Nonostante

Nonostante

Martedì 29 luglio 2008

Caro Diario,
se c’è qualche cosa che ho imparato nella vita è che nutrire aspettative è cosa errata e controproducente.
E’ un atteggiamento, una forma mentale, una way of life fortemente paralizzante sia per chi è in attesa sia per chi sa di essere investito della responsabilità di rispondere positivamente all’altrui attesa.
Lo studente che infila un bel voto…

Martedì 29 luglio 2008

Caro Diario,
se c’è qualche cosa che ho imparato nella vita è che nutrire aspettative è cosa errata e controproducente.
E’ un atteggiamento, una forma mentale, una way of life fortemente paralizzante sia per chi è in attesa sia per chi sa di essere investito della responsabilità di rispondere positivamente all’altrui attesa.
Lo studente che infila un bel voto dopo l’altro. Ha preso un’insufficienza: cattivo studente.
Il cuoco che inventa ricette nuove. Ha tirato fuori dal forno la torta troppo presto e la torta si è afflosciata: cattivo cuoco.
La fotografa che cattura attimi evanescenti. Ha mancato di fotografare una mareggiata: cattiva fotografa.
L’amica che sa sempre consolare. Ha chiesto tregua per un giorno perché anch’essa ha da essere consolata: cattiva amica.
Il cattivo studente, il cattivo cuoco, la cattiva fotografa, la cattiva amica.
Li si osanna d’abitudine ed essi quasi non vorrebbero ricevere tanti onori perché fanno solo del loro meglio: studiare, cucinare, fotografare, ascoltare. Sono ancora capaci di stupirsi, hanno sempre voglia di vedere come andrà a finire, sanno che una volta finita potranno ricominciare.
Mentre gli altri, quelli che nutrono le aspettative, vedono la loro vita scorrere senza guardarla, sempre così attenti al fallimento altrui.
Io li chiamo “gli aspettatori”. Aspettano, non agiscono, vivono mentalmente le vite altrui. E, più di ogni altra cosa, sanno sempre tutto.
Parlano, parlano, parlano sempre. Curiosamente hanno tre indici: uno per mano più la lingua. Indicano. Giudicano. Pretendono (in nome di che cosa, poi?…). Mai propongono, però. Boh.

Sai, ci sono spesso momenti nella mia vita granata in cui vorrei poter trasmettere telepaticamente la fatica e l’orgoglio di essere così.
Potrei parlarne per ore con un fratello o con una sorella ed ovviamente capirebbe.
Potrei fare altrettanto con le rare persone intelligenti che mi accade di incontrare ed essere altrettanto compresa… ecco, voglio soffermarmi un momento su questa tipologia di persone. Il mio amico Gianni, per esempio. Gobbo. Intelligente. Sì, lo so, sembra un ossimoro: non lo è. Conosce la storia del Toro, ne conosce i valori, ha come una sorta di magone interiore per non poter fare a meno di essere gobbo e perché  gli piacerebbe avere il mondo interiore di un granata. Chi lo sa… magari un giorno vedrà la luce. E’ già accaduto di assistere a conversioni verso la parte giusta dell’universo (conversioni che hanno un’unica direzione, è inconcepibile che la stessa possa accadere al contrario, sia chiaro). O come il barista Walter, gobbo anche lui, che mi punzecchia in continuazione ma sempre si arrende e si complimenta per il fatto che, come tutti i tifosi granata, tengo sempre la testa alta.
Altri non capiscono e non vogliono capire. Comprendono che ci sia qualcosa di speciale dietro, dentro ed attraverso quella nostra fede così immutabile ma non vogliono soffermarsi ad ascoltare più di tanto perché, fondamentalmente, sanno che il loro sarà sempre e solo tifo.
Non sangue che scorre nelle vene.
Non partecipazione.
Non fratellanza.
No, niente di tutto questo.
Allora fanno spallucce e ciao ciao.

Ritorniamo al discorso sulle aspettative.
Se sei granata non ne hai. Punto.
Be’, sì un po’… ma poi, in definitiva, prevale altro. Altrimenti non saremmo sempre lì.

