Un uomo solo al comando

Un uomo solo al comando

di Walter Panero

 

Martedì 19 marzo 1946. Festa di San Giuseppe.

 

Mal di gambe. Male al sedere. Mal di tutto. Milano è alle mie spalle da un bel pezzo, ormai. Eravamo più di cento stamattina su quella piazza della periferia di quella città che odora di nebbia e di fumo. Una città che non mi piace: troppo grande, troppo piena di gente…

di Walter Panero

 

Martedì 19 marzo 1946. Festa di San Giuseppe.

 

Mal di gambe. Male al sedere. Mal di tutto. Milano è alle mie spalle da un bel pezzo, ormai. Eravamo più di cento stamattina su quella piazza della periferia di quella città che odora di nebbia e di fumo. Una città che non mi piace: troppo grande, troppo piena di gente che corre non si sa bene dove e perché. A me piace la campagna. A me piacciono i monti. A me piace il silenzio. A me piace la solitudine.
E adesso sono solo con la mia bici, qui su questa strada che sale.
Qualcuno, che ne sa più di me, dirà che è troppo presto per rimanere solo. Ma io ci sto bene così. E poi che colpa ne ho se gli altri, quelli che erano con me, non ce l’hanno fatta a starmi dietro?

Sono partiti in quattro appena lasciata la grande città: due che parlavano Italiano e due che parlavano Francese. Io gli sono andato dietro, un po’ così, per vedere cosa succedeva e perché a me non piace stare in gruppo con gli altri. A Pavia ci hanno detto che avevamo già sei minuti di vantaggio. Poco? Tanto? Non lo sapevo. Dipendeva dalle intenzioni che avevano quelli dietro.

Sempre in cinque siamo passati dalle mie parti….abbiamo attraversato Novi, la mia città, anche se i miei stanno là in mezzo alle colline…poi ci siamo spostati verso Ovada, quasi ai piedi della montagna che porta al mare. E’ stato lì che uno dei Francesi ha provato a staccare tutti….gli sono andato dietro….io un po’ di Francese l’ho imparato in guerra….così ci siamo messi d’accordo per andare avanti insieme….l’ho riconosciuto, dopo un po’, malgrado la faccia resa brutta dalla fatica e dalla polvere….non mi ricordo il suo nome, ma so che è uno buono….uno che ha vinto corse importanti al suo paese….mi conviene fare un po’ di strada insieme a lui, ho pensato. Chissà se lui sa chi sono? Chissà se mi ha riconosciuto? Chissà se al suo paese si ricordano di me?
Siamo andati avanti un po’ insieme, ma poi lui ha smesso di tirare. Forse non ce la faceva. Forse non ci credeva più, e in effetti bisognava essere dei pazzi per crederci. Forse aveva deciso di fare il furbo.
Sta di fatto che, quando la strada ha iniziato a salire, quando i tornanti sono cominciati, ho deciso che era giunto il momento di lasciarmelo dietro.

Così sono rimasto solo. Solo come piace a me. Solo, ma con ancora tantissima strada da fare. Tutta da solo.
Per cercare di non pensare alla fatica ed alla tanta strada ancora davanti mi guardo un po’ intorno anche se questi posti li conosco bene, perché ci venivo con mio padre in bici da bambino, perché ci vengo sovente ad allenarmi. Come sono diversi da qualche anno fa, prima che la guerra cominciasse proprio il giorno dopo la mia vittoria al Giro (1). La strada è brutta e piena di buche. I campanili dei paesi, paesi dai nomi familiari, sono quasi tutti distrutti dalle bombe. Molte case sono ridotte a mucchi di macerie. Anche i ponti sono crollati e diverse volte ci hanno fatto cambiare strada. Uno spettacolo piuttosto triste, ma io mi rallegro un po’ quando vedo che è quasi primavera. L’erba dei prati inizia a colorarsi di verde, mentre i primi fiori cominciano a sbocciare dagli alberi. E’ il mondo che piano piano ritorna alla vita dopo il lungo inverno. 

Poi finalmente la salita finisce e io mi infilo nella galleria. Qualcuno mi allunga un giornale da  mettere sotto la maglia di lana per ripararmi dal freddo. Un giornale che magari parla di me, e io lo uso per coprirmi. Quando dicono che la vita è strana hanno proprio ragione. 
Ci sono stato un sacco di volte in cima a questa salita, visto che adesso abito a Sestri, che non è lontana da qui. Ma ogni volta riesco ad emozionarmi quando vedo lo spettacolo del mare là in fondo. Ho sempre preferito le montagne al mare, ma questo è un posto davvero incredibile. Quando superi quella galleria, ti sembra di lasciarti alle spalle per sempre l’inverno. Ti sembra di entrare nella primavera. Inizi a pensare all’arrivo, anche se in realtà è lontano più di cento chilometri.

