Toro, mentalità perdente? Più che altro perdita di identità

Toro, mentalità perdente? Più che altro perdita di identità

Il Granata della Porta Accanto/ La distinzione tra vincere e perdere quando si parla di Toro è riduttiva e non inquadra il vero nocciolo della questione: è l’identità che dà un senso a tutto, anche a come si vince o si perde

di Alessandro Costantino

In una settimana in cui ha tenuto banco la querelle sulla connivenza della società Juventus FC con gli elementi che avevano introdotto in curva Scirea gli striscioni infamanti la tragedia di Superga (tra l’altro al limite del grottesco la difesa di Andrea Agnelli che invita “chi si esprime su questi fatti (ndr i giornalisti) a tener conto delle sentenze”, quando lui stesso sulla vicenda Calciopoli si ostina a dichiarare due scudetti in più rispetto a quelli assegnati dalla giustizia sportiva…), forse ha avuto meno risalto di quanto avrebbe potuto avere la bellissima intervista del nostro Marco Parella al mental coach Cassardo.

Marco Cassardo è un professionista del settore che collabora con tanti atleti di alto livello ed è anche un grande tifoso del Toro: sulle nostre pagine sostanzialmente dice che i frequenti cali di tensione della squadra e, più in generale, le ultime annate tendenzialmente mediocri del Torino sono dovute ad una “mentalità perdente” che emana dagli alti vertici della società e che permea tutto l’ambiente. Secondo Cassardo “si è creata una logica inconscia per cui il Torino non deve per forza vincere, al Torino basta fare i suoi bei campionati da nono posto, l’Europa neanche dichiarata come obiettivo: si è instaurato un clima molto riduttivo a livello di ambizioni”. Affermazioni forti che però trovano una larga parte di tifoseria (me compreso) sulla stessa lunghezza d’onda. Sono cose che anche in questa rubrica abbiamo sottolineato più volte: la sensazione che non si voglia fare un vero salto in alto, la mancanza di una strategia di crescita di lungo periodo che sia alternativa all’autofinanziamento societario garantito dalle plusvalenze, l’assenza di patrimonializzazione attraverso l’acquisto di strutture di proprietà (stadio, centro sportivo, ecc.), un organigramma societario “stitico” per una realtà professionista di alto livello. Cassardo rimarca queste ed altre cose, ma la battuta sulla mentalità perdente è quella che più fa male perchè colpisce dritto il cuore del tifoso granata.

