Ricomincio da capo

Ricomincio da capo

Non dirgli mai…che siamo stati a letto per un giorno interooo… e la paura di quel temporale come ci stringevaaaa
La radiosveglia starnazzava le note di un cantante ululante.
– Ma porco…
Phil si svegliò di soprassalto e balzò con le mani sulla radiosveglia, le cui cifre lampeggiavano ossessivamente sulle ore sette.
– Ma pensa te che cavolo di … – disse, iniziando…

Non dirgli mai…che siamo stati a letto per un giorno interooo… e la paura di quel temporale come ci stringevaaaa
La radiosveglia starnazzava le note di un cantante ululante.
– Ma porco…
Phil si svegliò di soprassalto e balzò con le mani sulla radiosveglia, le cui cifre lampeggiavano ossessivamente sulle ore sette.
– Ma pensa te che cavolo di … – disse, iniziando la giornata con un bel madonnone – Cri, ma che razza di stazione hai messo sulla sveglia? Senti che roba! – gridò all’indirizzo della cucina dal quale proveniva un buon odore di caffé e biscotti.
Cri?
Non udì suono se non quello di una comunicazione soffocata al telefono.
Si alzò di scatto facendo una nuvola di lenzuola e coperte. Quella sarebbe stata una gran giornata e sentiva già l’adrenalina scatenarsi in corpo in maniera inesorabile.
Trovò i biglietti per il concerto appoggiati sul comodino.
Quanto tempo aveva atteso un concerto degli Eagles in Italia?
Anni probabilmente.
L’indomani, soltanto l’indomani.
Lui sarebbe stato lì, avrebbe goduto di quei momenti che si era sempre e solo immaginato.
36 ore, non di più… Ma prima ci sarebbe stato il derby…
Guardò fuori dalla finestra. Le strade erano ancora imbiancate, ma la neve sembrava aver concesso una tregua. Si sentì sollevato, non ci sarebbero stati problemi per la partita.

 

– Vai da tua madre? – le chiese lui.
– Sì… mi vesto e vado – disse Cristina distrattamente, tirando su col naso e sbattendo la cenere della sigaretta in fondo a un bicchiere. Aveva gli occhi rossi. Portò lo sguardo oltre i vetri appannati della cucina.
– Fai attenzione, le strade sono una lastra di ghiaccio…
Lei si voltò improvvisamente verso di lui.
– Hai tempo cinque minuti? Dovrei…
– Sai… non ho ancora ben chiaro che cosa dire oggi alla riunione dei Club… non vorrei cadere nella retorica, prima di un derby poi…
Cristina scosse la testa e continuò a tirare boccate di fumo in direzione dei vetri appannati.

 

Dieci minuti più tardi, mentre Phil era sotto la doccia, il suo cellulare si mise a squillare.
– Heilà! Ti sei alzato solo ora, non fai mai un accidente, tu, eh? –
Era l’inconfondibile tono di Max, che usava per le telefonate di rito della domenica.
Tra breve sarebbe scattato l’immancabile invito al cinema, Phil ne era certo.
– Stavo pensando… dal momento che il derby è stasera… Perché oggi pomeriggio non andiamo a vedere un film oggi. E’ uscito l’ultimo di…
– Max… SPLUT! Ho la schiuma nei capelli, rompiballe! Ti richiamo dopo…
– Sempre che tu ne abbia voglia… – proseguì l’amico incurante – Ma forse tu vuoi rimanere riposato per il concerto di domani sera… eh! Beato te che potrai vederlo, io…
– Ti richiamo dopo!
Quando poco dopo Phil uscì dalla doccia, Cristina se ne era già andata.
Tanto di guadagnato, quando doveva lavorare non voleva nessuno attorno che gli facesse perdere la concentrazione.
Il derby si avvicinava, sarebbe stato teso comunque.
Accese il pc proprio mentre il cellulare squillava nuovamente. Diede un’occhiata al numero. Era il Direttore del sito web per il quale scriveva. Solleciti in arrivo, pensò.
– Ciao… scusa se ti disturbo così presto… tutto bene?
– Benone… vorrei che fosse già stasera. Anzi, vorrei che fosse già domani per essermi tolto di torno il peso del derby. Sono troppo agitato… tu?
– Lascia perdere… senti, ti chiamo perché ho visto che ieri non hai inserito l’articolo e volevo sapere se…
– Lo farò subito – rispose Phil addentando un mezzo toast – ieri mi sono dovuto organizzare per il concerto…
– Perfetto, ero preoccupato, sai quanto la gente aspetti il tuo editoriale di oggi. Posso chiederti come si intitolerà? Qualche anticipazione?
– Ah… huh… – rispose Phil smozzicando il toast – Si intitolerà… – finse di avere già in mente il titolo dell’articolo – Si intitolerà… La leggenda è la nostra storia: insieme possiamo!
Non gli venne in mente niente di più strabanale, ma in fondo era quello che la gente voleva sentirsi dire.
– Direi… che è centrato! – rispose il Direttore – Attendo con ansia.
Senza perdere altro tempo, Phil accese il pc per mettersi al lavoro.
Smartellò le dita sul suo articolo, tenendo d’occhio l’orologio che si spostava frettolosamente sull’ora di pranzo. Fuori un cagnolino abbaiava insistentemente, ed il rumore aveva cominciato ad infastidirlo.
– Ah, bene! Proprio in questa direzione abbai? Non hai una casa, cagnolino bello? – disse scostando le tende dalle finestre del salotto.
L’articolo era un forte richiamo ai valori che avevano fatto la storia della società granata. "Era arrivato il momento della riscossa", diceva il pezzo. Quella sera il Toro, appellandosi ai valori che gli erano propri, avrebbe dovuto fare polpette dei gobbi, azzannando le loro caviglie, mordendogli i polpacci, facendo sentire i tacchetti fuori dalla porta dello spogliatoio gobbo e bla bla bla.
Niente di eccezionale, ma l’ambiente andava caricato.
Lo inserì in rete, lo impaginò, dopodichè uscì senza aver mangiato, per non fare tardi al raduno dei club.

