Quel che successe a Monza

Quel che successe a Monza

Tutto è cominciato da una visita in cantina.
Mi chiedo come questa cosa sia finita qui dentro… ma che diamine è?
In questa scatola c’è un po’ di tutto, vecchi biglietti, abbonamenti, gagliardetti… c’è la sciarpa dei Ragazzi… mamma mia da quanto tempo non la vedevo più… c’è l’abbonamento degli anni di Borsano, col Toro che carica.
O…

di Redazione Toro News

Tutto è cominciato da una visita in cantina.
Mi chiedo come questa cosa sia finita qui dentro… ma che diamine è?
In questa scatola c’è un po’ di tutto, vecchi biglietti, abbonamenti, gagliardetti… c’è la sciarpa dei Ragazzi… mamma mia da quanto tempo non la vedevo più… c’è l’abbonamento degli anni di Borsano, col Toro che carica.
O che, per meglio dire “era tornato alla carica”.
Vecchie foto della festa promozione, con l’elicottero che porta via la B e scarica la A.
Sì, c’è tutto su quegli anni, a cavallo della fine del decennio ‘80 e quello successivo.
Eppure ancora non capisco cosa sia questo straccetto, quasi una striscia sottile di stoffa.
Uhm… se era del Toro, deve essere sbiadito in maniera decisa, perché questo rosso non ha più niente del granata originale.
Eppure…
Eppure c’è un ricordo che solletica la mente.
Credete anche voi che gli oggetti accumulino energia?
E che si carichino dei ricordi e delle immagini delle vicende di cui sono stati testimoni?
Non ho una opinione precisa in tal senso, ma è un valido escamotage per introdurre la vicenda di oggi.
Porto il pezzo di stoffa alla tempia, lo stringo tra le mani.
Spizzichi di frasi e di ricordi che risalgono da chissà dove
Lo vuoi un souvenir?
Poi altri frammenti, come una battaglia goliardica su di un pullman, e qualche altro fatto che avvenne quel giorno. Una sconfitta della quale andammo fieri.
Ora i frammenti sono più chiari. Li mettiamo in ordine?

 

Proprio così.
Astenersi moralisti e revisionisti.
I primi ci sono sempre stati, ma da quando internet ha spalancato le porte, ci sono ancora di più.
Sono quelli che giudicano con parametri esterni una cosa non conoscendola.
Dando per scontato che i LORO parametri debbano applicarsi, peraltro goffamente, ad ambienti con connotazioni troppo diverse e che non riescono ad essere compresi se non sono vissuti dall’interno.
I revisionisti invece sono una razza forse ancora peggiore, perché agiscono nello stesso modo dei moralisti, giudicano ossia con parametri moderni, una cosa lontana nel passato, rielaborandola.
Rielaborandola male, dandole un significato aggiuntivo distorto, il più delle volte di comodo.

 

Ho già accennato un paio di volte a quanto si verificò in quel pomeriggio.
La prima volta 5 anni fa, nel racconto “Gli striscioni del Monza”, che riassume molto brevemente quella giornata, pur inserita in un racconto.
Una seconda volta nell’Istantanea “La Cavalcata“, che riassume la storia del Campionato di serie B 1989-1990, tuttavia senza approfondire eccessivamente la vicenda.
Sono passati molti anni da quando i fatti che andiamo a narrare ebbero luogo e nessuno qui vi starà a dire che allora si sia fatto bene o male.
Del resto, come potete vedere dalla foto di copertina, i media non tardarono a generalizzare l’accaduto, dando libero fiato alle trombe non trombanti di chi non attendeva altro.
Monza, 3 giugno 1990.
Questa è la storia di quanto accadde quel giorno.