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A mio parere, pur condividendo il ragionamento del famoso mental coach torinese, in realtà occorre fare un distinguo forse apparentemente di poco conto ma nella sostanza molto importante per la scala dei valori che da sempre contraddistingue la storia del Torino. Vincere per chi fa sport a livello agonistico è importante, inutile negarlo: nessun atleta professionista scende in campo solo per partecipare. Il Torino ha un passato ricco di vittorie e un palmares di tutto rispetto all’interno del calcio italiano. La vera differenza tra il Torino e le altre società è sempre stato il fatto che, grazie anche ad un connubio quasi unico con la sua tifoseria con la quale condivide mentalità e valori, vincere non è mai stato l’unica cosa che conta. E di questo tutti noi ne siamo sempre stati orgogliosi: vincere sì, ma rimanendo entro certi perimetri, vincere sì, specialmente se contro tutto e tutti, vincere sì, ma non ad ogni costo. Vincere non è un verbo tabù in casa Toro e nemmeno deve esserlo, perchè ha un significato importante nella storia granata, soprattutto in relazione al modo in cui lo si fa. Io stesso ho applaudito la squadra più volte anche di fronte a delle sconfitte (me ne ricordo una col Piacenza in serie B al Delle Alpi dove sembrava quasi che avessimo vinto pur avendo perso immeritatamente 0-1) se riconoscevo nel modo di stare in campo dei giocatori che si fosse onorato il “patto” che storicamente esiste tra chi tifa la maglia granata e chi ha l’onere e l’onore di portarla in campo. Io non voglio un Toro bello e perdente come non lo voglio scorretto e vincente.
La distinzione tra vincere e perdere, però, quando si parla di Toro è riduttiva e non inquadra il vero nocciolo della questione che alla fine è racchiuso in una semplice e magica parolina: identità. Quando penso a cosa voglia dire tifare Toro, nel mondo vedo solo un esempio che, pur coi suoi tratti unici ed irripetibili, può rendere l’idea a chi non lo capisce: l’Athletic Bilbao. La società basca accetta solo giocatori baschi e si fonda su di una caratteristica unica che richiama ad un’identità ben precisa (in questo caso nazionalistica) che accomuna chi ci gioca e chi la tifa. Il Toro, pur con un’identità meno marcata perchè non basata su un fattore “patriottico”, in realtà storicamente si basa su uno schema di fondo molto simile: il tremendismo, il non mollare mai, l’antagonismo verso l’altra squadra cittadina, il conto aperto col destino sono tutti valori che fino a poche decine di anni fa erano comuni a chi scendeva in campo e a chi stava sugli spalti. Il vivaio era il trait d’union tra la tifoseria e la prima squadra: giovani (magari già tifosi) cresciuti in un certo modo che una volta grandi incarnavano sul rettangolo verde le aspettative di chi li sosteneva con passione. Oggi semplicemente per tutta una serie di circostanze esterne (la deriva economicista del calcio moderno) ed interni (pessime gestioni societarie da Calleri in avanti) hanno portato ad una progressiva perdita di identità che si riflette in una minore forza della squadra nel panorama italiano. Il Toro che si faceva rispettare da tutti e che sapeva anche costruire cicli vincenti (il Grande Torino ed il Torino degli anni Settanta) non c’è più e la società attuale (e qui mi lego a quanto sostiene Cassardo) non è in grado di ricostruire quel binomio vincente in cui l’identità della squadra era la stessa dei tifosi. La cosa grave è che, contrariamente a quanto ci vogliano far credere, in realtà sarebbe possibile seminare in questo senso, provando davvero a rifare del Torino il Toro. La cosa grave non è un Torino che non vince, ma un Torino che nemmeno ci prova a costruire se stesso per tornare a vincere. Quanto vuote suonano ancora oggi le parole di Ventura quando diceva che voleva ricostruire la cellula granata dalla quale ripartire. Ripartire siamo ripartiti, per carità, grande merito a lui, ma quella cellula, di granata, aveva ben poco ed oggi la conferma è sotto gli occhi di tutti…


 

Da tempo opinionista di Toro News, do voce al tifoso della porta accanto che c’è in ognuno di noi. Laureato in Economia, scrivere è sempre stata la mia passione anche se non è mai diventato il mio lavoro. Tifoso del Toro fino al midollo, ottimista ad oltranza, nella vita meglio un tackle di un colpo di tacco. Motto: non è finita finchè non è finita.

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  1. halbert883 - 3 settimane fa

    Sulla perdita di identità non ci sono dubbi. D’altra parte se scende in campo una squadra composta in larga parte da stranieri, comunitari e non, con alcuni di questi nettamente svogliati, che pretendiamo? Forse bisognerebbe incominciare a ragionare in questo senso se si vuole ritrovare l’identità. Sull’articolo del mental coach dico solo che non ho mai letto tante ovvietà che qui vengono “vendute” come oro colato. Meno voli pindarici e più attenzione alla realtà in campo sono secondo me le “medicine” migliori.

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    1. user-14003131 - 3 settimane fa

      Concordo in pieno!

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  2. Krhon1494 - 3 settimane fa