 

Saltò in macchina, senza badare alla cagnolina grigia che continuava ad abbaiare nella sua direzione, e si diresse verso il circolo dove si sarebbero radunati i club.
Lungo la strada pensò di chiamare Cristina per dirle che sarebbe passato a prenderla verso le 18 per andare alla partita, ma, fatti pochi metri, una spia rossa gli si stampò sul quadro strumenti.
I primi singulti del motore non tardarono a farsi sentire.
– No… no… no… no! – gridò Phil – non mi mollare, non oggi!
Niente da fare. La macchina aveva deciso di fare cucù, e nessuno le avrebbe fatto cambiare idea.
Si diresse di gran carriera verso la fermata del pullman.
Lungo la strada provò a chiamare Cristina. Il cellulare era staccato.

 

Il suo discorso al ritrovo dei Toro Club fu ancora una volta impostato sulla voglia di rivincita del popolo granata.
La gente convenuta accolse con un tripudio carico di speranza le sue parole, così come quelle degli altri relatori. Un giornalista dichiaratamente del Toro era merce rara per i tifosi.
Una volta uscito dal circolo, il cielo si era già fatto buio, ma non poté fare a meno di notare la cagnolina grigia poco più in là.
La stessa cagnolina che lo aveva atteso fuori di casa, ora era di nuovo di fronte a lui.
Non diede peso alla cosa.
Mancavano soltanto tre ore alla partita e decise di chiamare Cristina per concordare con lei il luogo d’incontro.
Staccato, ancora.
Provò a casa della madre. Nessuna risposta.
Trascorse qualche minuto meditando sul da farsi. Poi, imprecando, decise di recarsi alla fermata del pullman, per dirigersi nuovamente a casa.
Quando vi giunse, trovò tutte le luci spente.
Si stava facendo tardi. Dove poteva essere finita Cristina?
Sul tavolo del salotto, in bella vista, campeggiava una busta azzurra.
Phil la scartò avido, immaginando una sorpresa, nello stesso tempo però arrabbiandosi per quella poteva essere una perdita di tempo.
Il cazzotto gli esplose in pieno petto, impedendogli di respirare, mentre i muscoli si paralizzavano.
Dovette leggere due volte.

 

Ho pensato a lungo al momento in cui te l’avrei detto.
Tu mi credi così spavalda, ma in questo momento mi sento tremendamente vigliacca. Ho provato a dirtelo, questa mattina, ma tu non hai voluto ascoltare. Sono certa che la cosa migliore per entrambi sia che io ti metta di fronte alla verità una volta per tutte.

 

Me ne starò un po’ da sola… – lesse balbettando ad alta voce – Non voglio che tu mi cerchi… mi farò viva io. Perdonami. Cristina. P.S. non cercarmi da mia madre. Non sono lì e le ho detto di non rispondere…
Phil lasciò cadere la lettera.
Vivevano assieme da cinque anni, si conoscevano da dieci.
Quella casa cominciò improvvisamente a pulsare di fotografie e ricordi.
Si passò una mano sul volto.
Curioso come un uomo trovasse forze autonome per non soccombere di fronte all’imprevisto.
Forse entrava in gioco una sorta di riserva fisiologica, che permetteva alle membra di muoversi e al cervello di pensare, invece di annientarsi, come sarebbe stato logico.
Trascorsero minuti, decine di minuti forse.
Poi la sua mente cominciò a rimettere in sesto le cose per sopravvivere.
La partita… il concerto atteso da una vita… che senso aveva ancora?
Compose il numero di Max sul cellulare.
– Max… io… scusa se…
– Ho stracapito che non vieni al cinema… sei proprio uno stronzo, ci vediamo in curva. – CLICK
Attese qualche istante, con le poche forze rimaste, poi decise di chiamare Andrea, l’altro amico di sempre.
Per un attimo gli tornarono alla mente i tempi in cui loro tre, sempre insieme, avevano conosciuto Cristina. Il dolore del ricordo si fece largo nel suo barlume di vita.
– Andrea… ciao, sono io… –
L’amico sembrò intuire immediatamente che qualcosa non stava andando per il verso giusto.
– Tutto bene?
Cristina mi ha lasciato.
Andrea restò in silenzio per qualche istante. Andò subito al dunque.
– Quando? – chiese.
– Oggi, stamattina, adesso, neanche io so quando… – gli raccontò i dettagli della disavventura che stava vivendo. – Se vuoi ne parliamo tra un po’ allo stadio…
– Non verrò purtroppo… mi spiace saltare proprio stasera, ma il freddo dei giorni scorsi mi ha messo KO. Possiamo sentirci più tardi? Domani se sto bene ci vediamo e ne parliamo con calma… Adesso cerca di stare tranquillo…
Phil riattaccò senza dire altro. Uscì di casa il più velocemente possibile, lo sguardo spiritato, neanche si accorse della cagnolina, nuovamente di fronte a casa, che continuava ad abbaiare verso di lui.

 

– Non fare così – disse Max… lei tornerà. Sarà stato un colpo di testa e basta.
Phil non riusciva a cantare, mentre tutta la Curva intonava cori per la squadra granata. Pensò che anche se il Toro fosse riuscito a gonfiare la rete bianconera, lui non avrebbe trovato neppure la forza di sorridere.
Max cercò di consolarlo, ma niente poteva far trascorrere il tempo più velocemente di quanto stabilito dal tempo stesso.

 

Il Toro lottò con gagliardia e il risultato di parità sembrava già scritto.
Era l’ultimo minuto
Phil pensò a come sarebbe stato tornare a casa e non trovarla.
Alle cose di entrambi che diventavano di uno solo.
All’indomani che aveva perso tutto il suo fascino.
Mentre pensava, vide la palla inarcarsi a palombella.
E poi il giocatore gobbo avventarsi su di essa.
Non avrebbe saputo dire se fosse arrivata prima la percezione della rete che si gonfiava o il boato dell’altra curva.
Sentì che il mondo gli crollava addosso, mentre si accasciava sui seggiolini e la gente tutto intorno malediceva il mondo.

