva di onore e svuotata di ogni rispetto. Tutto è stato spinto oltre il limite. Assistiamo disincantati alla metamorfosi del calcio: prima poesia, poi romanzo popolare e adesso commedia degli intrighi.

Nel marasma di questo sport tutto è appeso a un filo e chiunque può inciampare su una mina antiuomo, in qualunque momento; però è diverso se ti ci buttano sopra, cercato e individuato, mirato e colpito; allora diventa persecuzione, e la vittima perde anche il diritto di vedere un pari trattamento rivolto agli altri.

Qui, nel purgatorio non ho peccati da espiare e non ho nulla di che pentirmi, ma ho il tempo per riflettere e  rivivere gli ultimi anni convulsi, eternamente in bilico tra la vita e la morte, fra il bene e il male, fra il coraggio e la paura, dilaniati tra euforia e disperazione come se fosse impossibile una normale vita dignitosa. Deve essere colpa degli anticorpi, ormai così vispi e robusti da rappresentare essi stessi un virus letale per la serenità.

 

Caro fratello, non devi essere triste per me. Io so chi sono e non farò abiura di quel che rappresento, perché le radici affondano nella terra secolare di un’idea. Già, le idee hanno una forma?

Non so, ma quella del Toro è un’idea senza confini, perché un perimetro sarebbe una gabbia insopportabile per questa passione che cresce dopo ogni tribolazione.

Se la passione avesse un volto, lo vorrei toccare, accarezzare; sarebbe spigoloso, vissuto, intrigante, con gli zigomi pronunciati e una cicatrice sulla guancia. Avrebbe due occhi profondi, non sdolcinati ma espressivi, e guardando bene oltre l’iride, si potrebbe intuire l’orgoglio della genesi.

In questo silenzio che solo gli ordini dei secondini scalfiscono appena, ho compreso meglio la mia identità, e se una qualunque pena mi rallentasse il cammino, avrei comunque guadagnato un tesoro inestimabile.

Sì, perché ora è tutto più chiaro, e questa sofferenza è il codice di riconoscimento dei tifosi granata. Troppo facile era l’adesione dopo il goal di Stellone contro gli orobici e ancora di più sarebbe stato dopo il trionfo in trasferta, nella terra dei ciclisti.

E’ adesso, immersi in queste sabbie mobili, che possiamo riconoscerci. E’ un esame senza riparazione, perché la parola d’ordine, ola sai o la ignori, e nessuno sfugge al teorema che “chi soffre per il Toro è Granata”, anche se millantatori di fede pretenderebbero di stilare classifiche e affibbiare patenti.

Ieri sono venuti a trovarmi gli avvocati, GDB e Cairo, ma mi sono sembrati piuttosto timidi ed impacciati e nemmeno così agguerriti come invece avrebbero dovuto essere; hanno un modo tutto loro per difendermi, invocando le telefonate inviperite dei tifosi e anche quella di farmi coraggio, ripetendomi fino all’ossessione che bisogna avere fiducia nella giustizia: a me ricorda un po’ la famosa “ci affidiamo alla clemenza della corte”, ma in realtà so che stanno affilando i fioretti e le durlindane, a seconda delle evenienze.

Qui il cibo è discreto, e amici degli amici mi hanno soltanto avvertito di stare attento al caffè, che a volte risulta indigesto.

Intorno a me c’è di tutto, puoi immaginare.

Nel girone accanto al mio un tizio era accusato di falsa-fidejussione, ma è stato subito assolto. Un altro non sapeva più chi era, perché a forza di stampare passaporti fasulli aveva dimenticato la sua identità: anche per lui nulla di fatto. C’era poi un gruppo di evasori fiscali; manipolavano i bilanci fregando lo Stato e i diretti concorrenti, ma per loro non è stato neanche previsto il processo: sono tornati subito ai loro conti in sospeso, naturalmente non quelli con la giustizia.

Nell’ora d’aria ho conosciuto un tale accusato di uso e abuso di stupefacenti, ma il suo avvocato gli ha garantito la salvezza per non aver commesso il fatto; dice che si rifarà a una sentenza verso una squadra di Torino, uscita pulita da uno sporco affare.

Insomma, tirando le somme, qui l’unico che rischia sono io, e con me tutte le tessere di questo straordinario mosaico chiamato Toro.

Questo disperato, maledetto crocevia, avrà comunque la forza di segare i rami secchi e di favorire nuovi germogli. Sento una vibrazione sconosciuta che invece di incrinare e indebolire, propaga energia e vigore; immagina una saetta, un lampo e un tuono capaci di innescare la metamorfosi di un popolo, finalmente consapevole di essere solo in questo confronto con il buio.

 

Caro fratello, non temere per me: questo è il momento di battersi, ed io non ho paura.
Porto con me la rabbia per questa catena che, quando sembra allentarsi, subito ci richiama all’ordine; conservo nella mente le regole non scritte per cui ci è negato il volo; e mentre pulsa nel cuore una linfa agli altri sconosciuta, mi accingo a urlare la mia infinita voglia di vivere.

Forza Toro al di là del tempo e dello spazio.

 

www.babyfabiola.splinder.com

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