Quelli che vengono da lontano

Quelli che vengono da lontano

di Silvia Lachello

Lunedì 20 ottobre 2008
 
Caro Diario,
oggi voglio avere pensieri lievi, ho avuto una domenica difficile… anche se in fondo la mia vita di tifosa è facile, soprattutto da un punto di vista puramente logistico.
Quando ero piccola e mamma ci portava a vedere la partitella del giovedì al Fila bastavano poche fermate con il pullman (o era…

di Silvia Lachello

Lunedì 20 ottobre 2008
 
Caro Diario,
oggi voglio avere pensieri lievi, ho avuto una domenica difficile… anche se in fondo la mia vita di tifosa è facile, soprattutto da un punto di vista puramente logistico.
Quando ero piccola e mamma ci portava a vedere la partitella del giovedì al Fila bastavano poche fermate con il pullman (o era un filobus? Mannaggia ai ricordi, a certi ricordi, che iniziano a farsi sbiaditi…) o anche un po’ di lena nelle gambette ed eravamo lì.
Per non parlare delle domeniche: si andava allo stadio con la Cinquecento e la si parcheggiava incastrandola in una gabbia immaginaria formata da due alberi davanti e dietro e dai binari del tram ai lati, più o meno davanti ai Poveri Vecchi. Sembrava che quell’auto fosse stata fatta apposta per stare lì.
Adesso ci sono delle specie di inferriate… che non mi ruberanno mai l’odore dell’aria che respiravo allora.
Una volta parcheggiata la Cinquecento si scendeva e si facevano i pochi passi che ci separavano dallo stadio. Quando si scendeva dall’auto… hai presente quando i ricordi ti si fissano dentro e ti è facile ripescarli, basta chiudere gli occhi per un momento? Ecco, così.
 
Ricordo anche l’odore della lana con cui la nonna aveva intrecciato la mia sciarpa granata. Quella sciarpa è chiusa in un cassetto ora e ogni tanto la tiro fuori per sentire l’odore dello Scudetto. E della nonna. E del passato. Ah, quanto è importante il passato, quanto… sto insegnando ai miei bimbi ad averne cura anche se il loro è un piccolo passato… ma crescerà e loro l’avranno sempre insieme con sé.
Sto divagando, eh?
 
Ti dicevo: tutto facile.
Fila vicino, Comunale vicino, anche Superga tutto sommato.
 
Allora ho provato a mettermi nei panni di chi è granata da lontano, di chi non prova l’ebbrezza – per me piuttosto usuale – di sentirsi dire "Forza Toro!" per strada e non può, per logica conseguenza, rispondere con il liturgico "Sempre forza Toro!", di chi vede il Toro quasi sempre in televisione, di chi aspetta tutto un anno perché il Toro vada a giocare nella sua città.

Il mio amico Giacomo, per esempio. Sta a Siena, città bianconera per varie ragioni. Vita difficile, la sua.
Mille volte si è sentito chiedere "Ma perché il Toro?" ed altre mille volte glielo chiederanno. Credo che ormai si sia abituato a rispondere sempre nello stesso modo anche se… anche se penso che talvolta dia sfogo alla sua toscanità mettendo da parte la buona educazione.
 
A parte tutto… che razza di domanda è "Ma perché il Toro?"
Il Toro perché sì. Questa è l’unica risposta.
Il Toro. E basta. Punto.
Il Toro.
To-ro-To-ro-To-ro-To-ro-TO-RO!
 
Ti dicevo di Giacomo, appunto. Durante le nostre telefonate c’è spesso il momento dedicato all’auto-aiuto. "Ciao, il mio nome è Giacomo e tifo Toro in una città bianconera".
"Ciao, il mio nome è Silvia e tifo Toro a Torino. Tra l’altro… Torino è stata e resterà granata!"
E poi i racconti di quel che è stata la partita appena giocata che io ho visto allo stadio e lui in tv.
C’è spazio anche per altre condivisioni extra Toro ma una cosa mi intenerisce sempre: la sua sete di farsi entrare nelle fibre l’essenza di quella che per me, per noi autoctoni, è stata una normale domenica di passione.
C’è in lui, come negli altri che sono lontani, una robustezza di fede forse più cristallina di chi il Toro ce l’ha a portata di mano. Siamo tutti granata uguali ma ognuno di noi ha le sue sfumature, no?
 