 

Quando i granata si muovevano, facevano paura.
Altro che tessera e non tessera, striscione o non striscione.
Erano anni di rinnovato entusiasmo, dettato da quanto Gian Mauro Borsano avesse fatto presa su di noi.
Gli esodi non dico fossero biblici, perché i decenni precedenti avevano sicuramente insegnato qualcosa di grande, ma eravamo bel lungi dal perdere tifoseria ed entusiasmo nelle nostre trasferte. Cosa che sarebbe andata accentuandosi negli anni ‘90.
Alla fine di maggio 1990 il Toro di Fascetti aveva già vinto il campionato di serie B matematicamente, lasciandosi alle spalle il Pisa, che aveva provato a contrastarne invano il primato.
La domenica precedente il Toro aveva abbandonato il Comunale e la Maratona (e Dio solo sa quanto quell’addio sarebbe stato uno dei più amari della nostra vita) e si apprestava a giocare l’ultima gara, peraltro ininfluente, della stagione in quel di Monza, contro i locali che già avevano quasi un piede in C.
Da tempo si parlava di quella trasferta come della festa finale, alla quale avrebbero partecipato tanti, tanti tifosi.
E così fu infatti. Il vulcanico Borsano fiutò l’aria e diede seguito ad una delle sue tante iniziative, ovvero la trasferta su camper a noleggio a prezzi stracciati.
Dicevo, eravamo davvero in tanti, ognuno con la voglia di far festa e di pensare all’avvenire roseo che ci si prospettava. Nonché alle rivincite che ci saremmo goduti nella massima serie, senza che si fosse minimamente preoccupati del risultato della gara contro i brianzoli.
Nessuno di noi poteva sapere che stavamo per vivere una giornata che, a suo modo, sarebbe stata ricordata a lungo.

 

Seguivo il Toro in trasferta con il gruppo di Lanzo, attendendo il loro arrivo a Venaria in quegli anni.
Come altrove ho già scritto, andare in trasferta con i Wild Boars lanzesi significava sostanzialmente avere due cose certe.
La prima era partire con largo anticipo, ben  prima di tutti gli altri.
La seconda era tornare con ampio ritardo, ben dopo tutti gli altri.
Il perché era presto spiegato.
Più che su di un pullman, sembrava di viaggiare su di un tram che faceva le fermate.
Rappresentate da ogni singolo autogrill che si incontrasse sul cammino.
Non solo. Noi ignari che li aspettavamo a Venaria, all’imbocco della tangenziale, spesso dimenticavamo di stare lontani dalla porta anteriore che ci spalancava per farci salire.
Venivamo infatti inesorabilmente ed invariabilmente investiti da zaffate di odor di vino da far invidia alle cantine di La Morra.
Le loro notti brave non si concludevano il sabato sera, ma proseguivano in una tirata unica fino alla trasferta del giorno dopo, con risultati alcoolici devastanti.
Insomma, un pullman sul quale il giro del bottiglione era pressoché obbligatorio, sul quale si rideva, si scherzava e si divertiva.
Un pullman di persone radicate sul territorio che accoglieva il povero amico Enzino, di tutt’altre origini, con invettive che vi lascio immaginare.
Quel giorno partimmo verso le 9, orario impensabile, partorito dalla mente di un pazzo, per una gara che si sarebbe disputata alle ore 16.
Ma c’era l’autogrill di Novara, allora non ancora sintetico, e là ci si sarebbe fermati almeno un paio d’ore.

Ero stato a Monza l’anno precedente, il 20 maggio a vedere i Pink Floyd, conoscevo la cittadina, attaccata all‘hinterland milanese, anzi, facente parte di esso. Mi allarmai quindi quando vidi il nostro autista (dopo l’ennesima sosta in autogrill), tirare dritto per la Milano-Venezia.
– Cocchiere, dove sta andando?
– Mah… ho chiesto informazioni in autogrill a uno, mi ha detto di continuare dritto…
In molti alzammo gli occhi al cielo.
– Cocchiere. Torni indietro…

 

Conoscete lo Stadio Brianteo, lo stadio del Monza inaugurato negli anni ‘80?
Brevemente vado ad illustrarvi tale opera angosciante.
Consiste in una tribuna enorme, veramente notevole come dimensioni.
E di un settore Distinti, chiamiamoli così, a doppio livello, seppur più basso rispetto alla ciclopicità della tribuna.
Le curve? Pochi scalini in croce, sia da una parte che dall’altra, con via di fuga naturale verso l’alto. In pratica il terreno di gioco è più basso del manto stradale.
Tenere presente la struttura dello stadio è indispensabile per comprendere quanto avvenne.

