Leo Junior

Leo Junior

di Giacomo Serafinelli


Buongiorno Toro…se c’è un giocatore che ha dato un contributo determinante affinché io diventassi tifoso granata, questo è Leovegildo Lins da Gama Junior.

L’averlo rivisto la settimana scorsa nella formazione delle vecchie glorie…

di Giacomo Serafinelli


Buongiorno Toro…se c’è un giocatore che ha dato un contributo determinante affinché io diventassi tifoso granata, questo è Leovegildo Lins da Gama Junior.

L’averlo rivisto la settimana scorsa nella formazione delle vecchie glorie ha sucitato in me emozioni talmente forti da lasciarmi senza parole; ho ammirato il suo tocco di palla, il suo senso della posizione, che gli ha consentito di segnare un gol, la sua capacità di vedere il gioco e l’autorevolezza con cui reggeva il centrocampo.

E mi sono tornati alla mente quei giorni di quasi trent’anni fa, quando arrivò a Torino dal Flamengo dove, per via della folta capigliatura afro, si era guadagnato il soprannome di “capacete”.

Conquistò tutti: tifosi, compagni e addetti ai lavori, per la simpatia, la schiettezza e la serietà che erano la sua cifra nel rapporto con gli altri.

A differenza di molti suoi colleghi brasiliani, Junior seppe capire benissimo la realtà dell’Italia e della città che lo ospitò per tre anni e vi si ambientò benissimo, rimanendo estraneo al fenomeno della “saudade”, piuttosto diffuso tra i calciatori Carioca.

Era un uomo, prima che un grande campione: un granata vero.

Sul campo seppe coniugare perfettamente l’eleganza del calcio brasiliano con la concretezza, la grinta e le geometrie pragmatiche ed efficaci del gioco europeo.

Gigi Radice gli consegnò le chiavi del centrocampo, e Leo divenne il play maker del Toro in una stagione tanto entusiasmante quanto sfortunata, che ci vide arrivare secondi dietro al Verona di Bagnoli. Quell’anno “papà Junior”, così soprannominato con affetto dai tifosi per via dell’aspetto e dell’età non più giovanissima, venne nominato giocatore dell’anno.

Aveva una personalità complessa, Junior, e non a caso fu sempre il punto di riferimento dei compagni in qualunque squadra giocasse.

Amava il calcio, e si vedeva, ma in Brasile era famoso anche per le sue abilità canore e per essere un provetto ballerino di samba.

Ci sarebbero moltissime cose da raccontare su di lui, come ad esempio quella volta in cui, nel ’91, tornò per farci conquistare la Mitropa Cup.

Ma lo spazio a mia disposizione volge al termine, quindi chiudo con l’immagine di una maglia col numero cinque sulla schiena ed un Toro geometrico sul cuore, un calcio d’angolo pennellato per la testa di Aldo Serena….e l’esplosione della Maratona.

 

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