 

– Ti riaccompagno, vieni… – furono le prime parole che uno dei due riuscì a dire fuori dallo stadio.
Aveva da poco ripreso a nevicare con intensità e le strade si stavano imbiancando.
– No, grazie amico mio. Ho voglia di camminare di stare un po’ da solo…
– Non fare cazzate, eh? Ci sentiamo domani, magari le cose saranno già cambiate…
I due amici si abbracciarono.

 

Si avviò per le strade innevate. Il cellulare di Cristina era sempre staccato.
Quanto sarebbe stato normale camminare con lei sotto la neve, affondare i piedi, giocare insieme come avevano fatto quella volta lontana…!
Mentre camminava sperduto, lungo una strada che costeggiava la ferrovia, si ritrovò improvvisamente faccia a muso con la cagnolina che gli aveva sbraitato dietro tutto il giorno.
Non riuscì a capire come potesse materializzarsi in posti diversi della città, sempre di fronte a lui.
Si chinò verso di lei e l’animale smise di abbaiare. Aveva un musetto simpatico e curioso e si accovacciò ai suoi piedi. Phil la accarezzò e cercò di asciugarle il pelo bagnato di neve, mentre lei scodinzolava.
Si acciorse all’ultimo istante della macchina che ondeggiava in mezzo alla strada.
Fu investito da due potenti fari, mentre la vettura, sbandando si dirigeva inesorabilmente verso di loro.
Con uno scatto si buttò nella neve, in tempo per evitare il paraurti della vettura, che si adagiava, piegandosi contro la staccionata della ferrovia.
– Che diamine combina? Che cosa fa? – gridò invelenito all’indirizzo del conducente, una giovane ragazza incelofanata in un cappello di lana con pon pon.
– Io… io non fece la ragazza spaventata.
– Poteva ammazzarmi, rimbambita, se ne rende conto? Se non mi fossi buttato…
I fiocchi di neve ovattavano le sue imprecazioni, mentre si avvicinava alla ragazza.
– C’è la neve… io non…
Fu solo in quel momento che Phil la vide.
Una macchia di sangue scuro che si andava allargando all’altezza del pneumatico della vettura.
– Noooo! – urlò con rabbia e disperazione Phil, gettandosi e scivolando sulla strada, in tempo solo per scambiare gli occhi col povero animale che lo guardava senza capire.
In tempo per raccogliere il suo ultimo respiro, mentre lui le accarezzava la testolina.

 

Non dirgli mai…che siamo stati a letto per un giorno interooo… e la paura di quel temporale come ci stringevaaaa
Spalancò gli occhi e si mise a sedere sul letto con un balzo.
Sentiva di non essersi affatto riposato, ma la cosa ancora peggiore doveva ancora venire.
Non appena il suo cervello fece il log-in col mondo si ricordò di quanto capitato il giorno precedente.
Cristina se ne era andata, lo aveva lasciato.
Fu tentato di lasciarsi vincere dall’oblio, vittima di un disagio che gli faceva mancare l’aria.
Tutto ai suoi occhi aveva perso valore Tutto anche il concerto che aveva desiderato così tanto.
Impiegò qualche secondo, vinto dalla confusione, a spegnere la radiosveglia.
Quasi non fece caso alla fastidiosa canzone, che da due giorni gli dava un sarcastico benvenuto nel mondo dei desti.
Alcuni rumori provenienti dalla cucina lo fecero sobbalzare.
Qualcuno sembrava parlare sommessamente al telefono.
Ladri? Malintenzionati in casa? Era impossibile, i ladri non preparano il caffé.
Si catapultò fuori dal giaciglio e si affacciò sulla cucina.
Cristina vide il suo sguardo allucinato e sobbalzò impaurita.
– Ti richiamo, mamma – disse frettolosamente al cellulare, prima di riagganciare.
Sei… tornata… – le sorrise Phil incredulo.
Cristina sgranò gli occhi e si lasciò sfuggire per terra la cenere dalla sigaretta.
Lo guardava senza capire.
Lui non sapeva se ridere, piangere o arrabbiarsi.
Un momento di debolezza, certo, solo quello poteva essere stato. Era tornata per… per…
– Tornata… io?
– Sì, sei tornata…. Ora mi vuoi spiegare che cosa…
Scusa ma dove sarei andata? – aveva gli occhi rossi e sembrava tirare su col naso. Gli anelli di fumo della sua sigaretta si disperdevano fastidiosamente verso il soffitto.
– Perché lasciarmi quella lettera? Perché non dirmelo di persona? Mi vuoi spiegare che cosa è successo?
La sigaretta le scivolò di mano.
Ma di quale lettera stai parlando?
– A che scopo recitare la commedia, Cristina? Tanto l’ho trovata. La lettera che mi hai lasciato ieri per dirmi che mi avresti lasciato… A cosa ti serve fingere?
La ragazza lo fissava pallida come un cadavere. Cercò di ritrovare la forza di parlare. Si diresse verso il pacchetto di sigarette e ne accese un’altra, tentando di venire a patti con se stessa.
– E’ evidente che hai scoperto tutto e che ora sei uscito di senno. Senti, lascia perdere queste trappole, con me non attaccano. Avrei voluto dirtelo in un altro modo, più adeguato. Ma visto che tu mi costringi… me ne vado per qualche giorno. Ho bisogno di stare da tranquilla e da sola. Non cercarmi.
– Ma questo me l’hai già scritto nella lettera…
Phil, basta con questa storia della lettera! Non essere ridicolo. Chi è stato a dirti tutto? E’ vero, avrei voluto scrivertene una, perché tu mi blocchi, ogni volta che parlo… – Cristina ora piangeva.
Si diresse in camera e cominciò a frugare tra i vestiti ne piegò qualcuno e li depose in una valigia.
Poi se ne andò.
Di nuovo.