Quattro minuti! Quattro minuti!…” mi urla qualcuno alla fine della discesa. Non so se l’urlo provenga dalla strada o da una delle macchine che mi seguono. Preferirei venisse da qualcuno che sta sulla strada, perché magari quelli della macchina me la contano solo per farmi coraggio.

Per fortuna qui c’è un bel sole. Fa più caldo di prima. Io vado forte anche quando si gela, ma il caldo piace a tutti, o no? Certo non il caldo che c’era in Africa, nel deserto, quando mi trovavo a combattere contro gli Inglesi, che poi chissà cosa ci avevano fatto di male, ‘sti benedetti Inglesi…

“Sette minuti!…” gridano ancora. Siamo a Varazze. Non è che io la riconosca, per me questi posti sono quasi tutti uguali. Ma sul cartello c’era scritto Varazze, e quindi, se non l’hanno cambiato per farmi qualche scherzo, lì dovrei essere arrivato. Non ricordo quanto manca alla fine, visto che questa corsa non la faccio più da anni. Non ricordo quanto manca alla prossima salita. So solo che sono seduto qua sopra da stamattina all’alba, mi fanno male le gambe, mi fa male il sedere, mi fa male tutto. Dal mare si è alzato anche un po’ di vento, che magari fa piacere a quelli che aspettano lì lungo la strada, ma che a me rompe tanto le scatole.
Cerco di non pensarci, anche se non è facile. Cerco di pensare a qualcosa di bello. Allora penso a mia moglie Bruna. Penso alla mia mamma. Ai miei fratelli. Penso….penso che oggi a Torino la mia squadra gioca una partita importante contro l’altra squadra della città….prima della guerra i nostri hanno vinto il secondo scudetto….e quest’anno….chissà come andrà a finire quest’anno?…Li ho conosciuti Mazzola, Loik, Castigliano e gli altri. Sono forti. Molto. Valentino poi è un vero torello, mica come me che sono pelle e ossa con questo torace che dicono somigli a quello di un uccello.
Chissà se vinceremo il campionato?
Chissà se vincerò questa corsa o andrò in crisi dando ragione a chi sicuramente sta pensando che io sono partito troppo presto?
Chissà se vedrò sbucare alle mie spalle il Francese di prima o il nasone di quello là (2)?

Comunque si va avanti. Non si può mica fare diverso! E allora ecco Alassio….Laigueglia….ecco le prime salite….questo dev’essere il Mele….poi il Cervo….il Berta (3)….c’è molta gente da queste parti…ci sono padri che hanno indossato il vestito della festa con i figlioletti dai pantaloni stracciati…ci sono signori in abito elegante con le loro belle macchine…parlano Ligure….Piemontese….Milanese….mi sembra persino che qualcuno gridi il mio nome in Francese. Vedono spuntare il mio lungo naso dalla curva….mi aspettano….mi applaudono….non pensavo che tanta gente così mi riconoscesse….mi aiuta saperlo…mi fa bene sentirli….mi dà la forza di continuare….di abbassare la testa e continuare….

“….Mancano pochi chilometri….dietro hanno mollato….dai che è fatta!…” urla qualcuno dietro di me.

Eh….lo dici te che è fatta…provaci un po’ a stare per ore seduto qua sopra…a far girare le gambe che sono ormai più dure del legno….ho sete e l’acqua nella borraccia è finita da un pezzo….e dire che lì ce n’è da vendere di acqua, penso osservando il mare che mi sembra scuro e nemico. Vorrei fermarmi, cercare un bar, andare a casa di qualcuno, bussare e chiedere una bottiglia d’acqua. O anche un bicchiere di vino mi farebbe piacere. E invece niente! Niente vino. Niente acqua. Niente di niente. Solo fatica e vento.

“Pochi chilometri…pochi minuti ed è finita!…Abbiamo superato Imperia….Taggia è alle porte…”.

Pochi minuti. Sì, ma uno in pochi minuti ha tempo anche di morire! Altro che storie!

Sanremo….ormai siamo a Sanremo!…Hai vinto! Hai fatto un’impresa storica!…”

Sì. Lì c’è proprio scritto che siamo a Sanremo. Allora è proprio vero. Siamo all’arrivo. Il cartello dice che mancano due chilometri. Le gambe ormai non ci sono più, ma chi è dietro forse se la passa ancora peggio dato che non si vede arrivare nessuno.

Un chilometro.