Prendiamo ad esempio Superga.
A noi che stiamo qui capita spesso di andare in cima alla collina o altrettanto spesso di non andarci, tanto la collina sta lì. Se non si è spostata in quel giorno di maggio, vuoi che si sposti ora? Ed allora procrastiniamo e ci ritroviamo lì solo nei momenti istituzionali.
Per quelli che stanno lontani venire a Torino è come andare alla Mecca, è l’Esperienza da fare almeno una volta nella vita. E già hanno gli occhi che brillano al buio, mesi prima che accada, perché con le lacrime catturano ogni singolo barlume di luce che li circonda e che l’attesa gli ha acceso dentro.
Sanno che arriverà Il Giorno e se lo pregustano con attenzione e già con un po’ di rimpianto perché tutte le belle cose prima o poi finiscono… e questo, comunque, fa tipicamente parte dell’essere granata: avere già il rimpianto per un futuro glorioso. Sappiamo, con tanti dubbi, che lo vivremo.
D’altra parte il passato glorioso l’abbiamo già avuto… se solo imparassimo anche a valutare coerentemente il presente… ma sto di nuovo divagando.
 
A volte mi viene da pensare che quelli che stanno lontano siano più tifosi di noi che abbiamo tutto a portata di mano, che prendiamo un permesso dal lavoro per andare alla Sisport, che non sconvolgiamo più di tanto la nostra vita pur di vedere il Toro, che non viviamo di ricordi riflessi ma di storie vissute in prima persona… poi scaccio il pensiero perché, nonostante i litigi con i fratelli e le sorelle granata (e c’è sempre qualche motivo per litigare, come nelle migliori famiglie), non riesco a pensare che possa esistere una ‘gerarchia’ all’interno del NOI.
Ognuno ha la sua storia, ognuno ha le sue esperienze, tutti siamo legati da un sottile e robusto filo di colore granata, un filo che vola sopra frontiere ed oceani ed avvolge tutto il mondo.
Mi domando perché gli astronauti insistano a chiamarlo il pianeta blu… si vede che la rarefazione crea assurdi effetti ottici…

Ritorniamo a Giacomo. Tra qualche settimana dovrebbe riuscire a venire a Torino per vedere la partita contro la Fiorentina.
Sarà una strana partita sia per me sia per Giacomo: rivedremo Comotto. Per l’ennesima volta dall’altra parte della barricata. E Comotto è stato l’ULTIMO giocatore a cui ci siamo affezionati prima di decidere di votarci solo ed esclusivamente all’amore per la Maglia.
E in fondo… chi se ne frega di Comotto… comunque vada, qualunque sia l’emozione positiva o negativa che la partita ci regalerà… prima della partita Giacomo salirà a Superga. Ce lo porterò io: gliel’ho promesso.
Sarà un’occasione in più per ribadire dentro di me il concetto dell’Esistenza.
Noi. Noi che siamo stati cancellati dalla storia. E non una volta sola.
Noi che esistiamo, noi che siamo e che abbiamo anche imparato a non avere paura.
Su quella collina ce ne ricordiamo, ce ne ricordiamo DI PIU’.
Esistono limiti al sentimento di un tifoso: noi li superiamo continuamente.
Siamo stanchi di farlo ma, per dirla tutta, a volte penso che senza questo continuo spasmo non saremmo pronti ad amare incondizionatamente il nostro colore.
Il nostro colore.
L’Idea.
Come sarà l’Idea dentro a Giacomo dopo aver letto con i suoi occhi i Nomi sulla lapide in collina?
Più forte.
Forse assumerà una forma ancora più definita. E definitiva.

Mi piacerebbe che per una volta allo stadio lo speaker chiedesse a tutti quelli che han fatto più di cinquanta chilometri per recarsi lì di alzarsi in piedi ed agli altri di stare seduti. E che noi, noi sui seggiolini, facessimo un applauso forte forte forte, per quelli in piedi e per quelli che sono dovuti rimanere lontani. E poi che ci alzassimo tutti quanti intonando quel To-ro-To-ro-To-ro che continua a mancarmi ma che sento risuonare nella memoria come se l’avessi udito due minuti fa.
 
Così. Così mi perdo come sempre in un oceano di pensieri granata, compagni di vita, culla degli anni che mi scivolano addosso e mi sostengono nonostante tutto.
 
Poi ti devo raccontare di come non riesca ad abbattermi più di tanto pur vedendo certi spettacoli in campo ma non adesso, non adesso…

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