Toro, quanto incide il singolo sul gruppo?

Toro, quanto incide il singolo sul gruppo?

Il Granata della Porta Accanto / Da sempre la filosofia di Ventura mette il collettivo davanti a tutto, ma i guizzi del campione fanno la differenza

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Esiste un mantra nel mondo del calcio che più o meno recita così: “Un campione non farà mai una squadra”. E siccome di campioni in giro ce ne sono pochi e quasi nessuno può permetterseli, chi non li ha, cioè la stragrande maggioranza delle squadre, Toro compreso, punta tutto sul collettivo cercando magari di trovarlo,il campione, nelle giovanili o nel colpo di mercato di fortuna.

Nel Torino di Ventura, per stessa ammissione del tecnico genovese, c’è in atto, da qualche stagione, la prassi di far “crescere” giovanotti di belle speranze per lanciarli verso quelli che in gergo moderno vengono chiamati in modo alquanto antipatico “top club”. Darmian al Manchester United e’ lo spot più riuscito di questa nuova filosofia aziendale che tanto sta a cuore al presidente Cairo per gli evidenti vantaggi in termini di entrate che genera. C’è poi però l’altro lato della medaglia costituito da chi resta, cioè il Toro e i suoi tifosi, i quali se raggiungono l’Europa League in estate non si trasferiscono in massa a tifare per una squadra che gioca la Champions, ma, solitamente, continuano a tifare per il Torino a prescindere. E questi tifosi gradirebbero ogni anno, sì non tarpare le ali al “campioncino” di turno che approda ad altri lidi, ma vedere comunque undici giocatori il più possibile competitivi in campo.

A questo punto la palla di solito passa nuovamente a Ventura il quale ogni estate, con l’avvallo del presidente Cairo e i buoni uffici sul mercato di Petrachi, si fa comprare quei giocatori in grado di mantenere il Torino ad un certo livello al netto delle partenze eccellenti. In questo meccanismo perfetto, il tifoso, che vive le cose della squadra da fuori, spesso si ritrova un po’ spaesato sul reale valore del gruppo e dei singoli proprio perché da vecchia lenza qual è il mister genovese ama fare il gioco delle “due carte” proprio tra questi due elementi: e’ quindi il gruppo che trascina il singolo o e’ il singolo che migliora il gruppo? La domanda si può classificare tra quelle della categoria “e’ nato prima l’uovo o la gallina?” e, a seconda delle convenienze del momento, avrà sempre una risposta differente. Diciamo che i fatti dimostrano che quando i singoli hanno fatto la differenza il Toro ha dato il meglio di sé: Cerci-Immobile nuovi gemelli del gol e il Toro ha sfiorato l’Europa League, Glik goleador, El Kaddouri ai suoi massimi livelli e un rinato Maxi Lopez e il Toro ha tenuto un ritmo da Champions in campionato e vissuto notti magiche in Europa League. Per contro quando le cose giravano a fatica la solidità del gruppo ha permesso che la barca non affondasse mai e si mantenesse fuori dalle cosiddette acque pericolose.

E quest’anno? Quest’anno, a mio parere, capiremo tante cose sul giochetto della valorizzazione dei giovani, nel senso che se non emergerà nessun singolo la stagione potrebbe rivelarsi molto anonima e il prossimo mercato estivo non così scoppiettante come quello passato. Se Belotti non raggiungerà la doppia cifra, Zappacosta rimarrà l’anonima riserva di Bruno Peres, il brasiliano oltre che funambolico non diventerà pure decisivo, Baselli non dimostrerà più personalità e Maksimovic non tornerà dall’infortunio ai suoi livelli, la vetrina del Torino sarà meno luccicante e sarà difficile fare cassa in sede di mercato. E anche la posizione finale in campionato del Torino potrebbe non essere entusiasmante.

Al contrario se Ventura saprà tirare fuori il meglio dai suoi giocatori la “macchina Torino” come impostata negli ultimi anni proseguirà la sua proficua marcia. A questo punto della stagione e anche della storia quinquennale dell’allenatore genovese sulla panchina granata, la domanda giusta è: saprà Ventura, dopo averli ormai conosciuti bene, creare attorno ai giocatori che ha le condizioni giuste per farli rendere al massimo del proprio potenziale o riterrà più opportuno continuare a volerli plasmare sul modello di calcio che propone da ormai tre anni a questa parte? Tradotto, avrà la forza e la voglia eventualmente di cucire sulle caratteristiche dei suoi giocatori di punta un progetto tattico che li esalti o pretenderà che siano loro a dare il meglio in un contesto collaudato?

Insomma, un campione non fa una squadra, ma i buoni giocatori, messi in campo nella maniera a loro più congeniale, di solito sì…

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