Fairplay, lettera aperta all’UEFA: PSG, da sogno ad esempio mercantilistico (Parte 2)

Fairplay, lettera aperta all’UEFA: PSG, da sogno ad esempio mercantilistico (Parte 2)

Riceviamo e pubblichiamo / Continua l’analisi di Anthony Weatherill, nipote dello storico allenatore del Manchester United Matt Busby: in questa seconda puntata, il paradosso del Paris Saint Germain

Riceviamo e pubblichiamo – in 6 parti – la lettera aperta di Anthony Weatherill, nipote del grande Matt Busby, indimenticato allenatore del Manchester United dal 1945 al 1969 (con cui vinse 13 trofei, tra cui una Coppa dei Campioni) e che sopravvisse al disastro aereo di Monaco del 1958, nonostante le gravi ferite risportate.

Fairplay, lettera aperta all’UEFA: l’affare Neymar/Mbappè e le origini del calcio (Parte 1)

In questa lunga e interessante lettera aperta, redatta con la collaborazione del tifoso granata Carmelo Pennisi, noto scrittore (sua la sceneggiatura del film “Ora e Per Sempre”, dedicato al Grande Torino), Weatherill manda un messaggio di speranza all’UEFA, parlando delle origini del calcio, e della morte del fairplay così come era inteso agli albori di questo sport. Partendo dal caso Neymar/Mbappé, Weatherill si addentra in un analisi che va a ritroso del tempo, fino alla radice del problema, mettendo in evidenza i reali autori dell’attuale deriva del football.  In questa seconda parte, l’esempio del PSG: una storia paradossale.

QUI LA PRIMA PARTE: LE ORIGINI DEL CALCIO

“I prezzi dei trasferimenti si sono moltiplicati incredibilmente. Ma è il mercato. Non esistono business senza limiti…” ha dichiarato Aleksander Ceferin, presidente dell’UEFA, in un’intervista rilasciata qualche giorno fa. Quindi tutti abbiamo appreso, e in modo direi inequivocabile, che il presidente del massimo organismo calcistico europeo pare essersi arreso all’ineluttabilità di un certo carattere mercantilistico che ha assunto il movimento sportivo che guida da qualche tempo. Continuiamo a citare il Paris Saint Germain e proviamo per un attimo a fare un po’ di storia. Il PSG nasce negli anni sessanta da una volontà tutta francese di avere una solida squadra di calcio a Parigi. La capitale di Francia non poteva certo rimanere senza un club calcistico di elite. La squadra che oggi sembra essere una delle tante derive di una smodata ricchezza dovuta allo sfruttamento di gas naturale, nasce per il coinvolgimento e la passione di tante persone.

Nel 1970, a seguito di una sottoscrizione promossa da autorevoli personalità parigine, 17.400 persone si impegnano a diventare futuri soci di una società calcistica che guarda come modello l’azionariato popolare del Real Madrid FC. Si impegnano nonostante manchi ancora tutto: società, squadra, stadio, un campionato a cui partecipare. Ma, appunto, la passione della gente quella proprio non manca. Non la voglio fare tanto lunga, e quindi ricordo solo che da quella passione nacque una delle società che ha fatto la storia della Ligue 1 e dello sport di Parigi. Poche squadre come il Paris Saint Germain sono frutto dei sogni e dei desideri di una moltitudine di persone, un sogno che fu condiviso in ogni strato sociale, accomunando operai e bottegai, professionisti e nobili decaduti, filosofi e diseredati delle banlieu. Quelle 17.400 persone e la filosofia che li aveva animati, non possono, nel misterioso percorso del caso, aver partorito un acquisto  da 400 milioni di euro per due soli giocatori. Non è difficile comprendere la rabbia del Barcellona, visto che  l’iperbolica clausola rescissoria di Neymar era stata fissata per mettere un limite al possibile, come una dichiarazione che pone un tetto etico a tutte le possibili azioni umane. E’ la stessa storia culturale dell’occidente (passando dalla filosofia greca, al cristianesimo ad Emanuel Kant) ad aver fissato questo limite entro il quale può svolgersi ogni azione umana, stabilendo un principio che è fissato persino dalla Magna Charta Libertarum del 1215,  fondamentale documento che sancì per la prima volta nella storia delle vicende degli uomini i diritti reciproci che dovevano intercorrere tra chi era membro attivo dell’esercizio del potere (il re) e chi era membro passivo del potere stesso (il popolo).

Non fu soltanto un retorico gesto di compassione per i diritti del popolo, ma un riconoscimento di un fatto fondamentale della vita: tutto è transitorio. Le nostre vite sono transitorie, le nostre azioni sono transitorie, il nostro tempo è transitorio, il nostro potere è transitorio; le istituzioni rimangono per sempre. Quindi vanno preservate dalle azioni transitorie degli uomini.   Ecco allora, a mio parere, il nocciolo della questione: di chi è il gioco del calcio? Chi ha avuto occasione di seguire la mia azione nel mondo dello sport (sempre in nome e per conto dei diritti dei tifosi), sa che non è la prima volta che mi pongo pubblicamente questa domanda; questo perché ormai non si capisce più dove finiscono gli interessi geopolitici ed economici e dove cominciano gli interessi del gioco. Certo, e parlo da tifoso, mi aspetto sempre che siano gli organismi eletti a regolare gli interessi del gioco(UEFA, FIFA, federazioni nazionali, ecc…). Un inglese, quale io sono, è dai tempi della della Magna Charta che da per scontato che una classe politica(e i dirigenti sportivi sono classe politica) debba difendere gli interessi generali delle istituzioni che sono chiamate a gestire.” (continua)

Anthony Weatherill / Carmelo Pennisi

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