Toro, un pareggio che sa di vittoria dal retrogusto di sconfitta

Toro, un pareggio che sa di vittoria dal retrogusto di sconfitta

E’ più grave non vincere una partita condotta in superiorità numerica per quasi novanta minuti o più importante pareggiarne una che a un minuto dalla fine si stava perdendo? 
Dalla risposta che ognuno di voi darà a questa amletica domanda c’è il senso del rapporto che…
E’ più grave non vincere una partita condotta in superiorità numerica per quasi novanta minuti o più importante pareggiarne una che a un minuto dalla fine si stava perdendo? 
Dalla risposta che ognuno di voi darà a questa amletica domanda c’è il senso del rapporto che avete con il Toro. Un tifoso tutto cuore e grinta, ottimista fino allo spasimo e desideroso di quelle emozioni forti che, nel bene o nel male, solo il Toro ti dà, non avrà dubbi nell’indicare la seconda ipotesi. Uno più disilluso, maggiormente critico e, soprattutto stufo di vedere il ripetersi infinito dei soliti film, senza esitazione alcuna farà invece cadere la sua scelta sulla prima. 
E già, perchè il risultato e l’andamento di Toro-Inter è stato fondamentalmente uno scontro fra queste due anime del tifo granata o, in alcuni soggetti come il sottoscritto, addirittura delle due anime tifose della stessa persona. Se da un lato, infatti, è impossibile negare che il gol di Bellomo allo scadere sia stato una goduria immensa, un calcio a quei destini già scritti che vedono il Toro soccombere sempre e comunque nelle situazioni più assurde, dall’altro un pareggio del genere non può non essere vissuto come una mezza sconfitta o come un’occasione forse irripetibile di uscire dal pantano in cui la Storia sembra essersi divertita a metterci negli ultimi vent’anni. 
Sarò sincero: non sono arrabbiato per gli errori clamorosi di Padelli, il rigore sbagliato da Cerci o le occasioni sbagliate da Immobile (però che bel gol!). Quelle fanno parte del gioco, ci stanno, hanno una ragione d’essere. Gli errori, che siano del portiere, dei difensori o degli attaccanti, sono una variabile poco controllabile e comunque da accettare. Possono capitare diluiti nell’arco di un campionato o concentrati in novanta minuti. E’ normale. 
Quello che mi ha fatto più incavolare invece è stato l’atteggiamento della squadra e la sua poca personalità per lunga parte dell’incontro. Tolti i primi venti minuti giocati con un piglio decisamente gagliardo, nei restanti settanta sembrava che i giocatori in campo (e l’allenatore in panchina…) non si rendessero conto che la squadra in superiorità numerica era la nostra. D’accordo che non si può giocare col piede sull’acceleratore dall’inizio alla fine e che occorra di tanto in tanto rifiatare, lasciando il pallino del gioco all’avversario anche se in dieci, ma quell’uomo in più andava comunque sfruttato nel migliore dei modi. Il Toro lo ha fatto bene nel forcing finale per arrivare al pareggio e nel periodo tra l’ingresso di Immobile ed il suo gol. Per il resto tatticamente Ventura si è ritrovato come uomo in più un Vives che ha lasciato nell’inedito ruolo di “libero” senza avanzarlo a centrocampo nonostante gli avversari avessero di fatto una sola punta, Palacio, e per di più sperduta nella nostra folta difesa.
Forse un passaggio repentino al 4-3-3 invece che il solo secondo tempo col 3-4-3 avrebbe dato più alternative al gioco d’attacco ed avrebbe permesso ripartenze maggiormente sostenute dai centrocampisti ed un dispendio minore di energie da parte dei terzini (soprattutto Pasquale) che avrebbero così potuto controllare meglio i pochi contrattacchi, quasi tutti venuti dalle fasce, dell’Inter. 
Certo che col senno del poi è facile fare i guru della panchina: questa volta Ventura ha pescato dei buoni jolly negli uomini che ha mandato in campo, ma è stato altrettanto bravo come stratega nel (non) cambiare in corsa una partita che si sarebbe potuta mettere al sicuro con un atteggiamento tattico meno remissivo? E poi le sue dichiarazioni nel dopo partita in cui sottolineava che questa squadra manca ancora un po’ di personalità: siamo sicuri che siano proprio i giocatori a non averne o è forse l’allenatore a farli andare in campo col freno a mano un pò troppo tirato? Se nessuno tira mai da fuori è perchè manca la personalità per prendersi questa responsabilità o perchè i giocatori sono ingabbiati in schemi e richieste tattiche troppo rigide (vedi ossessivo giro palla senza spunti personali per creare un break nella difesa avversaria)?
Qualunque sia la verità, resta il rammarico di un’occasione persa e forse unica di battere una big e la gioia immensa di aver evitato l’ennesima beffa del destino. Due facce della stessa medaglia, testa e croce. Una o l’altra poco cambia: la strada della crescita di questa squadra sembra ancora parecchio lunga.
 
Alessandro Costantino
Twitter: AleCostantino74
 (foto Dreosti)
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