L’ultimo appello d’amore

L’ultimo appello d’amore

di Guido De Luca

Dopo lo sfogo polemico della puntata scorsa, provo a rasserenarmi e cerco di ragionare. Tentativo assai difficile dal momento che tutto ciò che ho scritto una settimana fa si è beffardamente realizzato con tempi di una rapidità sorprendente. Mi lamentavo dei continui imprevisti a cui la nostra squadra va incontro in forma sempre più diversa,…

di Guido De Luca

Dopo lo sfogo polemico della puntata scorsa, provo a rasserenarmi e cerco di ragionare. Tentativo assai difficile dal momento che tutto ciò che ho scritto una settimana fa si è beffardamente realizzato con tempi di una rapidità sorprendente. Mi lamentavo dei continui imprevisti a cui la nostra squadra va incontro in forma sempre più diversa, mi lamentavo per la prima volta pubblicamente della gestione societaria ed ero arrivato addirittura a prevedere una sconfortante sconfitta a Cittadella, come ormai da tradizione, con conseguente rischio di un precoce esonero di Franco Lerda. Ebbene, nemmeno dopo mezz’ora dalla pubblicazione dell’articolo dal titolo “Sorridi, sei su scherzi a parte”, giunge come una bomba la comunicazione della decisione di Bernacci di ritirarsi dal calcio per motivi personali. Due giorni più tardi, il Toro tracolla in terra veneta, Franco Lerda non viene esonerato da Cairo, almeno al momento, ma il suo integralismo tattico inizia ad attirare le prime timide critiche della stampa e di alcuni tifosi tra i meno pazienti (a cui personalmente mi accodo; chi mi conosce, conosce anche il mio pensiero al riguardo). Con questo non voglio dimostrare di aver avuto ragione, speravo e spero tutt’ora di sbagliarmi, ma quello che periodicamente accade attorno al Toro si avvicina sempre di più a una barzelletta o a un incubo. Diciamo che dipende da come uno si vuole approcciare a tutto ciò. Domenica sera, mia moglie mi stronca, affermando che sono affetto da una grave patologia. Avevo appena esultato al gol del Bari in modo smodato e grottesco. Non mi era accaduto di festeggiare con lo stesso fervore al gol del momentaneo vantaggio di Iunco di 24 ore prima. Più passa il tempo, più sono coinvolto emotivamente nel sostenere le formazioni che si oppongono agli odiati cugini bianconeri, che non alle partite dei nostri giocatori. Sto iniziando a provare indifferenza per i nostri colori, soprattutto nello svolgimento dei 90 minuti di gara. Concedetemi il paragone, ma è come se non provassi più emozioni mentre sono a letto con la donna della vita, con la donna di sempre, che ho sempre amato e idealizzato. Le delusioni continue mi stanno disamorando. Provo e cerco il piacere in modo distorto, non naturale. Provo invidia dei tifosi delle altre squadre avversarie nel vederli festeggiare e cerco realtà diverse in cui identificarmi. Come quando, stanchi della propria amata, si iniziano a guardare altre ragazze, magari più fresche e solari.
Sarà un caso, ma già la scorsa primavera mi ero accorto di una squadra d’oltreconfine la cui storia è curiosa. Questa squadra a fine campionato sale di categoria, se ne parla nelle trasmissioni sportive di nicchia. Inizio a provare interesse. Sono geloso dei miei stessi sentimenti. Devo provare interesse solo per il Toro, e così è, ma sabato mi imbatto in un altro servizio che parla di questa squadra dal colore degli occhi marrone e che vive in un contesto sgangherato, ma tanto originale e unico. E’ il Sankt Pauli, la seconda squadra di Amburgo. Il suo quartiere generale sorge nel borgo a luci rosse della città, vicino al più importante porto della Germania. Il suo simbolo è il teschio, il Jolly Roger dei pirati, e vanta di anno in anno sempre più tifosi alla ricerca di qualcosa che rompa gli schemi. Il colore delle maglie è appunto marrone, la linea di gadget e di abbigliamento del Sankt Pauli sta diventando una moda. Viene definita la squadra dei punk e degli anarchici. A pochi metri dalla curva c’è il bastione della vecchia contraerea nazista e i suoi ultras vietano l’ingresso allo stadio di qualsiasi striscione di stampo nazista o razzista e sono tra i più calorosi e stravaganti dell’intero panorama del calcio tedesco. Gli stessi tifosi sono i proprietari del Sankt Pauli, nel senso che hanno evitato il fallimento della società grazie all’azionariato popolare. I soci sono diverse migliaia di persone e versano mensilmente nelle casse societarie una quota minima di 5 euro al mese. Inoltre, il presidente della squadra, ovvero chi rappresenta i soci e l’azionariato popolare, è un uomo dichiaratamente omosessuale. Non è uno scherzo. Sembra tutto funzionare a tal punto che i soci, qualche tempo fa, rifiutarono la volontà della Deutsche Bank di sponsorizzare la squadra, continuando a preferire una Lotteria che devolve il 5% dei ricavi in beneficenza. So che approfondimenti e dettagli maggiori saranno presenti sulla prossima edizione di un noto periodico nazionale italiano, ma volevo comunque parlarvene, perché l’appeal di questa società e soprattutto dei suoi tifosi sta facendo breccia nel cuore di molte persone in Europa e si stanno interessando molti media al fenomeno. Concludo, scrivendo che vorrei che fossimo ancora noi, con la nostra passione, con la nostra storia, con i nostri colori granata a fare breccia nei cuori degli altri, in un momento in cui siamo in pieno corto circuito, con poche idee e poca originalità che ci portano a scimmiottare iniziative di protesta altrui e per lo più deprecabili. Il Toro e noi tifosi, che siamo una cosa unica, dobbiamo innamorarci di nuovo di noi stessi e tornare a far parlare di noi come un’entità originale, affascinante e non per forza vincente, ma romantica. Prima che sia troppo tardi, questo è l’ultimo appello che solitamente si lancia alla propria amata affinché torni quella che era quando ci si era conosciuti la prima volta.

Ps: Chiedo scusa ai lettori se da tre puntate a questa parte sto andando fuori tema.  La rubrica dovrebbe prevalentemente riportare alla memoria partite del passato, ma a volte può essere salutare uscire dagli schemi…

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