Un pomeriggio stupido

Un pomeriggio stupido

Ieri siamo arrivati in quattro come sempre. Siamo vecchi amici e la domenica non è soltanto una questione di placare un’ossessione (il Toro), ma anche un modo di vederci un po’ con calma e raccontarci come va’. Siamo abbonati in curva da una vita e qualche volta ci concediamo una trasferta: un viaggio in macchina tutto per noi, la musica che ci cattura in quel momento, la voglia di mollare il freno dopo…

Ieri siamo arrivati in quattro come sempre. Siamo vecchi amici e la domenica non è soltanto una questione di placare un’ossessione (il Toro), ma anche un modo di vederci un po’ con calma e raccontarci come va’. Siamo abbonati in curva da una vita e qualche volta ci concediamo una trasferta: un viaggio in macchina tutto per noi, la musica che ci cattura in quel momento, la voglia di mollare il freno dopo una settimana di lavori e di paletti. Vi confesso che, secondo me, siamo dei bei tifosi: gente che rischia un embolo per una rimessa laterale regalata ma, due ore dopo, potrebbe bere insieme a dei ragazzi della squadra opposta. Per principio io non ho niente contro un tifoso di un’altra squadra, mi spiace: finita la partita, i cori e il dito medio al cielo per me finisce tutto. L’odio è una rappresentazione che mi può anche stare bene per un paio d’ore, ma non lo provo veramente e non mi avvelena il sangue. Certo, se un ragazzino rauco e nervoso e con gli anfibi volesse prendermi la sciarpa non mi sarebbe difficile caricarlo di legnate: ma lo farei, come dire, controvoglia.

Ecco, ieri è stato un pomeriggio stupido, molto poco divertente, di quelli che non aiutano la gente come noi a rimanere affezionata a questo mondo. Le code lunghe ai botteghini ci hanno fatto quasi perdere l’inizio (non volevamo lasciarne uno da solo in primavera), ma non è tanto questo a dar fastidio quanto la clamorosa inutilità dell’operazione: la classica trovata di un ministro che “con la tovaglia sulle mani e le mani sui co…” vuole risolvere un problema senza conoscerlo. Perquisizioni all’entrata: penso che lo Stato democratico sia il male minore, per cui non ho problemi a farmi controllare. A livello ideale non ho nulla contro la Polizia (certo, se evitassero di caricare folle inermi sarebbe tutto più semplice): però quando mi chiedono di lasciare all’entrata la chiavetta USB come se fosse un accendino mi è sembrato troppo (poi ci siamo chiariti: “questo è un accendino che costa 50 euro… e poi non lo lancerei mai, ci sono dentro tutte le traduzioni dei pezzi di Springsteen!”… ha funzionato). Una volta dentro aspettiamo in primo anello che uno di noi finisca al botteghino, e io butto gli occhi sul giornale: si parla di stadi chiusi, uno riaperto in un battito di ciglia, di vietare le trasferte e sciogliere i gruppi organizzati. Mi volto e guardo la Maratona spoglia e grigia, vagamente silenziosa e offesa. Chiudo gli occhi e immagino uno stadio senza cori, senza coreografie, senza trasferte organizzate a prezzi popolari, senza le sfide di colori e striscioni fra le curve… Apro gli occhi ed è esattamente quello che vedo. Allora penso che, anche se non ne faccio parte, sono con i gruppi. E soprattutto penso che per risolvere il problema della sicurezza i gruppi andrebbero coinvolti, riconosciuti nella loro identità e ascoltati. Fare di tutta l’erba un fascio è una cosa che solleva i politici dall’incombenza di studiare soluzioni adeguate e i giornalisti dal fare delle inchieste decorose. Poi, fatto questo, bisognerebbe essere inflessibili con chi passa il segno, punirlo severamente e metterlo in condizione di non essere un pericolo per tutti. A meno che non si consideri un diritto andare con una bomba carta allo stadio (io di queste cose non ci capisco un cavolo, ma a pochi metri de me la sera dell’Inter qualcuno si è fatto male veramente, e il primo pensiero è stato che poteva andare veramente molto peggio: magari per qualcuno che nemmeno centrava).

Poi è arrivato il minuto di silenzio e pur avendo questi pensieri per la testa ho provato il solito disagio con cui sono cresciuto, senza mai identificarmi in una posizione o nell’altra senza prima averci ragionato un po’: personalmente credo che la vita di quell’uomo avrebbe meritato più rispetto. Punto. Non so voi, ma io mi guardo attorno e vedo un mondo che si asciuga un po’, che si fa arido e grigio: ma so anche che ci sono volte in cui non devo darmi troppo retta.

Poi purtroppo è iniziata anche la partita.

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