Arrivammo poco prima degli altri pullman, nonostante la deviazione fuori rotta del cocchiere.
Giungemmo carichi di entusiasmo e di un pallone col quale ci mettemmo a giocare per strada, mentre molti andarono a fare un giretto nel centro della ridente cittadina.
Ora.
Dovete sapere che le trasferte all’epoca erano molto diverse da quelle attuali, nelle quali, se ci si reca in pullman, si vive praticamente blindati.
Si viene scortati allo stadio e di qui, una volta terminata la partita, all’autostrada.
All’epoca c’era molta più libertà (non soltanto nel calcio) e si poteva visitare la città ospitante, con le dovute precauzioni.
I brianzoli che incontrammo nelle vicinanze dello stadio, ci chiesero di “fare i bravi”, e possibilmente di “dar loro un punticino“, che sarebbe servito come il pane nella loro disperata situazione di classifica, quart’ultimi alla pari col derelitto Messina, che avevamo intortato a dovere la settimana precedente.
Questa però non è la storia di Alice nel paese delle meraviglie e non voglio raccontare storie.
Le cronache riportano atti di vandalismo e teppismo in centro città prima della partita.
Non so dirvi se sia stato vero o se si fosse trattato del solito episodio gonfiato ad arte.
Proprio non lo so, il giorno dopo i giornali sguazzarono anche su quello.
Se sia stato vero, mi viene difficile pensare ad un’azione gratuita.
Come vedremo in seguito, la tifoseria granata era compatta e decisa ed aveva un unico scopo: incitare il Toro. Raramente partiva in azioni gratuite, se non provocata.

 

Entrammo allo stadio visibilmente incazzati.
La voglia di far festa era tanta e ci aveva portati ad acquistare le micidiali trombe ad aria compressa, il cui suono all’unisono avrebbe ottenuto un effetto assordante all’interno dello stadio.
Per chi non ha mai udito il suono di una tale tromba, basti pensare al clacson di un camion imbestialito. Se conoscete il film “Duel” di Steven Spielberg, allora sapete di cosa parlo.
Io stesso, malandrino, ne utilizzavo spesso una per zittire mia nonna quasi novantenne, quando i suoi brontolii si facevano martellanti e insopportabili (Ciao nonna J).
Se non ricordo male, il costo di una tale tromba (colore bianco, trombetta rossa) si aggirava sulle 5-7000 lire, che non erano poche per il costo della vita di 22 anni fa.
Orbene, con mossa assurda, che fece in modo di far imbestialire gli animi, gli incaricati all’ingresso ci obbligarono a lasciare lì le nostre trombe, in un tripudio di madonne da competizione.
Ricordo un mucchio spaventoso di trombe, potevano essere centinaia e la gente che inveiva contro gli addetti alla sicurezza.
Un po’ come quando, prima di un derby della stagione 1993-1994, le forze dell’ordine decisero di non fare più entrare le aste delle bandiere, in un derby dove si era chiesto espressamente a tutti di portare almeno una bandiera.
Gesti che mandavano in bestia chi amava il tifo.
Del resto, lo si sa bene ormai, le trombe ad aria compressa sono un micidiale strumento di morte, così come i tamburi e le bandiere molto grandi.
Persino Michele Misseri si è recentemente accusato di aver commesso un omicidio con una tromba ad aria compressa.
In quei gesti nasce la genesi di quella che è stata la rovina del tifo.
Il confondere il folclore e la tifoseria con il teppismo.
Il generalizzare le curve come elemento di pericolosità, anziché sublimarne gli aspetti positivi di salvaguardia dell’amicizia e di coralità.
Quanta gente si è tenuta lontana da cattive strade proprio perché impegnata ad essere parte di qualcosa in una curva, e sto parlando delle cose che conosco, ovvero della situazione fino a 20 anni fa.
Quanta? Tantissima.
Eppure il discorso erosivo degli sportivi quaqquaraqquari che non distinguevano una curva da stadio da una parabolica, fece più danni di un’epidemia di peste.
I risultati di oggi partono anche da quella superficialità interpretativa e benpensante.
Sottolineando comunque i gravi errori che in alcuni casi sono stati anche parte del tifo organizzato.

