Superga VS Goganga

Superga VS Goganga

di Marco Peroni

 

L’orgoglio.

Flash 1.
Ricordo perfettamente il mio primo allenamento, nella squadra dei pulcini del Montato Dora (i cui colori sociali sono granata e bianco, per intenderci). Avevo sei anni e mia sorella mi aveva accompagnato al campo con qualche minuto di ritardo. Quando siamo arrivati la squadra era già sul…

di Marco Peroni

 

L’orgoglio.

Flash 1.
Ricordo perfettamente il mio primo allenamento, nella squadra dei pulcini del Montato Dora (i cui colori sociali sono granata e bianco, per intenderci). Avevo sei anni e mia sorella mi aveva accompagnato al campo con qualche minuto di ritardo. Quando siamo arrivati la squadra era già sul prato divisa in due file, che correva dietro al signor Grespan, paziente mister che ci avrebbe insegnato un sacco di cose. Sono arrivato direttamente in pantaloncini e in una busta di nylon tenevo le scarpette ingrassate e tirate a lucido assieme a mio padre la sera prima. Con le mani che tremavano, le ho tirate fuori e me le sono infilate con un’eccitazione che avrei provato ancora nella vita, ma non precisamente vestito.
Ricordo il “vai, Marco” di mia sorella e quel campo divorato in enormi per quanto piccole falcate fino a raggiungere la coda del gruppo: era l’inizio della mia “carriera” in granata, con tanto di derby a disposizione per alcuni anni a venire contro i bianconeri del Banchette.
Non ricordo di aver visto Amoruso, che pure ha suppergiù la mia stessa età, ed è stato un male perché proprio quel pomeriggio l’allenatore ci aveva spiegato che le scarpette con tredici tacchetti le dovevamo tenere per i campi duri, quelle a sei per i terreni soffici e bagnati.

“Se no, bimbi, poi scivolate e non riuscite più a controllare un pallone”

Per la verità nessuno di noi aveva il doppio paio, ma facemmo finta di niente e tenemmo buona la lezione per i campionati a venire.
Era stato un pomeriggio stupendo e, per quello che mi riguardava, io stavo giocando nel Toro. Punto.
Avevo già gonfio dentro di me l’orgoglio che in casa mi era stato tirato su a forza di racconti e giornali sportivi.

Flash 2.
Pochi giorni fa, ricevo una e-mail da un fratello che lì per lì, ingannato dal mittente della posta elettronica, non mi pare di conoscere. Un esempio chiaro di come quell’orgoglio che avevamo dentro da bambini sia riuscito ad attaccarsi alle nostre vite come un rampicante, non mollando i nostri giorni nemmeno più ripidi e scivolosi, se non addirittura pericolanti.
Ve la riporto così come mi è arrivata.

"Caro Marco,
lo scorso fine settimana sono stato colto da un malore al cuore…sentivo le pulsazioni nella gola e conseguentemente ho avvertito un forte formicolio al braccio sinistro. Tutto questo mi ha fatto pensare di essere stato colto da un infarto che poco dopo mi avrebbe portato lontano da tutte le cose a cui voglio bene in modo definitivo… Fortunatamente non sapendo come funzionino queste cose, e’ stata la prima cosa che mi e’ passata per la mente. Ammetto di essere molto ansioso ma probabilmente ragionando sul fatto di avere una vita non troppo regolare e con numerosi vizietti (portati anche dal mio lavoro notturno) e’ stata la prima conclusione che mi e’ passata per la mente.
Così, sdraiato su di una barella all’interno del pronto soccorso con attaccati mille fili da ogni parte, sentivo il cicalino delle pulsazioni che sembravano un loop e tra me e me il pensiero e’ stato… FORZA VECCHIO CUORE GRANATA!
Alla fine, era un eccessivo allarmismo anche se la mia pressione effettivamente era molto alta…
Ma sono qui contento di potertelo raccontare.

Un abbraccio. Davide"

L’imbarazzo.

Squadra senza nerbo e personalità, senza rabbia, rassegnata intimamente alla retrocessione, e messa pure in campo piuttosto male. Fuori l’unico centrale difensivo alto e grosso quando era ovvio che loro avrebbero giocato con Corradi unica punta o quasi. Dentro un centrocampo a tre di cui uno era Abate e l’altro Zanetti al rientro dopo lunga assenza. Fuori i due registi e, davanti, nessuna traccia del dubbio che Stellone – giocatore di grande movimento ma che forse non segnerà mai più un gol in tutta la sua carriera – sia la seconda punta giusta per Bianchi (l’unico pericoloso, pur con un cross a disposizione ogni due partite, il più delle volte molle e da quindici metri dal fondo).
A spasso per il campo o, come si usa dire oggi, “tra le linee”, un Rosina a cui si dava la palla come per liberarsi da un problema.

Idee, zero. Loro, scarsissimi.

Era già una partita di serie B e non ce ne siamo accorti soltanto noi.

 

La speranza

Come sempre, da diversi anni  questa parte, è quella di guarire dalla nostra schizofrenia e vedere le nostre due vite (Sogno e Realtà, Passato e Presente, Storia e Squadra, Superga e Goganga) tornare ad assomigliarsi un po’ di più.

Al più presto, perchè altrimenti ci ricoverano…

 

Un abbraccio a tutti, Marco

P.S. per chi non lo ricordasse, Goganga era una divertentissima canzone di Giorgio Gaber del 1963. Sfortunatamente, in quella gag si può facilmente riconoscere un ritratto della salute psicofisica dei nostri giocatori.

Ve ne riporto il video.

www.youtube.com/watch?v=xj_yn8X-DfE

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