    La sensazione comunque è che la nostra perdita di identità si veda soprattutto nei momenti clou. Quante volte abbiamo visto i giocatori sbagliare le partite fondamentali.. Ogni volta che si parla di Europa, ogni volta che una partita è importante, vedi più paura nelle loro giocate, e costantemente le sbagliamo. Pensiamo banalmente all’anno dell’Europa: anno molto bello, identità di gioco molto chiara. Da quando si è cominciato a parlare di 3 finali: partita vinta con il Chievo in maniera abbastanza fortunosa, pareggio risicato col Parma in cui avremmo mertitato di perdere e il famoso pareggio con la Fiorentina in cui i viola tra un po’ si facevano autogol(a parte cuadrado e rebic, unici che giocavano e unici marcatori) che non siamo comunque riusciti a portare a casa. Manca la grinta, manca la voglia, la determinazione, nei derby siamo agitati, non grintosi, siamo casinisti da matti, ed è una cosa che si ripete da sempre nell’era cairo, non solo con Mazzarri, Miha o Ventura. Perchè la famosa partita di Bilbao è diventata un emblema? Perchè non abbiamo avuto paura in quel caso, eravamo determinati e cazzuti, ed è stata una meraviglia. Ma quella partita non può e non deve rimanere un punto di arrivo, un ricordo su cui fondare 10 anni e passa di niente, dev’essere una tappa, se non un punto di partenza! Qui serve intervenire in maniera decisa, serve gente che il Toro lo vive nell’anima, serve qualcuno che spieghi a sti ragazzi la nostra identità, e se ormai per i tifosi diventa difficile avvicinarsi ai giocatori, non come un tempo, serve un collante, che sia un mental coach o una vecchia gloria in grado di ristabilire il connubbio società, tifosi e soprattutto identità.

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  3. granata - 3 settimane fa

    “La sensazione che non si voglia fare un vero salto in alto…”, scrive Costantino e io a questo puntro mi domando: la colpa di chi è? Se è vero in passato che molto è dipeso dagli errori societari (e quindi in primis dal presidente), è pur vero che quest’ anno la società ha fatto finalmente uno sforzo economico forte per far fare “il salto in alto” alla squadra. Ma se un allenatore emargina i due giocatori che dovevano essere la “pietra d’ angolo” su cui fondare quel salto, tutto viene vanificato. Vuol dire che non ha condiviso le scelte di mercato. Questo è finora emerso: Mazzarri ha reagito con fastidio all’ arrivo di Zaza e Soriano (basta andare a rileggersi le sue dichiarazioni tutt’ altro che entusiastiche) e tende a relegarli in panchina. E non basta ogni tanto buttarli nella mischia, bisogna avere la capacità e l’ elasticità di cambiare il modulo per adattarlo ai rinforzi di mercato. Doverebbe far giocare e rigiocare Zaza e Soriano (come sta facendo con Meitè, Baselli e Berenguer, tanto per fare un esempio) fino a quando non sia palese che sono stati due acquisti sbagliati. Il Toro non può permettersi altri passi falsi economici pesanti (dopo quello di Niang): se così fosse, prepariamoci a fine stagione a vedere qualche cessione importante e dolorosa (Iago Falque? Sirigu, Nkoulou?).
    Ecco, ai di là dei ragionamenti su mentalità e identità, mi pare che permanga il difetto di uno staff societario non all’ altezza, dove la mano sinistra non approva quello che fa la mano destra. Se Mazzarri aveva ritenuto sbagliata la campagna acquisti allora aveva una strada, le dimissioni. Altrimenti, se le cose vanno avanti così, spetta alla società intervenire.

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    1. scacchistagranata - 3 settimane fa

      Non so se Mazzarri considera, come pensi, Zaza e Soriano un peso di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Mi sembra strano, ma rispetto la tua convinzione. Dove invece non sono d’accordo, è sul fatto di far giocare i due anche se fuori condizione. Non ci è bastato vedere Niang sempre titolare appena arrivato lo scorso anno?
      Credo si debba dar credito al mister che sinora sta gestendo con equilibrio la rosa a disposizione.

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    2. marcohelg_385 - 3 settimane fa

      come si puo’ dire che zaza e soriano non sono in forma se non giocano mai?ormai siamo a novembre cosa vuol dire non essere in forma? come è possibile che dei professionisti superpagati non sono in formadopo 4 mesi di allenamenti??? tutte bufale……….. mazzarrri scandaloso!