 

Era il 1990, dunque.
Pensate che quel giorno si votò per il referendum contro la caccia, ma per la prima volta, ahimé, non si raggiunse il quorum.
I giornali erano pieni degli articoli su Italia ‘90, che sarebbe andata a incominciare di lì a poco, mentre qualche trafiletto parlava dei depistaggi del caso Ustica, del radar di Poggio Bollone, dell’inchiesta che procedeva.
Molti di noi avevano già compreso e temuto che non si sarebbe arrivati a nulla, viste le forze e gli interessi in campo.
Non ci eravamo sbagliati. All’epoca erano passati 10 anni e si era già scorati. Figuriamoci oggi dopo 32.

 

I quotidiani parlavano anche dei nuovi telefoni radiomobili, veri oggetti da Vip, per i quali la SIP prometteva l’installazione in meno di 24 ore!
Il problema, dicevano gli articoli, era la copertura radio, praticamente assente in tutto il territorio.
In molti si chiedevano anche cosa ne sarebbe stata della privacy, in uno sciagurato scenario nel quale un uomo fosse stato sempre raggiungibile a qualsiasi ora, e soprattutto rintracciabile.
Già, chiediamocelo.

 

Entrammo dunque incazzati neri quel giorno a Monza, ma cercammo di farci passare l’arrabbiatura tifando per la nostra squadra.
Stavamo vivendo una situazione spartiacque della quale nemmeno ci rendevamo conto.
Molti dei tifosi storici che avevamo visto e conosciuto fino a  quella domenica, per mille motivi, non ci sarebbero stati all’odiato Delle Alpi. Se ci fu una cesura nella storia granata, a livello di ricambio generazionale di tifoseria, forse fu proprio quello.
In pratica Monza-Torino, più che una festa rappresentò l’addio al vecchio Toro che avevamo sempre conosciuto.
Uno striscione a centro curva riportava il calcolo dei chilometri esatti percorsi per seguire i granata dai tifosi, sempre presenti in ogni trasferta, anche nella lontanissima Messina.
Il Toro, in maglia bianca e calzoncini granata, giocò in una formazione largamente rimaneggiata, privo di Muller, Skoro, Policano e tanti altri.
Lo stadio era gremito e credevamo che i tifosi del Monza si sarebbero espressi in una gran giornata di tifo per la loro squadra.
Credevamo.

 

Una cosa che è dilagata negli ultimi anni, ma che era già ben presente all’epoca, era la presenza di feudi gobbi all’interno dello stivale.
Praticamente in ogni zona d’Italia dove non vi sia stata una forte realtà locale a contrastarla, la semplicità di spirito e di giudizio fa sì che si opti per la scelta più comoda, a tutto discapito delle realtà locali minori e della moralità.
Ripensandoci però viene spontaneo chiederselo.
Avete mai conosciuto un tifoso del Monza?
Uno che tifi soltanto ed esclusivamente per il Monza? Io no, Più facile che dietro questo tifo se ne celi uno per una seconda squadra e che il primo venga tirato fuori soltanto nei momenti di (rara) popolarità, un po’ come è avvenuto con il Novara, che faceva 150 paganti prima di fare il doppio salto verso la A.
Tutto questo per dire che quel giorno i tifosi del Monza non vennero allo stadio per sostenere la propria squadra.
Vennero con le bandiere della juve per tifare contro di noi.

Potete immaginare la rabbia e vi garantisco che le bandiere bianconere non erano affatto poche, localizzate nella zona centro destra della loro gradinata, vista dalla nostra parte.
In seguito, qualcuno parlò anche della probabile presenza degli atalantini nel loro settore, ma qui si entra in un terreno nel quale è facile cadere nella disinformazione.
Riporto la notizia come tale, che uscì quando tutto ormai si era compiuto.