“Vai Fausto! Vai Fausto!” urlano in moltissimi.

“Allez Fostò! Allez Fostò!” urla qualcuno.
 
Il traguardo è lì, lo vedo. Si avvicina. Gli ultimi sforzi. Le ultime pedalate. Le ultime urla. Ce l’ho fatta! Stavolta è davvero finita!

Un boato enorme sale dai bordi della strada. Mi sembra che si siano messi insieme ad urlare tutta la Liguria, tutto il Piemonte, tutta l’Italia ed anche un pezzo di Francia.
Arriva gente da ogni parte. Tutti che urlano come pazzi. Intanto sul traguardo non si vede arrivare nessuno. Sono passati diversi minuti e non si vede nessuno.
Mi mettono in mano un mazzo di fiori. Molti scandiscono il mio nome. Qualcuno cerca di intervistarmi. Dice che ho fatto un’impresa storica. Un’impresa di cui parleranno ancora tra moltissimi anni. Nessuno aveva mai vinto la Classicissima, quella che al mio paese chiamano semplicemente la “Corsa”, con un simile distacco.

Sarà. Se lo dicono loro che ne sanno più di me è certamente vero. Io non lo so. So soltanto che non mi sento più le gambe. So soltanto che vorrei togliere le mie chiappe da questo duro sellino di cuoio ed appoggiarle su una bella e morbida sedia. So soltanto che vorrei bere tanta acqua fino a soffocare.
So soltanto che c’è una cosa, una sola, che vorrei sapere….

“Scusi, com’è finita la partita di Torino?” provo a chiedere a qualcuno, forse un giornalista. Ma quel qualcuno scuote la testa. Non sanno mai niente questi qua, penso.

1 a 0 per noi! Gol di Castigliano dopo pochi minuti!…” mi urla nel mio dialetto un uomo alto coi baffi, pochi capelli ed un bambino per mano.

Sorrido. Ora sì. Ora sì che posso davvero festeggiare. Ho vinto per la prima volta la Grande Corsa. La mia squadra ha vinto la sua Grande Partita. Davvero una grandissima giornata!

Però…però c’è troppa gente qui. Non vedo l’ora che se ne vadano. Vorrei raggiungere il mio albergo e farmi un bel bagno caldo. Abbracciare la mia Bruna. Sdraiarmi su un letto morbido. Riposare. Riposare. Finalmente.

Solo allora potrò godermi questa giornata. Solo allora, quando sarò nuovamente in compagnia della mia solitudine e dei miei pensieri, potrò dire di essere davvero felice.

Soltanto nella solitudine e nel silenzio trovo la felicità.

 

Fausto Coppi vinse la Milano-Sanremo del 1946 con 14 minuti di vantaggio sul francese Lucien Teisseire (l’ultimo a staccarsi tra i suoi compagni di fuga). Terzo, ad oltre 18 minuti, giunse Aldo Bini che precedette Gino Bartali. Il Campionissimo di Castellania trionfò in 8 ore e 9 minuti alla media record di 36 chilometri orari: dei 293 chilometri totali, ne percorse in solitudine ben 150.
Dopo l’arrivo di Fausto, il radiocronista Niccolò Carosio fu per un attimo disorientato dal distacco abissale e, ricorrendo a tutto il suo mestiere, chiosò: “Primo Fausto Coppi….e in attesa dell’arrivo degli altri concorrenti trasmettiamo musica da ballo….”

 

Il derby di Torino del 19 marzo 1946 avrebbe dovuto disputarsi il 20 gennaio di quell’anno, ma venne rinviato per impraticabilità del campo a seguito di una copiosa nevicata.
Ecco il tabellino di quella sfida:

Torino – Juventus 1 – 0

Rete: 4′ Castigliano

Torino: Bacigalupo, A. Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Ossola, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II.

Juventus: Sentimenti IV, Varglien II, Rava, Depetrini, Parola, Locatelli, Sentimenti III, Magni, Borel II, Cascia, Spadavecchia.

Arbitro: Bellè di Venezia.

 

 

(1) Fausto Coppi vinse il suo primo Giro d’Italia il 9 giugno del 1940, a soli 20 anni e nove mesi. Il giorno dopo Mussolini pronunciò dal balcone di Palazzo Venezia a Roma la dichiarazione di guerra alla Francia ed alla Gran Bretagna.

(2) Quello là: il modo in cui Coppi e Bartali si apostrofavano a vicenda, per evitare di pronunciare il nome del rivale.

(3) All’epoca Capo Berta era l’ultima asperità della corsa, visto che il Poggio venne introdotto nel 1960 e la Cipressa nel 1982.

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