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  4. Krhon1494 - 3 settimane fa

    Questo è assolutamente il tema che tiene banco tra noi tifosi da parecchio tempo:questa identità da recuperare e chi deve fare il primo passo. Tra chi sostiene che debbano essere i tifosi e chi la società, con tutti i ragionamenti che poi ne derivano. Io sinceramente faccio parte della schiera che pensa che sia la società a dover fare il primo passo, inserendo nell’organico gente che ha il Toro dentro, investendo per recuperare gli idealialtri che ci caraterizzano, e spesso mi scontro con gente che invece pensano siano I tifosi a dover trasmettere i valori, lo so vede ogni giorno praticamente questo scontro. Ma sappiate che non ci sarebbe cosa più bella per me di poterci riabbracciare tutti e vivere il TORO, quello vero, insieme. Sarà banale, ma è doveroso ricordare, anche tra i nostri scontri e litigi, che il nostro fine rimane uguale, perché abbiamo il granata dentro.

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  5. granata forever - 3 settimane fa

    IL PIù BELLO DALLO 0-2 AL 3-2 DOSSENA-BONESSO TORRISI ERO UN GAGNO MA QUEL GIORNO HO RISCHIATO LA PELLE…………………………………… CHE EMOZIONE PERò””……………………… è CHE GODURIA IMMENSA ALLA FINE””……………………………… AHAHAHAHAHAHAHAHAHAH”” CIAO

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    1. Marchese del Grillo - 3 settimane fa

      Ciao fratello, togli il maiuscolo sulla tastiera quando scrivi nei forum.

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  6. apuano - 3 settimane fa

    Presidente riporta Glick a casa

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    1. granata forever - 3 settimane fa

      NO FRATELLO NO…………….. LASCIALO AL MONACO ANCORA PER UN PO”” TI PREGO CIAO

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  7. apuano - 3 settimane fa

    E caro Mazzarri che ti scontrerai con acciuga allegri.Dai la licenza di uccidere ai tuoi player(giocatori) nessuno deve uscire vivo dall’Grande Torino.Infondigli grinta ,furore agonistico e rabbia sportva.Distruggete quelle merde.

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    1. granata forever - 3 settimane fa

      VA BENE ANCHE SENZA L’ULTIMA PAROLA………….. IO SONO L’ANTI………………….. DA UNA VITA……………………………. DA QUELLE PRECEDENTI FORSE….. è QUELLE CHE VERRANNO…………………………….. MI SONO INDIFFERENTI………………………………….. CIAO FRATELLO

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  8. apuano - 3 settimane fa

    Possono vincere anche trenta scudetti di fila ma non potranno mai essere come noi.Nel derby undici Glick Bruno Policano Annoni.

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  9. apuano - 3 settimane fa

    Sono nato Granata e ne sono orgoglioso…..un motivo ci sara’…..anche se sono lontano e improbabile con Torino……Circondato da un mondo di Gobbi.

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    1. granata forever - 3 settimane fa

      ANCHIO FRATELLO OGGI OLTRE CHE I PIEDI USINO ANCHE LA TESTA COME NOI……………… è MAGARI SI VINCE”” BUONA NOTTATA CIAO

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  10. lello - 3 settimane fa

    Forza Toro,anche quando si pareggia come Domenica a Bologna.
    Forza Toro anche quando il Gallo non segna.
    Forza Toro dopo ogni sconfitta.
    Forza Toro soprattutto quando si gioca con determinazione e impegno (come ha dimostrato tutta la squadra a Bologna e come fa sempre il Gallo)
    Per creare una squadra vincente serve anche una tifoseria che incita i propri giocatori, oggi e domani, anche dopo una sconfitta.
    Per essere da Toro, i giocatori devono sentire l’entusiasmo della Tifoseria tutte le settimane, sentire quello che noi granata portiamo dentro.
    Il passato lasciamolo ai ricordi, la nostra storia onoriamola tutti i giorni incitando la squadra.
    Se un giorno torneremo a vincere, i ricordi torneranno a splendere.