 

Insomma, il Monza vinse agevolmente 2-0 con doppietta di Bivi, uno che a noi aveva sempre segnato, quasi un ex giocatore. Siamo sempre stati fenomeni a far resuscitare gente che stava per attaccare le scarpe al chiodo, ed il caso di Maccarone non ha certo sorpreso, il suo gol domenica era quasi annunciato.
Nonostante la partita senza storia, i locali continuarono per tutto il tempo nel loro Toro-Toro vaff…, frutto di una antipatia atavica più che di un antagonismo relativo alla gara.
Alle metà del secondo tempo qualcuno iniziò a spazientirsi e a chiedersi che cosa cavolo volessero quelli lì.
Il sole di giugno può giocare brutti scherzi, senz’altro.
Ma anche portare una bandiera bianconera allo stadio a Monza-Torino non è il massimo della furbizia.
Oggi probabilmente non le farebbero entrare, ma oggi è oggi ed è imparagonabile.

 

Questo dunque fu lo scenario quando l’arbitro Luci di Firenze decretò la fine della gara e del campionato.
La folla premeva da qualche minuto per l’invasione finale e, sotto il nostro settore, quasi vicino alla tribuna, vennero aperti dei cancelli, mentre alcuni tifosi del Monza avevano già scavalcato per chiedere la maglia i loro beniamini, forse sperando che ne indossassero una bianconera sotto quella rossa.
Da noi la gente si catapultò verso il basso.

 

L’istante è rimasto indelebile nella mia mente, perché ne fummo sorpresi.
Ricordo di essermi chiesto, in quel frangente infinito e sospeso, quale mai potesse essere l’entusiasmo nel fare una invasione di campo dopo una partitaccia simile, vedendo la veemenza con cui centinaia di persone granata si riversavano sul terreno di gioco correndo a perdifiato verso il centro campo.
I giocatori se ne accorsero e si diedero alla fuga.
Troppo tardi però, i tifosi erano più veloci e li raggiunsero.
Superandoli.
Ecco l’attimo di stupore. La massa di tifosi superò il centrocampo beandosi allegramente dei calciatori e trò dritto.
Prossima fermata, curva del Monza.

 

Fu un colpo d’occhio mica da ridere.
Immaginate centinaia di persone che corrono incazzate verso una destinazione ormai prossima al grido di IALLA! – IALLA!.
Ricordate la conformazione della curva locale?
In un attimo vedemmo la loro curva svuotarsi verso l‘alto.
Tutti scappavano a gambe levate, una fuga degna delle bandiere che avevano tanto sventolato e delle carote che avrebbero mangiato per cena.
I nostri giunsero al capolinea e lì non poterono far altro che portare via qualche souvenir dalla loro gitarella.
Ed i souvenir erano rappresentati da quei frammenti di tessuto colorati di rosso che vennero distribuiti, da bravi fratelli, già nel cerchio di centrocampo.

 

Purtroppo le cose sfuggirono di mano, le esigue forze dell’ordine furono prese in controtempo.
Ci fu chi si accanì contro i cartelloni pubblicitari, chi quasi demolì una porta, chi semplicemente giocò a pallone in una delle porte, simulando un gol di Muller.
Occorsero una quindicina di minuti per far tornare i tifosi sulle scalinate, e  quindi verso i pullman.
– Vuoi un souvenir…? – mi domandò un amico che aveva fatto tappa all’altra curva, e mi passò un brandello di tessuto, che mi legai al polso, senza pensarci più.
Per noi era ora di tornare.
Questa, lo ripeto, non è la storia dei buoni e dei cattivi.
E’ la storia di come andò.
E tra tifosi si sa che non c’è niente di peggio che una realtà ricostruita e deformata senza conoscerla, amplificando soltanto l’aspetto meno nobile del tutto, senza conoscerne la materia prima.
E uno si rompe anche un po’ le scatole dei luoghi comuni.
Sono passati tanti anni, ripeto. Ora sarebbe diverso.
Ma allora no.