 

Qualche minuto più tardi, mentre Phil stava cercando di mettere ordine nella sua mente, il suo cellulare trillò.
Heilà! Ti sei alzato solo ora, non fai mai un accidente, tu, eh?
La voce di Max. Avrebbe dovuto chiedergli come si sentisse, dopo quanto gli aveva raccontato la sera precedente. E invece…
– Stavo pensando… visto che il derby è solo stasera… Perché non andiamo a vedere un film oggi? E’ uscito l’ultimo di…
– In che senso “il derby è stasera”…? – la voce di Phil uscì glaciale.
– Sempre che tu ne abbia voglia… – proseguì l’amico incurante – Ma forse tu vuoi rimanere riposato per il concerto di domani sera… eh! Beato te che potrai andarci! Io invece…
MAX, SMETTILA DI SCHERZARE!!! – gridò Phil avvampando – Non lo tollero! Finiamola con questi scherzi! Vi siete messi d’accordo? La partita c’è già stata e il concerto è stasera! E Cristina mi ha lasciato. Ma questo tu già lo sai…
Silenzio dall’altro capo della linea.
Cristina ti ha lasciato? – disse l’amico quasi sussurrando.
– Ma crepa! – sbraitò Phil. Poi chiuse la comunicazione.
Gettò il cellulare sul letto, prima di stendersi a guardare il soffitto.
Venne colto da un atroce dubbio.
Proprio in quell’istante però il suo cell. tornò a squillare. Era il Direttore del sito web.
Phil pregò di non sentire le parole che temeva di udire.
– Ciao… scusa se ti disturbo così presto… tutto bene?
– Ehm… no, non va per nulla bene…
– Lascia perdere… spero che non ci siano problemi di salute… Senti, ti chiamo perché ho visto che ieri non hai inserito l’articolo e volevo sapere se…
– L’ho messo ieri… ma ormai, con la sconfitta…
Il Direttore si zittì per qualche istante… – Quale sconfitta scusa? Quella della squadra Primavera?
Phil si passò una mano sul volto. Prese fiato.
– No… non la sconfitta della primavera. La sconfitta nel derby per 0-1 con un gol all’ultimo minuto…
– Ah ah ah… – sghignazzò il Direttore – Cos’è? Uno dei tuoi racconti? Mi raccomando però, fallo finire bene perché se no… Posso chiederti come si intitolerà? Qualche anticipazione?
L’uomo si stropicciò gli occhi.
Oltre il vialetto di accesso della casa sembrava che un cane stesse abbaiando insistentemente.
– Sei ancora lì? – chiese il Direttore.
– Ehm… Sì. Si intitolerà… “E se finisse l’incubo?”.
– Direi… che è centrato! – rispose il direttore – Attendo con ansia.
Phil chiuse la comunicazione. Era stravolto.
Per scrupolo fece una telefonata al vecchio amico Andrea.
– Ciao… tu hai l’influenza, vero?
– Bè, sì… ma tu come fai a…
Phil riattaccò. Guardò il display del telefono.
Indicava che quel giorno era domenica.

 

Si fece una doccia per cercare di uscire dall’incubo, buttò nell’articolo per il sito web qualche vaga parola a casa che predicava comunque prudenza.
Sarebbe dovuto andare al circolo… ma era assurdo.
Tutto quanto era assurdo.

Saltò in macchina. Si aggirò per le strade di periferia con la mente che si rifiutava di accettare quell’assurdo, quando la spia dell’olio lo avvisò dell’imminente stop della vettura.
Tirò pugni sul volante, urlando rabbia che nessuno poteva sentire.
Un sogno, ecco cosa doveva essere stato.
 Un dannato sogno, una premonizione di quello che sarebbe successo oggi.
Già, oggi, ieri, di nuovo oggi….
Si avviò verso il circolo senza sapere che cosa avrebbe detto.

 

Il suo discorso fu breve e insicuro, ma venne accolto lo stesso da un tripudio di applausi.
Tutti erano convinti che quella sera il Toro si sarebbe fatto valere alla grande.
Mormorò due parole di scusa e scappò via in fretta. Fuori era già buio.
Lo sapeva già.
La cagnolina abbaiò insistentemente verso di lui.
Lui si chinò e fu come guardarla negli occhi per la prima volta. Gli tornarono in mente le immagini della sera prima… della sera stessa.
– E’ solo un sogno – disse tra sé accarezzandole il musetto – E’ solo un pessimo sogno. Domani sarà tutto diverso… – sussurrò alla cagnolina.

 

Non vide Max alla partita. Doveva essere rimasto a casa, offeso per come Phil aveva troncato la comunicazione quella mattina. Oppure aveva preferito spostarsi di qualche seggiolino per non vederlo.
Visse tutto il match come la replica di un dramma.
Le stesse azioni, gli stessi passaggi, perfino gli stessi giocatori.
E poi il gol, come temeva.
Lo stesso boato, la medesima rabbia, mentre cadevano i primi fiocchi di neve.

 

Vagò.
Vagò a lungo per i paesaggi innevati e quasi senza rendersene conto si ritrovò di fronte alla cagnolina, nei pressi della massicciata della ferrovia.
– Oh, no! – disse Phil chinandosi sulla bestiola, appena in tempo per vedere piombargli addosso i fari della macchina guidata dalla ragazza col berretto a pon pon.
Questa volta tentò di trattenere il cane, ma la bestiola si agitò e si divincolò dalla presa dell’uomo.
I suoi occhietti innocenti vennero però abbagliati dai fari della vettura.
Phil si gettò di lato all’ultimo istante.
Udì il colpo, sentì il terribile lamento della bestiola.
Questa volta Phil non disse nulla, fu la ragazza a uscire correndo dalla vettura per chiedere scusa.
Non si era fatto nulla, ma già sapeva che aprendo gli occhi avrebbe visto la macchia rossa vicino alla ruota.
E il corpo della povera bestiola.