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    1. Madama_granata - 3 settimane fa

      Complimenti! Meglio questo commento che la maggior parte degli articoli retorici e scontati che leggiamo ogni giorno!
      Concordo anche con quanto detto da: ” Il granata della porta accanto”.
      Dissento con lui solo riguardo al giudizio sull’articolo del “mentale coach”, che non mi è affatto piaciuto.
      Molto meglio il suo, di articolo, che non quello, secondo me, freddo, incolore e distaccato di un supponente, tronfio e spocchioso “mental coach”!!!
      Programmare il cervello di un atleta mi fa paura!!
      Siamo alla disumanizzazione: qui si programma la cancellazione dei sentimenti e delle emozioni, il sacrosanto umano diritto a sbagliare!
      L’atleta si valuta solo con numeri, dati statistici, freddi calcoli, livelli di prestazioni..
      E il cuore? La passione? La grinta? La voglia di fare e strafare, magari anche sbagliando?
      Al calcio si gioca, non si impostano programmi, e l’atleta è un ragazzo pieno di emozioni, non un robot disumanizzato e teleguidato solo per raggiungere certi standard!
      Strappiamo l’anima e la passione dallo sport, programmiamo il cervello degli atleti, rendiamoli degli “organismi geneticamente modificati”, per farli “rendere al meglio”!
      CHE ORRORE!
      Concludo con un esempio extra-calcistico.
      Prendiamo un ciclista, curiamo boccone x boccone la sua dieta ed il suo peso, muniamolo di cardiofrequenzimetro, auricolari x impostare la sua corsa a distanza, diciamogli quando, se e come scattare, programmiamo fin dalla partenza, e per tutto il percorso, metro x metro quella che DEVE, DOVRÀ essere la sua vittoria finale.
      Poi entra in gioco un tifoso: un deficente, forse, o forse solo un appassionato troppo emozionato, che vuole immortalare con una foto l’atleta del cuore nel suo massimo sforzo.. Si sporge troppo, il tifoso, ed aggancia il ciclista che cade rovinosamente a terra..
      E tutto finisce in un attimo!
      Tutta la programnazione viene azzerata. Un fallimento!
      Che ne resterebbe di quel ciclista-robot, se non si chiamasse Vincenzo Nibali e non fosse quel grande uomo, pieno di valori e di qualità, che appassiona la gente, prima con le sue fatiche e le sue emozioni, e solo dopo con le sue doti tecniche e la programmazione scientifica di ogni sua gara?
      Che ne sarebbe di un atleta che, con una frattura vertebrale da sei mesi di “stop”, si presenta 2 mesi dopo l’incidente all’appuntamento mondiale e, lui che è sempre abituato a vincere, sputa l’anima per raggiungere il terzo posto e poter salire sul podio insieme alla sua piccola Emma?

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      1. Madama_granata - 3 settimane fa

        Concludo: il giorno più emoziinante, nel calcio, x me è sempre l’ultimo.
        Che “poesia” vedere gli uomini che hai tifato x una stagione intera scendere in campo cin tra le braccia, per mano o sulle spalle i lodo.pargolet

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        1. Madama_granata - 3 settimane fa

          o sulle spalle i loro pargoletti!
          Già, uomini e papà, prima di tutto!
          Come sono lontani, in quei momenti, i calciatori plurimilionari, ripresi sulle copertine delle riviste alla moda, le primedonne-isteriche valutate cifre astronomiche solo perché mettono in rete un pallone..
          LO SPORT, TUTTO,per me, DEVE RIMANERE CENTRATO SOPRATTUTTO SUI VALORI UMANI E DÉCOUBERTIANI!

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      2. Marchese del Grillo - 3 settimane fa

        Faccio fatica a leggerti, e faccio fatica anche a risponderti. Ci tenevo a fartelo sapere.
        Detto ciò secondo me esasperi dei concetti e non hai colto il senso del mental coach che nulla ha a che fare con la programmazione di un atleta come robot ed altre sciocchezze simili. La mente può e anzi deve essere allenata esattamente come un muscolo. Ogni cosa nel nostro corpo può essere esercitata per essere migliore. L’umanità non c’entra nulla. Imparare a stare concentrati su tutta la durata di un match, ad esempio, e non solo per un’ora, o evitare di mollare la tensione quando credi di aver già vinto, sono fattori che devono essere allenati, esattamente come il fiato o la resistenza. Spesso nel mondo dello sport moderno sono proprio questi gli elementi che fanno la differenza tra chi vince e chi perde.

