Nel bene e nel male

Nel bene e nel male

di Silvia Lachello

 

Giovedì 15 luglio 2010

Caro Diario,

sai che cosa c’è? Non ne ho più voglia.
Non ho voglia ADESSO del calcio di ADESSO.
Sembra di stare in un alveare a cui è appena stata assestata una
poderosa bastonata.
Alé: tutte le api perdono la bussola e si agitano facendo…

di Redazione Toro News

di Silvia Lachello

 

Giovedì 15 luglio 2010

Caro Diario,

sai che cosa c’è? Non ne ho più voglia.
Non ho voglia ADESSO del calcio di ADESSO.
Sembra di stare in un alveare a cui è appena stata assestata una poderosa bastonata.
Alé: tutte le api perdono la bussola e si agitano facendo chiasso.
Ma… ma una volta non funzionava diversamente?
Tipo che finiva il campionato e si tornava a parlare di calcio all’inizio di settembre?
Non si STACCAVA?
Non ci sono più le mezze stagioni e tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare (o “e il”, dipende…).
Anche se questa è un’estate normale.
Normalmente calda.
Talmente normalmente calda da essere torrida.
E chiunque si lamenta.
Pure io che, di norma, non soffro il caldo.
Lamentele più diffuse: la temperatura, la campagna acquisti del Torino, la campagna acquisti del Torino, la campagna acquisti del Torino e poi… ah sì: la campagna acquisti del Torino.
Che noia.
Meglio dedicarsi alla vita, meglio dedicarsi alle persone, quelle vere.
Ciao.

Venerdì 16 luglio 2010

Caro Diario,

detto e fatto.
Nonostante la stanchezza (e chi non è stanco a questo punto dell’anno?) ho raccolto le energie residue e mi sono tuffata in una notte fra Granata.
Sapevo, con giusta presunzione, che non si sarebbe parlato troppo di Toro, non convenzionalmente quanto meno.
Sapevo che avevamo altro di cui parlare.
Ogni tanto, fra un discorso e l’altro, sbucava qualcosa di Granata, era inevitabile.
Ma, senza stupore, non si trattava dei triti e ritriti Cairo sì-Cairo no, tessera del tifoso sì-tessera del tifoso no, diserzione delle curve sì-diserzione delle curve no.
E neppure dei ricorrenti “Ti ricordi di quella volta in cui…” oppure “C’eri quando…” o anche “Noi che siamo stati capaci di fare…”.
No, no… era altro.

C’è sempre, a volte a sproposito, dentro ognuno di NOI la consapevolezza di appartenere a qualche cosa di particolare, no?
Ognuno con le sue idee (e meno male…), ognuno con i suoi ricordi che vanno ad intersecarsi con i ricordi altrui, ognuno con le sue esperienze da condividere, ognuno tendenzialmente (ho scritto TENDENZIALMENTE, néh?) disposto a mettersi in posizione d’ascolto senza preconcetti, solo per il gusto di sentire una storia vecchia oppure sconosciuta, una storia che aggiunge qualcosa al proprio personale patrimonio storico Granata.
Sai di che cosa sto parlando? Sì.
Bene.

Ci siamo raccontati di NOI.
Senza accavallare i racconti, concentrandoci su chi, in quel momento, rivestiva il ruolo di cantore.
Con il capo, chi faceva da uditore, annuiva. E magari sorrideva con un angolo della bocca.
Lo sguardo, ogni tanto, si perdeva lontano, in un lontano che era facile da trovare nei dintorni dell’anima e si sa: NOI sappiamo bene dove risiede l’anima.
Ne conosciamo perfino il colore.

E infine, nel nostro girovagare, abbiamo trovato uno spiazzo.
Ci siamo guardati in faccia con fare volpino ed abbiam detto all’unisono: “Andiamo.”
Avevamo il pallone con noi, il solito pallone, quello dei gol perfetti… avevamo il nostro pallone immaginario ed abbiamo giocato.
Giocato per davvero!
Abbiamo perfino tirato i rigori… qualcuno ha colpito un palo, altri hanno tirato alto… uno di noi ha fatto un gol talmente bello, ma così bello… gli è stato spontaneo correre veloce per lo spiazzo, con le braccia per aria in segno di trionfo.
L’abbiamo applaudito, impazziti di gioia.
Gioia vera.
Per un gioco virtuale.

