Fairplay, lettera aperta dell’UEFA: l’esempio svedese e la bellezza del calcio (Parte 6)

Fairplay, lettera aperta dell’UEFA: l’esempio svedese e la bellezza del calcio (Parte 6)

Riceviamo e pubblichiamo / Continua l’analisi di Anthony Weatherill, nipote dello storico allenatore del Manchester United Matt Busby: in quest’ultima puntata Weatherill trae le conclusioni, lanciando un appello all’UEFA

Riceviamo e pubblichiamo – in 6 parti – la lettera aperta di Anthony Weatherill, nipote del grande Matt Busby, indimenticato allenatore del Manchester United dal 1945 al 1969 (con cui vinse 13 trofei, tra cui una Coppa dei Campioni) e che sopravvisse al disastro aereo di Monaco del 1958, nonostante le gravi ferite riportate.

In questa lunga e interessante lettera aperta, redatta con la collaborazione del tifoso granata Carmelo Pennisi, noto scrittore (sua la sceneggiatura del film “Ora e Per Sempre”, dedicato al Grande Torino), Weatherill manda un messaggio di speranza all’UEFA, parlando delle origini del calcio, e della morte del fairplay così come era inteso agli albori di questo sport. Partendo dal caso Neymar/Mbappé, Weatherill si addentra in un analisi che va a ritroso del tempo, fino alla radice del problema, mettendo in evidenza i reali autori dell’attuale deriva del football.  In quest’ultima parteWeatherill porta l’esempio di una squadra svedese come paradigma di un nuovo modo di fare calcio “sano”.

 Fairplay, lettera aperta all’UEFA: l’affare Neymar/Mbappè e le origini del calcio (Parte 1)
Fairplay, lettera aperta all’UEFA: PSG, da sogno ad esempio mercantilistico (Parte 2)
Fairplay, lettera aperta all’UEFA: il caso inglese, dai primi sponsor alla Borsa (Parte 3)
Fairplay, lettera aperta all’UEFA: il Manchester americano e il club “franchigia” (Parte 4)
Fairplay, lettera aperta dell’UEFA: il tifoso cliente e i fondi sovrani (Parte 5)

(Qui la parte precedente) “Ogni volta che parlo di fairplay alla fine, scettici e non, mi chiedono se abbia in tasca una soluzione per questo mondo impazzito. Ogni volta rispondo con una storia così bella e significativa da sembrare leggenda. Ma in realtà questa storia è accaduta e sta accadendo in Svezia. Borlange è una fredda città di quarantamila abitanti della regione  dello Svealand, dove si trova una fortissima emigrazione di origine curda. Gli emigranti curdi, animati da una passione per il calcio e da un fervente nazionalismo, fondano nel 2004 una squadra di calcio, il Dalkurd FF, con la maglia dai colori della bandiera curda e la iscrivono alla più bassa divisione della federazione di calcio svedese. Tutta la comunità curda si tassa per finanziare il Dalkurd FF, che ha un organico composto solo da giovani immigrati. Da quel momento il Dalkurd FF vince ad ogni campionato in cui partecipa, fino a giungere, nella sorpresa generale, alla Superettan, la seconda divisione svedese. Allora Sarkat  e Kawa Junad, due facoltosi fratelli imprenditori curdi attivi nel settore delle telecomunicazioni, hanno deciso di investire nel Dalkurd FF. Qualcuno, a questo punto, potrebbe pensare ad una storia che si ripete: la passione di una moltitudine di tifosi finanzia e fa crescere un club e poi arrivano i milionari che rilevano tutto e si godono le fatiche di chi ha creato un sogno.

Ma questo la legge svedese (sull’esempio di quella tedesca) non lo permette (ricordate le garanzie della Magna Charta?), visto che impone il controllo di almeno il 51% di un club di calcio ad un azionariato popolare diffuso. Questo perché, e qui arrivo alla risposta alla domanda che retoricamente ho posto qualche riga fa, la politica svedese si è resa perfettamente conto che una squadra di calcio non può che essere di proprietà dei tifosi, non può che essere patrimonio esclusivo del territorio dove le sue gesta si sono compiute. Questo in nome della tradizione antropologico/culturale dell’Europa, di cui è figlio il gioco del calcio. Nessuno, nemmeno un potentissimo fondo sovrano(specie se è scevro di cultura europea), potrebbe e dovrebbe mettere in discussione questo principio. Ma ciò, purtroppo, sta accadendo sotto i nostri occhi proprio in questi giorni a Parigi. Io esorto con veemenza il presidente dell’UEFA ad intervenire con decisione, in nome del fairplay e della nostra tradizione, che non possono e non devono essere comprati. Il presidente dell’UEFA non cada nella tentazione di cedere al ricatto di creare un campionato europeo autonomo dell’ European Club Association(l’associazione dei 14 club più ricchi d’Europa), che starebbe prendendo in seria considerazione l’idea di sanare l’operazione economica Neymar/Mbappè con il fine di aggirare definitivamente le norme restrittive del fairplay finanziario.

La bellezza del gioco del calcio risiede soprattutto nella possibilità perenne che i più deboli possano vincere contro i più forti(si chiama “imprevedibilità del risultato”). Lo spirito di questo gioco poteva nascere solo nel continente che ha visto nascere il concetto di “welfare”, un concetto che è costato il sacrificio e a volte persino la vita di una moltitudine di persone. Il calcio è una scuola di vita collettiva che rappresenta non solo la storia europea ma l’anima dell’Europa stessa. Nessun continente come l’Europa sente come esigenza collettiva l’esigenza di un uomo solo. E su queste basi che è nato il calcio. E su questo spirito che il calcio si è propagato ed è stato amato. I fratelli Junad, poiché un sogno non si compra, si sono dovuti “rassegnare” a possedere  “solo” il 49% del Dalkurd FF e hanno promesso che, insieme alle decisioni condivise con i tifosi, il club entro cinque anni arriverà in Champions League. Questa storia è la mia risposta “sul cosa fare?”, e spero che altre autorità politiche, seguendo l’esempio di quelle svedesi e tedesche, abbiano il coraggio e la lungimiranza di ricordarsi chi sono ed il perché sono stati chiamati al grande onore di gestire le nostre cose. Io, per quanto mi riguarda, lotterò fino alla fine dei miei giorni perché i tifosi tornino, con diritto, ad essere protagonisti delle decisioni dei club per cui tengono. Poi, come avrebbe detto Matt Busby, “appena è possibile date la palla a George Best”. E che il sogno continui…”

Anthony Weatherhill / Carmelo Pennisi

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