 

Non dirgli mai…che siamo stati a letto per un giorno interooo… e la paura di quel temporale come ci stringevaaaa
Scattò giù dal letto scaraventando per terra la radiosveglia e si precipitò in cucina.
Parlò già sapendo che l’avrebbe trovata con gli occhi rossi e che avrebbe tirato su col naso.
Cristina, non te ne andare… – le disse mentre lei era ancora al telefono.
Imbarazzatissima, la ragazza riappese, mormorando un – Ti chiamo dopo, mamma.
– Non dire che era tua madre, so che non è lei. Ti prego Cristina, non andartene…

 

Il cellulare trillò dopo poco che Cristina se ne era andata. Phil sapeva bene chi fosse.
I tempi dell’incubo erano rispettati al millesimo di secondo.
Heilà! Ti sei alzato solo ora, non fai mai un accidente, tu, eh?
– Max, ho bisogno di parlarti… – tagliò corto.
– Stavo pensando… dal momento che il derby è stasera… Perché oggi pomeriggio non andiamo a vedere un film oggi. E’ uscito l’ultimo di…
– Max stammi a sentire! Ho bisogno di parlarti. Non importa se al cinema, al bowling o a Timbuctù. Ho bisogno di un amico…

 

Max soppesò il vecchio amico per qualche istante, prima di ponderare la sua considerazione.
– I casi sono due. O è uno dei tuoi scherzi, o sei impazzito. Tra le due, sceglierei la seconda.
– Max, non ho bisogno di essere preso in giro… ti giuro che è la verità. Sto vivendo e rivivendo… lo stesso giorno! Sono prigioniero di qualche diavoleria spazio-temporale o che ne so. E con la fortuna che ho, ho scelto proprio un bel giorno da rivivere! Vengo lasciato dalla mia fidanzata, mi si guasta la macchina, il Toro perde il derby al novantesimo e una povera cagnolina finisce sotto le ruote di una macchina…
Max lo guardò impassibile. Erano in una caffetteria nei pressi di casa sua.
– Ti squilla il telefono – disse.
– Oh, lascia perdere. E’ tutto il giorno che mi cerca il Direttore del sito web. Non ho scritto il mio pezzo per oggi.
– E perché?
Phil sollevò gli occhi al cielo – Perché sono due giorni che lo faccio. Sempre lo stesso. E stasera perderemo il derby al novantesimo. Hai capito bene? Gol all’ultimo minuto dei gobbi!
– Mi devo toccare?
– Lo sapevo che non mi avresti creduto… Come potresti del resto?
– Hai parlato anche con Andrea?
– Ha l’influenza, non si muove da casa.
– Bè, domani…
– Maledizione! Phil sbattè i pugni sul tavolo facendo traballare una tazza di the – Non c’è alcun domani, lo vuoi capire? – Si alzò in piedi e puntò un dito contro l’amico – Ascolta, ora tu verrai con me. Andremo prima alla riunione dei Club, dove io dovrò dire quattro stupidaggini. All’uscita troveremo una cagnolina grigia ad aspettarci. Dopo andremo allo stadio, dove perderemo all’ultimo minuto, quindi si metterà a nevicare e poi…

– Non ci credo. Non è possibile… deve essere una coincidenza…
Max guardava il campo con occhi sbarrati. La gente in curva smadonnava accidenti spaventosi, Phil era seduto su uno dei seggiolini e sorrideva amaramente.
La palla era appena entrata nella porta del Toro.

 

– Ti accompagno a casa… – disse Max
Phil fece segno di no con la testa – Devi venire con me… a piedi.
Condusse Max per la via della massicciata, e gli fece assistere a quello che sapeva inevitabile.
Gli occhi dell’amico si riempirono di orrore.

 

– Dobbiamo fare qualcosa, ne parleremo con…
– E’ tutto inutile – fece Phil con le lacrime agli occhi. – tu domani mattina mi telefonerai chiedendomi di andare al cinema. E non ti ricorderai più nulla di quanto è successo oggi.
I due amici si abbracciarono mentre la ragazza con cappello a pon pon piangeva accanto al corpicino della cagnolina.

 

Non dirgli mai…che siamo stati a letto per un giorno interooo… e la paura di quel temporale come ci stringevaaa.
Phil visse i giorni che seguirono soltanto per poterla abbracciare al mattino per pochi istanti, prima che lei lo abbandonasse.
Ogni giorno tentò di supplicarla, di farla ragionare, di dirle che forse non era tutto da buttare.
Ma non ci fu mai nulla da fare.
Finì con l’abituarsi a quell’ombra di donna che lo abbandonava tutte le mattine, finse di sentirsi rassicurato dalla sua presenza e si addormentava sapendo che l’avrebbe ritrovata il giorno dopo, anche se per pochi minuti..
Ma mentiva a se stesso.
La sua maledizione era perdere ogni giorno la donna che aveva amato.

 

Tentò anche di seguirla, per capire dove si stesse dirigendo, quale fosse la sua destinazione.
Ma la spia dell’olio parlava chiaro. La macchina lo lasciava dopo non più di due isolati e lui rimaneva così, a vedere la vettura della ragazza che sfilava via nei viali innevati.
Poi, quando capì che lei se ne sarebbe andata comunque, la lasciò andare.
Giorno dopo giorno.

 

Girò a lungo per la città fino a conoscerne gli anfratti, fino a conoscere alla perfezione ogni piccola cosa ripetitiva che si verificava inesorabilmente allo stesso minuto della stessa ora.
Perse la ragione, senza avere mai trovato una spiegazione alle mille cose che spiegazione non avevano. Dove era andata Cristina? Perché era condannato a sapere che ogni giorno della sua esistenza il Toro avrebbe riperso il derby al novantesimo?
Per quale motivo, dei suoi due grandi amici, poteva vederne solo uno, al quale doveva ogni volta rispiegare quello che di atroce e crudele gli stava capitando?
Perché era condannato a vedere la fine dell’esistenza di una cagnolina che per tutto il giorno cercava di richiamare la sua attenzione?
Finì con l’affezionarsi a lei, a quelle poche ore che la vita aveva ancora deciso di concederle.
Tentò di salvarle la vita. La prese con sé, provò a tenerla chiusa in casa perché non conoscesse da vicino l’atroce fine sull’asfalto innevato che si bagnava di sangue.
Ma ogni giorno, ogni terribile e dannato giorno, gli occhi della bestiola si spegnevano poco prima della mezzanotte. E con essi la sua vita scappava lontano.
Poco dopo lui si svegliava inesorabilmente nel suo letto, con la nenia che usciva dall’altoparlante, mentre le cifre lampeggiavano con insistenza, puntate come sempre sulle ore 7.00.