C’è virtuale e virtuale, eh?
C’è il virtuale che fa incarognire, c’è il virtuale che fa godere, c’è il virtuale che fa disperare, c’è il virtuale che… c’è il virtuale che è vero.
Il nostro pallone era virtuale, era immaginario… ma vero come l’amico immaginario che ognuno, ognuno dotato di normale e sana fantasia, ha avuto da bambino.
Chissà dove vanno a finire tutti gli amici immaginari che, ad un certo punto, spariscono… magari esiste, da qualche parte nell’universo, un luogo in cui vanno a stare in attesa di qualcuno che li faccia di nuovo vivere…

Venerdì 18 luglio 1997

… no… per favore, no… per favore, ditemi che non sta accadendo… no…

Domenica 18 luglio 2010

Caro Diario,

la nonna Olga è tornata da Courmayeur: non si è persa un allenamento dei ragazzi dei Toro Camp.
Lei preferisce sempre guardare avanti.
Ottantasette anni e non sentirli.
Ottantasette anni, sentirli, far finta di non sentirli e gettare semi nel futuro.
Fioriranno, sicuramente fioriranno.
Non si aspetta di raccogliere quei fiori, le è sufficiente vedere che i semi sono stati messi a riparo e a nutrimento nel terreno.

Lunedì 19 luglio 2010

Caro Diario,

il Toro è ciò che mi dà pace ed è ciò che mi toglie la pace.
Se vuoi la pace devi preparare la guerra, dicono… comunque: è come se fossi coricata su un prato.
Tutto quello che devo fare è aprire gli occhi per vedere quale tonalità di azzurro, di grigio o di blu scuro ha assunto il cielo.
Oppure posso scegliere di chiudere gli occhi e cercare di concentrarmi su me stessa: sentire il rumore del mio respiro, toccare l’erba con le mani, cercare di capire quali parti del mio corpo toccano il prato e quali no, avere – insomma – la percezione di me stessa in relazione con l’elemento su cui sono adagiata.
Sto bene, mi sento in comunione e in comunicazione con il mondo, con me stessa, con tutto.
Non ho neppure bisogno di pensare: sono.
Sono e basta.

E poi mi coglie, improvviso, un pensiero malevolo e immotivato.
Un pensiero di qualsiasi genere… può trattarsi del lavoro, di un magone amicale, di una mancanza affettiva… qualunque cosa.
Non so da dove arrivi.
Si fa strada, semplicemente.
A volte con brutalità, a volte scivolando dentro con dolcezza.
Invade il mio chilo scarso di materia grigia, i miei 250 grammi di muscolo cardiaco, i miei 28 grammi di anima.
28 grammi più vasti, ben più vasti, della somma delle parti che mi compongono.

Mi assale la paura.
La paura di non riuscire a contenere la vastità di tale pensiero.
Mi assale la paura.
Si contrappone la volontà.
Anche quando il successo non è garantito, la volontà c’è.
Ce n’è sempre in abbondanza.
A volte vorrei che ce ne fosse di meno.
A volte lasciarsi andare e annegare sarebbe la scelta migliore.
Forse.
Non lo so.
O sì?
Boh.

Martedì 20 luglio 2010

Caro Diario,

la verità ha sempre molte sfaccettature e non si possono mai conoscere tutte.
Il Toro è nei miei neuroni, come un amico abbandonato in malo modo e poi ritrovato con dolcezza, per caso o per volontà (è sempre tanta, te l’ho detto prima…), come un messaggio ancestrale, come un profumo che si insinua nelle narici e non ti abbandona più.
E’ sufficiente una sola persona a cambiare le sorti del mondo. Nel bene e nel male.
Quella persona non sono sicuramente io, ma mi avvio comunque, come se fossi ubriaca, sul mio sentiero Granata.
Mi avvio sul mio sentiero Granata ogni giorno, ogni giorno scelgo di percorrerlo. Nel bene e nel male.
Trattandosi del Toro, non ragionerò con la testa.
Forse la schiena si sta facendo più curva ma la testa… alta, sempre alta… a meno che…  a meno che la schiena curva non mi costringa ad abbassarla.
Bene: caricherò meglio.

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