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    2. Krhon1494 - 3 settimane fa

      Non sono d’accordo per il semplice fatto che noi non siamo macchine come non lo sono loro. Loro non possono garantire sempre la stessa prestazione, vero, noi non possiamo garantire sempre lo stesso sostegno. Serve venirsi incontro, serve che la mentalità comune cambi, il giocatore può sbagliare nel momento in cui si vede l’impegno, il tifoso applaude anche se si perde se l’impegno c’è stato. Quest’anno, a parte il primo tempo di Bologna e il secondo tempo contro l’Inter, è sempre mancato impegno, SEMPRE. Io amo il Toro per ciò che rappresenta e sono pronto a seguirlo fino in capo al mondo se so che cosa può regalarmi, ma in questo momento non c’è fiducia da parte mia perchè non c’è nessun tipo di tentativo da parte della società, ad avvicinarsi alla mia(nostra) identità. Detto questo, tra meno e più, il sostegno mai è mancato alla squadra, tra chi va agli allenamenti, chi li segue nel ritiro estivo, chi va allo stadio. La nostra passione si è assopita ma non spenta, è la società a dover cominciare ad alimentare la fiamma, non siamo soldatini. Io non sono pronto a sostenere il Toro anche quando non mi rappresenta più, sennò si perde la profondità della nostra identità e diventa solo un teatrino tra gente che applaude e gente che non sa nemmeno quale sia il colore della maglia che indossa.

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  11. maxxvigg1968 - 3 settimane fa

    la mia paura, è che in realtà, l’attuale status calzi alla perfezione quelli che sono “i veri obiettivi” dei vertici societari
    mi spiego meglio

    – siamo costantemente in serie A e nn corriamo rischi (a meno di cataclismi) di venir coinvolti dalla lotta x retrocedere
    – siamo sani, abbiamo un buon bilancio, le entrate coprono le uscite
    – siamo costantemente nella parte sinistra della classifica
    – abbiamo un buon organico, tale da permetterci alle volte di battere squadre più blasonate della nostra (mi sembra che l’unico scalpo che ancora manca alla collezione cairo sia il milan – mi sembra)
    – siamo da qualche anno polo attrattivo di giovani di belle e future speranze e meta preferenziale di “anziani/più esperti” che vengono a terminare qui la loro carriera

    last but not the least …… Cairo è uno dei pochi che riesce con questa “oculata” gestione a guadagnare in un mondo dove notoriamente si spende molto più di quello che si incassa

    ecco …. proprio qui sta il punto
    ma perchè dovrebbe cambiare ?
    alzare l’asticella, andare in europa …. vorrebbe dire
    – pagare premi
    – aumentare gli ingaggi (quindi aumentare i costi)
    – non poter vendere l’anno dopo i due tre gioielli che più si son messi in evidenza negli ultimi 24 mesi
    – molto probabilmente dovrebbe anzi rinforzare la squadra (con tutto quel che ne consegue …. monte ingaggi/costi fissi/più impegni/più rischi infortuni)

    tutto questo senza aver la sicurezza che tutti questi costi aggiuntivi vengano ricoperti dai maggiori introiti – alla fine della fiera, abbiamo uno stadio da 26mila posti con poco più di 10mila abbonati

    spero tanto di sbagliarmi
    ma la mia paura …. è che un pomeriggio come quel toro/cesena …. non lo vivrò più

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  12. csko69 - 3 settimane fa

    bellissimo articolo, mi trovo totalmente d’accordo…SEMPRE FORZA TORO (quel TORO!!)

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  13. fabrizio - 3 settimane fa

    …si è creata una logica inconscia per cui il Torino non deve per forza vincere, al Torino basta fare i suoi bei campionati da nono posto, l’Europa neanche dichiarata come obiettivo: si è instaurato un clima molto riduttivo a livello di ambizioni….

    Purtroppo e’ un dato oggettivo, non una logica inconscia! Speriamo si inverta la tendenza in questa stagione

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