 

Non dirgli mai…che siamo stati a letto per un giorno interooo… e la paura di quel temporale come ci stringevaaa.
Un giorno Phil si svegliò e si infilò un accappatoio. Impassibile si diresse in cucina ignorando l’odore del caffé e Cristina che, con gli occhi rossi e tirando su col naso sussurrò al telefono – Ti chiamo dopo, mamma.
Phil le sorrise – Che fai, mi lasci oggi? – ignorò la sua espressione scioccata e si recò fuori nel capanno degli attrezzi, da dove prese un’ascia.
Tornò in casa. Cristina lo vide e si mise a urlare.
Phil la ignorò e si recò in camera da letto, dove abbatté l’ascia con metodica precisione sulla radiosveglia e sulle note tediose che ancora ne uscivano.
In un altro giorno Phil, appena sveglio, uscì di casa, sempre ignorando Cristina e si recò in pigiama dal vicino che sapeva collezionista d’armi.
Incurante delle proteste e delle urla della moglie, prelevò un fucile, tornò in casa e non si preoccupò delle urla di Cristina. Quindi fece fuoco sulla radiosveglia con glaciale freddezza.
Prima di rimettersi a dormire.

 

Perse la ragione, dicevamo.
Una mattina, come tutte le mattine, arrivò la telefonata del Direttore del sito.
– Ciao… scusa se ti disturbo così presto… tutto bene?
– Una favola! Stavo giusto pensando di suicidarmi – rispose con sarcasmo glaciale.
– Lascia perdere… senti, ti chiamo perché ho visto che ieri non hai inserito l’articolo e volevo sapere se…
– Lo sto facendo – rispose Phil, addentando un mezzo toast scodellato fuori da microonde – Perfetto, ero preoccupato, sai quanto la gente aspetti il tuo editoriale di oggi. Posso chiederti come si intitolerà? Qualche anticipazione?
– Roba grossa, amico mio, roba grossa.

 

Si sedette al PC e cominciò a sfogare la sua rabbia.
Preparò l’articolo della giornata, dal titolo “Colpa dei giocatori: incapaci”, mentre la cagnolina cominciava ad abbaiare fuori dalla sua finestra.
Nel pezzo descrisse la squadra granata come un insieme di mercenari senza dignità, affermando che la sconfitta, che sarebbe arrivata probabilmente nei minuti finali, era inevitabile, a causa della scarsa professionalità dei giocatori.
Al circolo arringò la folla di tifosi, sostenendo che i giocatori erano il male del Toro, giudicandoli dei mercenari. Disse che tutta l’euforia secondo lui sarebbe stata spazzata via dalla prestazione della squadra.
Occorreva contestare! Il Toro meritava ben altro!
La sera, dopo il gol bianconero all’ultimo minuto, esplose la contestazione verso i giocatori.

 

In un altro giorno, si mise con rabbia alla scrivania e scrisse di getto l’articolo dal titolo “Colpa dell’allenatore: incapace”.
Una inevitabile sconfitta, quella sera stessa sarebbe stata colpa sua. E solo sua.
Scrisse con la bava alla bocca e col coltello tra i denti.
Al circolo arringò la folla di tifosi, sostenendo che l’allenatore era il male del Toro, dicendo che tutta quell’esaltazione sarebbe stata spazzata via dalla formazione messa in campo da un incapace e incompetente.
Occorreva contestare! Il Toro meritava ben altro.
La sera, dopo il gol bianconero all’ultimo minuto, esplose la contestazione verso l’allenatore.

 

In un’altra giornata si mise con rabbia alla scrivania e scrisse di getto l’articolo dal titolo “Colpa del Presidente: incapace”. Nell’articolo Phil lo definì “incompetente". Scrisse con la bava alla bocca e col coltello tra i denti.
Una inevitabile sconfitta, quella sera stessa sarebbe stata colpa sua. E solo sua.
Al circolo arringò la folla di tifosi, sostenendo che il Presidente era il male del Toro, affermando che tutta l’allegria sarebbe stata spazzata via dalla squadra acquistata da un incapace e incompetente e per giunta tirchio.
Occorreva contestare! Il Toro meritava ben altro.
La sera, dopo il gol bianconero all’ultimo minuto, esplose la contestazione verso il Presidente.

 

Non dirgli mai…che siamo stati a letto per un giorno interooo… e la paura di quel temporale come ci stringevaaaa
Perse la testa, dicevamo.
Si recava più volte alla partita e descriveva le azioni con anticipo, prima che queste prendessero forma sul campo.
Eh eh… ecco amici! Tra cinque minuti prenderemo gol… eh eh…
– Ohu! Ma la smetti di portare rogna?
– Ma vattene!
– Piantala, sei impazzito! Gli sussurrava Max… che ti prende?
– Eh eh… ecco il cross, guardate.. la respinta e… ecco! Oplà!
L’altra curva esplose in un boato.
– Prendiamolo!
– Sì! Rompiamogli il…
Si fece massacrare di patele, nonostante Max tentasse di difenderlo.
Rise mentre le prendeva. Rise così tanto fino a quando non svenne.

 

Non dirgli mai…che siamo stati a letto per un giorno interooo… e la paura di quel temporale come ci stringevaaaa
Spalancò gli occhi e si catapultò a sedere sul letto.
Scrutò le proprie braccia alla ricerca di lividi. Niente.
Si trascinò di fronte allo specchio dopo aver dato un pugno alla radiosveglia che pulsava con monotona insistenza le solite cifre.
Niente, neanche un graffio.
Dalla cucina gli arrivò l’odore del caffé e il suono di una conversazione sommessa.

