Derby, il cuore granata si è visto solo su internet

Derby, il cuore granata si è visto solo su internet

Diceva bene Mario Giordano nel titolo del suo commento post derby: solito Toro, solito derby. In fondo sta tutta qui la sintesi di una domenica che non ha aggiunto e non ha tolto nulla alla piega che i derby hanno preso negli ultimi vent’anni.
Diceva bene Mario Giordano nel titolo del suo commento post derby: solito Toro, solito derby. In fondo sta tutta qui la sintesi di una domenica che non ha aggiunto e non ha tolto nulla alla piega che i derby hanno preso negli ultimi vent’anni.
Eppure giuro che stavolta ero andato allo stadio pieno di ragionevole speranza che sarebbe finita in modo diverso. Mi aspettavo un qualche torto arbitrale, anche uno abbastanza clamoroso, che, in effetti, è arrivato con il gol convalidato a Pogba nonostante Tevez fosse in posizione di netto fuorigioco, ma ero abbastanza fiducioso che avremmo saputo reagire anche a quest’eventualità. 
E dirò di più: alla fine del primo tempo ero anche moderatamente soddisfatto. Infatti, dopo essere entrati in campo con la tremarella alle gambe ed aver regalato nei primi dieci minuti una copiosa collezione di calci d’angolo ai gobbi, i nostri, di fronte ad una Juve tutt’altro che memorabile, avevano ritrovato un certo piglio, chiudendo tutti gli spazi e rimanendo in linea di galleggiamento fino all’intervallo. Certo mi piangeva il cuore nel vedere Immobile, preso in estate per sostituire Bianchi (ergo segnare una caterva di gol), fare la controfigura di Meggiorini marcando a uomo Pogba, così come non capivo perchè il capocannoniere del campionato, Cerci, languisse solitario tra le fila della difesa juventina senza ricevere un pallone decente per tutti i primi 45 minuti o perchè gli interni di centrocampo in fase di possesso palla tenessero una posizione tale da non poter toccare mai il pallone e neppure da essere in grado di effettuare un inserimento pericoloso. Il vero elemento positivo era il punteggio, fermo sullo 0-0, che mi autorizzava a sperare che ad un certo punto avremmo anche noi rotto gli indugi e saremmo andati a dare fastidio dalle parti di Buffon. 
Diciamo che l’ingresso in campo di Masiello aveva iniziato ad intaccare la mia incrollabile fiducia sull’esito positivo della partita ed il fatto che nel giro di pochi minuti avessimo abbassato il baricentro di almeno dieci metri era stata un’altra preoccupante crepa nelle mie convinzioni. Tutto sommato il gol, ingiusto quanto si vuole, mi era persino parsa la scintilla giusta per accendere il nostro derby, perchè finalmente si cambiasse ritmo e si inziasse a giocare a pallone anche noi, giacché nelle altre partite di campionato avevamo dimostrato di poterlo e saperlo fare, offrendo alcune fiammate “da Toro” che tanto sarebbero servite proprio in quel momento. Purtroppo da lì fin quasi al novantesimo abbiamo invece inspiegabilmente continuato a trotterellare chiudendo diligentemente ogni spazio alla manovra juventina (e facendo fare una discreta figura a Padelli in un paio di occasioni), forse dimenticandoci che quelli in vantaggio uno a zero non eravamo noi. Uscire dallo stadio con l’amarezza di non aver tirato in porta nemmeno una volta credo sia stato più umiliante del  tre a zero beccato a Venaria nello scorso campionato. 
Dice Ventura che se dovesse incontrare Tyson non lo sfiderebbe in un incontro di boxe, ma magari a qualcos’altro, tipo la dama. Peccato che con la Juve non si possa fare una gara di rutti o una mano di ramino, ma si debba giocare a pallone… La sicumera del mister sulle possibilità di un nostro successo, più che illudermi, mi era sembrata il segno che ci fosse consapevolezza nei propri mezzi e finalmente apprezzavo l’idea di affrontare un derby a testa alta senza il solito profilo basso di chi parte già sconfitto in partenza. Invece quello stesso uomo che infondeva sicurezza a parole e richiamava i tifosi allo stadio (“giusto per dire io c’ero…”), era lo stesso che nei fatti tarpava le ali ai ragazzi e li costringeva ad una partita da “compitino” con un atteggiamento tattico eufemisticamente definibile rinunciatario. Ma non poteva semplicemente dire loro: “Ok, sono più forti, mettiamo la massima attenzione e concentrazione in difesa, ma giochiamo come sappiamo quando abbiamo la palla. Se perdiamo non sarà un dramma ma almeno avremo fatto tutto ciò che era nelle nostre possibilità”. No. Invece di dire queste semplici parole e far fare ai ragazzi ciò che sanno fare, ha snaturato molti di loro, vedi Immobile.
Alla fine l’amarezza del solito furto gobbo unita alla delusione per non aver affrontato una Juve così dimessa senza quella dose necessaria di sana incoscienza necessaria se si vuole “fare l’impresa”, è stata in parte mitigata dal teatrino virtuale messo su nel post partita dalle dichiarazioni contro Conte del sito ufficiale del Toro. Almeno quel giorno c’è stato qualche granata che non ha avuto timore di rispondere per le rime all’arroganza juventina. Magra consolazione, lo so, aspettando il giorno in cui anche in campo la si smetta di abbassare sempre la testa facendo inesorabilmente la figura della vittima sacrificale predestinata.
 
Alessandro Costantino
 (foto Dreosti)

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