Da Colantuono a Ventura sembra passato un secolo

Da Colantuono a Ventura sembra passato un secolo

Domanda provocatoria: chi domenica guardando Colantuono in piedi davanti alla panchina bergamasca non ha per un attimo pensato che, se negli spogliatoi prima della partita i giocatori delle due squadre si fossero scambiati la maglia, non ci saremmo stupiti che l’Atalanta vista all’Olimpico potesse essere veramente il Toro di qualche tempo fa? In fondo il…

Domanda provocatoria: chi domenica guardando Colantuono in piedi davanti alla panchina bergamasca non ha per un attimo pensato che, se negli spogliatoi prima della partita i giocatori delle due squadre si fossero scambiati la maglia, non ci saremmo stupiti che l’Atalanta vista all’Olimpico potesse essere veramente il Toro di qualche tempo fa? In fondo il tecnico romano era transitato sulla panchina del Torino in quella strana e quasi assurda stagione degli epurati e dei peones conclusasi con l’ennesima finale finita male e non esclusivamente per demeriti nostri. Sembra passato un secolo eppure il tutto risale ad appena tre anni fa…

Tre anni in cui si è toccato di nuovo il fondo e ci è voluto un uomo di mare, un genovese doc, per farci tornare a galla, per tirare fuori la testa da quest’apnea che sembrava destinata a soffocarci lentamente. Eravamo sott’acqua e più ci dimenavamo più andavamo giù, più litigavamo per distribuire a destra e a sinistra le colpe del disastro e più scendevamo giù. E’ servito l’intervento di un lupo di mare travestito da saggio confuciano il quale, con gran fatica perchè non eravamo più abituati ad ascoltare, ci ha spiegato che per non affogare innanzitutto è necessario imparare a nuotare: un concetto semplice, banale, ma sconvolgentemente efficace se applicato alla situazione in cui eravamo. Bisognava ripartire da nuove conoscenze e poche ma solide nuove certezze per provare a risalire in superficie. E una volta riempiti i polmoni di ossigeno puro, mettersi a nuotare avendo una direzione da seguire, una riva da raggiungere, un porto sicuro in cui approdare o anche solo uno scoglio in mezzo al mare a cui aggrapparsi.

Domenica guardavo il Toro non giocare da Toro e l’Atalanta non giocare affatto e all’improvviso mi sono reso conto che si può essere diversi senza snaturarsi, senza dimenticarsi chi si è, la propria storia o il proprio dna. Un Toro che non ha foga, ma ha pazienza, non ha folate agonistiche, ma ha intelligenza tattica e al tempo stesso solidità e compattezza non è un’eresia, non è uno scandalo! Può esistere e non deve farmi sentire meno granata nel senso stretto del termine. Ammetto di aver sempre fatto fatica (e tutt’ora di continuare un po’ a farla) nel capire appieno il calcio che ci offre Ventura, né sono di quelli che si accontentano del risultato a prescindere, quelli per i quali va tutto bene purchè si vinca. Sono tra coloro, per intenderci, emotivamente legati al colantuoniano “Toro dei peones”, cioè a quell’armata brancaleone che spinta dal classico motto granata del “cuore oltre l’ostacolo” stava per compiere un’impresa incredibile ed inimmaginabile. Quella che giocando nella stessa identica maniera, il tecnico romano ha fatto poi coi bergamaschi salvandoli l’anno scorso nonostante la mega penalizzazione.

Oggi mi chiedo cosa sarebbe successo se quel Toro improvvisato nel mercato di riparazione avesse centrato la promozione: si sarebbe salvato o sarebbe colato a picco inesorabilmente dopo una nuova fugace apparizione in serie A? La mia personale teoria è che, come nel film “Sliding Doors”, qualunque piega avesse preso il destino ci saremmo ritrovati comunque al punto in cui siamo adesso. Forse ci saremmo risparmiati il passaggio nelle mani di Lerda, anche se, a dirla tutta, anche l’idea di fondo del buon Franco non era tanto dissimile da quella di Ventura (il modulo come coperta di Linus che regali sicurezza ai giocatori): peccato solo che il tecnico cuneese non avesse l’esperienza, e forse nemmeno le capacità, di mister Ventura per gestire tutto ciò che stava attorno a quell’idea di base.

E’ andata così perchè doveva andare così, scelte sbagliate e scelte giuste incluse. Punto e basta. Ed oggi ci ritroviamo in una situazione, per fortuna, dai contorni nuovi e tutto sommato piacevoli. Non è poi così male andare allo stadio o guardare la televisione e non avere un’angoscia totale sul possibile esito delle partite del Toro. E sentire che se le cose dovessero mettersi male in campo (come ad esempio dopo il pareggio atalantino) ci sia comunque una certa serenità sia nei giocatori che nei tifosi oltre alla diffusa fiducia nella possibilità che il risultato alla fine ci arrida lo stesso. Cose turche!

La mia non vuol essere un’esaltazione di Ventura perchè non credo che abbia la bacchetta magica e stia facendo miracoli, né che in futuro ci farà andare in Europa o vincere chissà cosa. Rendo onore, però, alla sua pazienza nell’averci mostrato una nuova via e all’averci dimostrato coi fatti che si può essere il Toro anche usando un abito diverso o pensando con canoni differenti: capirete quindi, e magari condividerete pure, il mio stupore per il cambiamento di mentalità che lentamente, ma in realtà in un lasso di tempo rapidissimo, si è verificato da quando c’era Colantuono sulla nostra panchina a quando (domenica scorsa) ci è ricapitato di averlo ospite sulla panchina a fianco. Uno strano incrocio del destino, di un destino che pare essere finalmente saldo nelle nostre mani e distante appena nove, faticosi, passi.

 

Alessandro Costantino

Twitter: AleCostantino74

 

(Foto M.Dreosti)

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