 

In un’altra ripetizione dello stesso giorno riuscì ad intrufolarsi in piena curva gobba.
Poi, improvvisamente estrasse la sciarpa granata e si mise ad urlare.
– Hey, avete sentito gobbi maledetti? Platini era un cornuto! E pure tutti voi siete dei cornuti! Uno peggio che l’altro. Ah, guardate, ho sempre voluto dirvelo in faccia – gridò salendo su una balconata con sguardo allucinato. Siete un branco di conigli! Avete capito, gobbastri? CO-NI-GLI!
Guardò la maraja di gobbi soddisfatto, in attesa che le mazzate si abbattessero su di lui.
Prima di risvegliarsi con la solita musica, nel solito giorno.

 

Adesso faccio una cosa! – disse un giorno, sempre con Max a fianco, non appena iniziato il secondo tempo della gara.
– Che ti salta in mente?
– Stai a vedere.
Scese fino alla balconata, tutti lo conoscevano e avrebbero ascoltato quello che aveva da dire.
Si arrampicò in cima e si mise a gridare:
– Ohu, ragazzi, facciamo un bel coretto! Ripetete tutti quello che dico io! Pronti? Via!
Oh mamma-mamma-mamma…, oh mamma-mamma-mamma… sai, perché mi faccio l’aerosol? Ho-il-naso-intasato, ho-il-naso-intasato… Hey! Mammà! Che brutto raffreddor!
I capi della Curva si mossero verso di lui brandendo le aste delle bandiere.

 
Provò a suicidarsi. Provò a non mangiare più. Ma un giorno di digiuno non era abbastanza.
Una sera, mentre accompagnava la povera bestiola negli ultimi suoi istanti di vita terrena, ripensò alla ciclicità della sua vita, agli amori che aveva vissuto, alle ondate che si erano abbattute sulla sua vicenda di uomo e lo avevano reso una maschera di cinismo.
Era possibile intravedere una lontana purezza soltanto negli occhi morenti di una bestiola?
Essere condannati a vivere senza poter morire, era questa la sua maledizione.

 

Non dirgli mai…che siamo stati a letto per un giorno interooo… e la paura di quel temporale come ci stringevaaaa
Una mattina, tanto per cambiare, il Direttore del sito web gli chiese come mai non avesse inserito l’editoriale nel sito.
– Lo sto facendo – rispose – Si chiamerà “Ricomincio da capo” – e poi riappese.
Cominciò a scrivere, furiosamente, rabbiosamente. Un racconto a puntate, del quale continuava a scriverne sempre e solo la prima, aggiungendo giorno dopo giorno particolari, dipingendo un’avventura maledetta, che tuttavia catturò l’attenzione della gente.
I tifosi al Circolo gli chiedevano di parlare di quel racconto, di come potesse essergli venuta in mente una vicenda simile. La gente lo fermava prima del derby per fargli i complimenti e chiedere… chiedere… chiedere come sarebbe andata a finire la vicenda.
Già, come si poteva metter la parola fine a una storia tanto sofferta quanto straziante?

Se lo chiese un giorno, mentre la cagnolina abbaiava fuori dalla sua finestra.
La cagnolina… tutti gli chiedevano il perché della sua morte nel racconto, gli dicevano che non avrebbe potuto essere così crudele.
Polpetta, l’aveva soprannominata così.
Si vestì ed uscì fuori. Polpetta era la chiave di tutto.

 

Polpetta era la chiave di tutto, ripeté a se stesso.
Perché abbaiava così insistentemente? Cosa voleva?
– Dove mi vuoi portare, topolina? Vuoi che ti segua? – le domandò Phil.
Polpetta lo guardò e abbaiò, voltando il muso verso la strada e cominciando a correre.
Phil corse dietro a Polpetta per mezza città. Ogni tanto si fermò a rifiatare, mentre il cane gli metteva fretta abbaiando.
Alla fine Polpetta lo condusse ad una piazzetta con un giardino circondato da alberi.
– Hey, perché mi hai portato qui? Qui siamo sotto…
Una figura gli sfilò davanti. Era la ragazza col pon pon, quella che ogni sera investiva il cagnolino con la macchina. La ragazza gli mollò un’occhiata distratta.
Polpetta abbaiò. Non era lei il motivo per il quale lo aveva portato fin lì.
Phil frugò la piazzetta con gli occhi, fin quando non la vide.
Cristina stava entrando in un portone con una valigia in mano.
Phil conosceva fin troppo bene quella casa.

 

Non dirgli mai…che siamo stati a letto per un giorno interooo… e la paura di quel temporale come ci stringevaaaa
Si alzò sorridendo. Si diresse con calma verso la cucina.
Cristina sussurrò nel telefono – Ti chiamo dopo, mamma.
Phil le sorrise dolcemente – Perché lo chiami “mamma”? So che è Andrea.
La ragazza lasciò cadere il telefono, incredula.
Poi scoppiò a piangere.
Phil si ripromise di dirle sempre le stesse parole.
Per tutti i giorni.

 

– Ritornerò qui tutte i giorni, finché non mi ascolterai e non deciderai di fare un’altra strada questa sera.
– Io non la conosco… non so chi lei sia… perché poi dovrei fare la strada vicino alla ferrovia? Mi lasci perdere!
La ragazza sembrava smarrita, oltre che ostile. I lineamenti fini emergevano sotto il buffo pon pon, e componevano un volto a metà tra l’ingenuità e la ricercatezza.
– Ci andrai perché questa sera non avrai voglia di vedere nessuno, perché non hai ancora superato la perdita di tuo padre, perché hai amato la persona sbagliata… ti metterai in macchina per questi motivi… so tutto di te. Ti vedo ogni giorno da tempo. Forse da anni. E tu ogni giorno non ti ricordi più di me…
Dalla portiera aperta della sua vettura, posteggiata nella piazzetta uscivano le note di una musica familiare.
Dall’altro lato della piazza, Cristina trascinava la sua valigia all’interno della casa di Andrea.
La ragazza sbarrò gli occhi terrorizzata – Lei è pazzo…
Phil distolse gli occhi da Cristina e sussurrò – Forse sì… forse sono pazzo.
Venne distratto dalle note della canzone.
– Questa è… Lyin’ Eyes… anche a te piacciono gli Eagles… dovevo andare a vedere un concerto… un giorno… forse sarebbe stato il giorno più bello della mia vita…
Si allontanò. Si voltò verso la ragazza, raggelata, un’ultima volta.
Non mettere sotto la cagnolina… la mia cagnolina, ti prego…

