Uno dei nostri

Uno dei nostri

MAURO SAGLIETTI

Non ti ho mai conosciuto, non ti ho mai parlato e non so per quale squadra tifassi, sempre che ne avessi una.
Certo, avresti anche potuto essere della squadra sbagliata, non ha importanza.
Rivedendo recentemente le tue immagini in “Sfide” non ho potuto fare a meno di ripensare a te, a quegli anni di sport appassionante, al tuo eterno sorriso, in faccia a tutto e tutti, in faccia a chi…

di Redazione Toro News

MAURO SAGLIETTI

Non ti ho mai conosciuto, non ti ho mai parlato e non so per quale squadra tifassi, sempre che ne avessi una.
Certo, avresti anche potuto essere della squadra sbagliata, non ha importanza.
Rivedendo recentemente le tue immagini in “Sfide” non ho potuto fare a meno di ripensare a te, a quegli anni di sport appassionante, al tuo eterno sorriso, in faccia a tutto e tutti, in faccia a chi ti voleva secondo, in faccia al destino.
Ti hanno ricordato in pochi, Clay.
Lo faccio io ora, ora che è troppo tardi.

Eravamo ragazzini fortunati negli anni ’70. Avevamo il Toro che ci faceva sognare, ci regalava gioie e soddisfazioni come se piovesse, e avevamo altri sport a cui appassionarci.
C’era il tennis di Panata, Borg e Connors, il ciclismo di Moser, c’era Cassius Clay e le sue sventole.
Ma soprattutto la Formula 1, tua e di Lauda.
Erano anni gloriosi e pazzi, fatti di gente come te che guardava la morte in faccia ad ogni curva e che non sapeva se sarebbe riuscito ad arrivare a quella dopo.
Erano gli anni di Jackie Icks, di Fittipaldi, di quel pazzo di Hunt che a Montecarlo aspettava in piena pista il passaggio di Depailler, che l’aveva buttato fuori il giro precedente, per cercare di fermarlo e possibilmente tirargli dietro il casco.
Gli anni di Lella Lombardi, Arturo Merzario e Vittorio Brambilla, dei duelli Steward-Fittipaldi, di Colin Chapman, Andretti e del povero Ronnie Peterson, di Reutemann, Scheckter e della Tyrrel a sei ruote.
Erano gli anni delle morti terribili di Roger Williamson e François Cevert e dell’assurda e spaventosa tragedia capitata a Tom Pryce a Kylami.
Erano anche i tuoi anni, Clay.
Quanto ci piacevi, anche se non vincevi.
Eri stato ad un passo dal campionato mondiale.
Ce l’avevi lì a portata, era dietro l’angolo.
Nel 1974 avevi undici punti di vantaggio in classifica e a Monza, a due gare dal termine, eri primo e solo.
La strada tutta libera.
Ma il motore decise che non dovevi vincere e ti fece ritirare.
Chissà cosa hai pensato in quei momenti, quando neanche la paura di vincere poteva fermarti.
Non ce la facesti più. Perdesti il campionato per pochi punti, Fittipaldi ti soffiò il titolo sul filo di lana e tu ti fermasti un passo prima del trionfo.
Poi ti dissero, senza tanti giri di parole, che tu eri il secondo.
Ti preferirono Lauda.

Ci piacevi, sai? A scuola molti tifavano Lauda, che avrebbe vinto molto in quegli anni, ma tu eri il preferito, il più simpatico, nella nostra piccola cerchia di amichetti.
Lauda era veloce, per carità, ma era freddo come un iceberg.
Tu invece eri simpatico, rassicurante, avevi un sorriso per tutti, sotto quei baffoni.
A volte guascone, a volte sprezzante.
Non ti andò giù quello sgarbo e non lo mandasti certo a dire.
Gli alti papaveri della F1 non vedevano di buon occhio il tuo stile di vita, le belle donne, quelli che consideravano bagordi.
Anni prima ti eri addirittura slogato il polso giocando a pallone con i meccanici e il Drake non l’aveva presa per nulla bene.
Ditegli che l’anno prossimo vada a correre con il Real Madrid! – aveva tuonato.

Me ne accorgo adesso, a distanza di anni.
Quanto somigliavi al nostro spirito, o forse quanto ci sarebbe piaciuto somigliarti!
Quante volte nel nostro tifo, nella nostra passione granata, o ancora nella vita, ci sembrava di avercela fatta, di avere la strada libera.
Quante volte siamo stati ad un passo dal successo, da un salto di qualità.
Che sia stato un componente del motore, una rete annullata, o una storia che finiva, a fare la differenza non ha importanza.
Oppure quante volte hanno tentato di schiacciarci perché fossimo lontani dalle vittorie!
Quante volte davvero.

Alla fine del ’76 te ne andasti dalla Ferrari.
Credo che molti di noi smisero da allora di tifare per la Rossa.
Furono anni bui, con tanti passaggi di scuderia.
Ma tu non mollavi, non hai mai mollato, quella era la tua vita con la “v” maiuscola.
Riuscisti ancora a vincere nel ’79 a Silverstone, con la Williams, che non era certo ancora la potenza che sarebbe diventata.
Avevi 40 anni e ancora ti piaceva metterti in discussione e non arrenderti.
Poi venne Long Beach, nell’80, quando si staccò il pedale del freno della tua Ensign.
L’impatto terribile, i lunghi minuti dentro le lamiere, la corsa in ospedale, la diagnosi, le operazioni.
La rabbia e la disperazione.

Non ti sei arreso, Clay.
Questo ti ha reso così simile, con le dovute differenze, al nostro spirito.
Per questo ci piacevi.
Affrontavi tutto questo con un ghigno quasi spavaldo e sprezzante, nonostante non potessi più usare le gambe.
– Come va?
– Ho due ruote adesso… – rispondevi ironico e beffardo, dopo quel maledetto urto.
Noi che ti volevamo bene, cercavamo di sapere, speravamo che tu non mollassi.
E tu non lo facesti.
Cominciò la seconda parte della tua vita, fatta di volontà.
C’erano tante altre curve da affrontare in piena velocità, c’erano altre corse in giro per il mondo.
C’era la vita e la voglia di continuare a viverla.
Il tuo sorriso non ti ha mai abbandonato, fino all’ultima curva.

Poi la notizia, poco prima di Natale.
Una di quelle notizie che ti prendono alla gola, che ti lasciano incredulo, che ti fanno maledire il mondo.
Non può essere vero, non è possibile che persone come te non ci siano più.
Probabilmente è stato un malore, anche questa volta non è stata colpa tua, come quella volta a Long Beach.

Sarà retorico finché si vuole, ma quando se ne va uno come te, si porta via un pezzo importante della nostra vita.
Purtroppo, oltre che retorico, è anche amaramente vero.
Ti scrivo solo ora, Clay, ora che è troppo tardi, ora che le cose non dette bruciano l’anima.
Forse però, se sei rimasto in ascolto, potrai afferrare l’eco di queste parole.
E’ anche quel bambino di allora che ti ringrazia.
Quel bambino che ha avuto la possibilità e la fortuna di avere miti come te, in quegli anni felici.
Io non so per quale squadra tu tifassi, sempre che ne avessi una, e a questo punto non ha più importanza, fosse anche stata quella sbagliata.
Proprio non ne ha.
Forse non l’hai mai saputo, Clay, ma tu eri uno dei nostri.

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