Mi è capitato un giorno di parlare al telefono con un granata un po’ scoglionato che si diceva preoccupato del fatto di non vedere più bambini con la maglia granata in giro.
L’ho sfidato a prendere nota di tutti i segni di granatismo e di gobbismo per la città.
Alla fine della giornata ha capito.
E come avrebbe potuto non capire dopo aver visto:
– tre gagni con la maglia granata, zero gagni con la maglia dei gobbi
– otto bandiere del Toro appese ai balconi, zero bandiere dei gobbi, tre bandiere del Tibet
– almeno due dozzine di auto con il bollino granata sulla targa, meno di mezza dozzina di auto con il bollino dell’altra squadra della città
– un temerario con la sciarpa granata al collo e stavamo intorno ai 30°C (quest’ultimo va catalogato come pazzo furioso… ma senza un po’ di follia che gusto c’è?)

Fermo restando che le insegne del granatismo sono evidenti e vengono portate con orgoglio… che paura dobbiamo mai avere noi?
Di morire? Uh, che noia parlare sempre della morte, che noia…
Di perdere infaustamente o per mero commercio uno o più giocatori? Già fatto anche questo. E’ storia antica, appena passata, recente.
Di non vincere? E che paura sarebbe mai? Siamo capaci a farlo.
Non sarà piuttosto paura DI vincere?
O semplicemente PAURA? Non si sa di chi, non si sa di che cosa. Paura pura e solida nella sua ineffabilità.

E se non è paura, è fretta. Brutta roba, la fretta. Eppure dovremmo avere imparato… già, eppure dovremmo avere imparato.
Abbiamo sognato più o meno per un secolo di vedere i cugini in serie B. L’hanno sognato i nostri nonni, i nostri padri, noi. Non lo sogneranno i nostri figli: ad essi possiamo consegnare la testimonianza di un sogno realizzato.
Ma sembra che non si sia imparato (quasi) nulla.
Boh, io SO che il Maestro arriva quando l’Allievo è pronto.
Se il Tempo fosse il Maestro e noi gli Allievi… potremmo definirci pronti?
Può darsi. Ma non rischieremmo un’ubriacatura con postumi difficili da curare?
Non è meglio lasciare che questo Torello impari prima a reggersi sulle zampe e solo POI a caricare a testa bassa?
No.
Abbiamo fame e ci sembra di non trovare cibo.
Abbiamo sonno e ci sembra di non trovare un materasso.
Abbiamo sete e quel che vediamo è il deserto.
E allora esclamiamo a gran voce: “Adesso basta, però, ne abbiamo le palle piene.”
Aspettative…
E provare a guardare AVANTI? Non dico sempre, per una volta, una volta sola. Senza pensieri rivolti al passato e neppure al presente.
Provare a pensare, semplicemente, senza se e senza ma, senza sovrastrutture (uh, quanto son pesanti quando sono tante, troppe…), che un torello non può che diventare toro. Ecco. Un pensiero semplice. Senza se e senza ma.
E se il pensiero devia? Se per esempio a qualcuno scappa di pensare di volere che il torello diventi una zebra? Non c’è problema: si riformula il pensiero. Anche perché cervello e cuore accettano di prendere in considerazione solo concetti veri. Un torello che diventa una zebra è un’aberrazione, una deviazione, un’assurdità. Non esiste, orrore, bruttura.
Come una mantra: il Torello diventerà Toro, il Torello diventerà Toro, il Torello diventerà Toro…
Crederci nonostante tutto e nonostante tutti.
Oppure fare un’altra scelta e buonanotte al secchio.
And she’s buying a stairway to Heaven…

Uh, guarda, prima ti parlavo dello studente, del cuoco, della fotografa, dell’amica.
Potrei farti mille altri esempi. Anche nel Toro, per il Toro, con il Toro, attraverso il Toro.
Com’è facile appiccicare etichette malevole addosso a qualcuno solo perché non ti dà immediatamente quello riterresti dovuto… e sì sì, e già già… facilissimo…

Comunque sia: FORZA TORO. Sempre. Nonostante.

Poi ti devo raccontare del fatto che la pensiamo in mille modi diversi e siamo tutti qui per la stessa ragione, stiamo facendo tutti lo stesso viaggio, ma non adesso, non adesso…

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