 

Un giorno come gli altri.
Si svegliò, ascoltò quello che Cristina aveva da dirgli e la vide andarsene, rispose alle telefonate di Max e del direttore, poi si mise a scrivere “Ricomincio da capo”. Era la prima volta che trovava una conclusione alla vicenda.
Si sentì contento, per quanto poco razionale potesse essere quello che aveva scritto.
Uscì di casa, si recò al Circolo, seguì Polpetta e disse due parole di sfuggita alla ragazza col pon pon, lasciandola inebetita.
Poi si mise a camminare con Polpetta in braccio.
Non aveva voglia di andare alla partita, non quella sera.
Decise di mettersi a camminare nei dintorni dello stadio.
Udì il boato del gol e si avviò verso la massicciata quasi senza accorgersene, sempre con la quieta bestiola in braccio.
Non si ricordava più dei fari.
Li vide, ma questa volta decise di non spostarsi, proteggendola bestiola col suo corpo.
Aspettando il colpo secco con la lamiera.

 

Non dirgli mai…che siamo stati a letto per un giorno interooo… e la paura di quel temporale come ci stringevaaaa
Aprì gli occhi e fece per scaraventare il cantante a terra, ma un peso gli bloccò le ginocchia.
E anche questa settimana al primo posto della Truz-parade, troviamo…
C’era qualcosa di strano. Era la prima volta che la radio interrompeva quella canzone e… dalla cucina non proveniva alcun profumo di caffé.
Cercò di mettersi a sedere, ma un forte dolore alla schiena lo fermò. Un dolore molto forte, eppure non ricordava di… o forse…? Le gambe erano bloccate da un peso.
Guardò.
Polpetta, con una zampa steccata, gli scodinzolava, accoccolata sulle sue ginocchia.
Si catapultò giù dalla sponda del letto, preda di un presentimento spaventosamente euforico, nonostante il dolore. Il cellulare, dov’era il cellulare?
Non ci fu tempo, suonarono alla porta.

 

Si mise addosso la vestaglia ed andò ad aprire.
Cristina con la sua valigia in mano.
Lei gli sorrise, ma incontrò il suo sguardo inespressivo.
– Non mi fai entrare?
– Temo di no – sospirò.
– Ho combinato un bel casino, eh…?
– Temo di sì – sorrise Phil.
– Tu hai sempre saputo, vero?
Phil non rispose. A cosa sarebbe servita una ferita in più?
La lasciò andare via in lacrime, lasciandole credere che sapesse molto di più di quanto avrebbe mai voluto sapere.
In un giorno solo era passato dalla paura di perderla, all’indifferenza e alla compassione, passando per lo strazio dell’abbandono ed il gelo del rancore.
L’aveva persa meno di ventiquattro ore prima, eppure era la storia di un amore passato. Da tempo.

 

Tornò in casa e si mise a piangere di gioia nonostante il dolore. Quello era il più bel lunedì della sua vita.
Non ricordava nulla. Non sapeva come Polpetta fosse arrivata sul suo letto, il perché della zampa steccata, il motivo del suo dolore.
Trillò il cell. Il Direttore del sito:
– Allora, cos’hai fatto al novantesimo, al gol? Sono proprio curioso di saperlo…
– Cosa vuoi che abbia fatto… – ricordò di non essere andato alla partita e mentì – Mi sono messo a piangere, ovvio.
– Sì, sì! Anche io! Lacrime di gioia! Da quanto tempo non vincevamo un derby?
– Eh?
Da quanto tempo non vincevamo un derby?! E poi all’ultimo minuto!!!
Phil chiuse gli occhi e ricordò il boato.
Non era andato alla partita, ma non era mai stato così contento di essersene persa una.

 

Dopo qualche minuto, che lui trascorse in stato euforico confusionale, risuonarono alla porta.
Era la ragazza col pon pon.
– Sono passata a vedere come stai… Sono mortificata, ti chiedo ancora scusa… la bestiola sta bene?
– Eh… uh.. sì, sta benissimo – farfugliò sorpreso.
– Sai, non ci crederai, ma volevo dirtelo. Poco prima di sentire la macchina sbandare, ieri sera… ho avuto come un deja-vù. Mi è sembrato che una voce tanto tempo prima mi avesse detto di non passare da lì… così ho rallentato… Fossi andata più veloce voi adesso sareste… ma sono tutte stupidaggini, l’importante è che voi stiate bene…
La ragazza si aprì in un sorriso intrigante. – Mi sembri un po’ smarrito… sicuro di star bene?
– Sì… – Phil cincischiò – Ho soltanto una piccola amnesia…
– Bè… sei stato eroico. Non avevo mai visto un uomo proteggere così il proprio cane.
Polpetta scodinzolò dalla camera.
La ragazza fece per avviarsi ma Phil la fermò
– Aspetta… ho un paio di biglietti per il concerto di stasera…
– Quale concerto…? – chiese la ragazza con un piccolo broncio.
Quello degli Eagles, ovvio. Non piacciono anche a te?
– Bè… sì, ma come fai a saperlo?
Phil le sorrise senza che lei potesse capire.
Polpetta scodinzolò dalla camera.

 

Questo racconto è ispirato al bel film “Ricomincio da capo” di Harold Ramis, con Bill Murray e Andie MacDowell, del 1993. Consiglio davvero il film a chi non l’avesse mai visto, per una serata in allegria e serenità. Ogni tanto ci vuole.

MAURO SAGLIETTI

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