 

Lungo la strada del ritorno, in un atmosfera di goliardia generale tappezzata da brandelli di tessuto rosso, qualcuno nel pullman cominciò a scagliare una fetta di salame verso la parte posteriore dell’automezzo.
Qualcun altro replicò.
Ne nacque la più folle e pazza battaglia che io ricordi.
In cinque minuti volò di tutto, bottiglie d’acqua, arance, panini, con la gente che si riparava con dei fogli di giormale dai cecchini.
Per la cronaca, dopo quella volta, la ditta Giachino non concesse più i propri automezzi al gruppo di Lanzo.
Giusto? Sbagliato? Mi divertii come un pazzo.
Se c’è qualcuno che vuole fare la bella statuina, prego, si accomodi.
Non fa per me.

 

I media ci andarono a nozze, come detto.
Guardate che razza di titolo uscì sul giornale il giorno seguente.
Tutti parlarono di teppismo, di rabbia cieca del branco, persino Borsano parlò di “delinquenti”.
Arrivato a casa, mio padre mi telefonò.
– Cretino! Cosa sei andato a combinare?
– Ma io…
– Asu! Ma it’ses mat? Fol! (Somaro! Ma sei matto? Scemo!)
– Ma io non mi sono mosso…
– ‘Tlas 22 ani, piciu. It cherse mai? (Hai 22 anni, piciu – espressione tipica indicante qualcosa di simile a un cogl… – Non cresci mai?).

 

Ne fece le spese un conduttore di una trasmissione televisiva sull’allora Televox, che prese le parti ai tifosi del Toro, mentre il collega, spalleggiato anche dal giornalista Lo Presti, condannava senza appello il “gesto inspiegabile”.
Addirittura la telefonata in studio di un bambino spiegò come fossero andate le cose, ed elencò le provocazioni.
Ma bisognava arrendersi a quel tipo di perbenismo, per quanto il gesto di quel 3 giugno non fosse stato proprio da educande.
Fu il segno di un’epoca che cambiava, che ancora oggi è difficile spiegare a parole senza incorrere nei feroci censori che predicano l’ovvio.
Chi c’era, chi visse quel periodo, non ha bisogno di altro.

 

Per la cronaca il Monza andò comunque in serie C. Quattro giorni dopo affrontò il Messina a Pescara, perdendo per 1-0.
I loro tifosi avevano soltanto più un piccolo striscione.
Poveri.

 

Un altro evento lieto capitò quel 3 giugno, scatenando le ire juventine.
Il Toro primavera, all’ultima giornata di campionato, ne prese 6 dalla Cremonese.
La partita rimase sull’1-1 fino a 15 minuti dalla fine, poi i giovani granata cominciarono a beccare griglie una dopo l’altra.
Cosa c’entra la gobba?
C’entra perché, sfortunatamente per loro, il passivo del Toro, rimpinguò la differenza reti dei grigio rossi, che chiusero primi nel girone, rendendo inutile la vittoria bianconera sul Milan.
Che peccato, quando si dice il caso!
Cuccureddu, allenatore della primavera gobba vomitò rabbia, ma non ce la si può prendere contro il destino, eh.
Quei ragazzi… che eroi.
Ma questa è un’altra storia granata…

 

Era la storia, amici, di una giornata di sole, di mille trombe abbandonate su di un prato, di tante bandiere orribili che scapparono come Mennea e dei ragazzi di allora, oggi padri di famiglia, che fecero una corsa su quel campo per prendere dei souvenir.
Meglio rimettere via le cose in questo scatolone…
Gli abbonamenti .. I biglietti, le foto…
I ricordi di un’epoca.
E anche questo straccetto rosso.
Sì, ora che ci penso credo potesse essere un pezzo dello striscione “Gioventù brianzola”, ora che ci penso.
Come ne sono venuto in possesso?
Stai a vedere che mi sono dimenticato già tutta la storia.
Sì, meglio dimenticare…
Fino alla prossima volta che aprirò questa scatola, naturalmente.
Dormi bene, striscione…

 

Per chi volesse vedere il video di quella partita, ecco questo link.
Consiglio soprattutto i tre secondi finali.

http://www.youtube.com/watch?v=juMArwizwtA

 

 

MAURO SAGLIETTI

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