Il “miraggio” Paris Saint Germain

Il “miraggio” Paris Saint Germain

Loquor / Torna l’apprezzata rubrica del nostro Anthony Weatherill

di Anthony Weatherill

“La cosa più incredibile dei miracoli

                                            è che accadono”.

GK Chesterton

Secondo l’autorevole quotidiano britannico “Financial Times”, il Paris Saint Germain (PSG) sarebbe stato messo sotto inchiesta dall’Uefa per aver sovrastimato contratti di sponsorizzazioni (per un valore di 200 milioni di euro), con lo scopo di avere il via libera all’acquisto dal Barcellona delle prestazioni sportive di Neymar. Il Financial Times ricorda, inoltre, che se fosse provata questo stratagemma fraudolento verso le norme del Fairplay finanziario stabilito dal massimo organismo calcistico europeo, il club parigino potrebbe ricevere una punizione che va da quella pecuniaria all’esclusione delle prossime competizioni europee.

“L’importante è che nessuno si faccia male: peccato che succeda sempre” dice l’attore Edward Burns nel film “Confidence-la Truffa Perfetta”, mentre cerca di spiegare il contraddittorio sentiment della truffa. Era l’estate del 2011 quando la Qatar Sports Investiments annunciò di aver rilevato il PSG dal consorzio (Colony Capital, Butler Capital Partners, Morgan Stanley) che ne deteneva la proprietà. Questo consorzio di banche d’affari(secondo conflitto d’interesse) aveva a suo tempo (2005) rilevato la proprietà dal potentissimo gruppo mediatico Canal+(primo conflitto d’interessi). E’ interessante rilevare come, al momento dell’acquisto dei qatarioti, il PSG fatturasse 80  milioni di euro l’anno e come in soli sette anni sia giunto a fatturarne 500. Sarebbe interessante capire perché l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy, avesse fatto pressioni sul Qatar per acquistare la proprietà di un club  mai stato tra i primi di Francia. Il calcio, nel Paese transalpino, è sempre stata una questione tra città centro meridionali, a Parigi (come in tutto il nord della Francia) si sono sempre interessati ad un altro sport: il rugby. Con uno sforzo di immaginazione si potrebbe anche capire il senso della solerzia di Sarkò, nel tentare di avere finalmente un club di football di prestigio mondiale.

PARIS, FRANCE - AUGUST 04: Neymar poses with his new jersey next to Paris Saint-Germain President Nasser Al-Khelaifi after a press conference on August 4, 2017 in Paris, France. Neymar signed a 5 year contract for 222 Million Euro. (Photo by Aurelien Meunier/Getty Images)
PARIS, FRANCE – AUGUST 04: Neymar poses with his new jersey next to Paris Saint-Germain President Nasser Al-Khelaifi after a press conference on August 4, 2017 in Paris, France. Neymar signed a 5 year contract for 222 Million Euro. (Photo by Aurelien Meunier/Getty Images)

Ma forse sarebbe un puro esercizio di malizia, quella di descrivere una Francia colpita dalla smania di sedersi da protagonista su tutti i tavoli che contano nel mondo. E uno di questi tavoli è, dopo gli ingenti investimenti prospettici di cinesi e americani, sicuramente il calcio. Ed è forse per questo che i governi francesi hanno spesso chiuso gli occhi sulle vicende del PSG, perché se un grande successo nel calcio doveva succedere in Francia, questo non poteva che accadere nella capitale della grandeur transalpina: Parigi. A questa grandeur calcistica è stata sacrificata tutta la tradizione, costruitasi nel tempo, di tutto il calcio del sud della Francia, oggi ridotto a mero spettatore di una squadra che nella Ligue1 ha assunto, per palese manifesta superiorità, la connotazione di una globetrotter del calcio. Nell’ultima giornata di campionato il club parigino ha letteralmente demolito il Monaco infliggendogli un 7 a 1, e relegando la squadra del Principato più al ruolo di una sparring partner da preparazione estiva che da seconda classificata della massima serie francese (il Monaco è a 17 punti dal PSG; e la terza classificata, l’Olympique Lione, addirittura a 21 punti). Ovviamente di questo si parla poco, in un Paese dove preferiscono concentrarsi su quali costosi acquisti farà il PSG nella prossima sessione estiva di mercato, per tentare l’assalto alla Champions League, ormai unico vero palcoscenico della globetrotters voluta da Sarkozy. E mentre la politica francese ha dato in appalto ai qatarini il sogno di realizzare la grandeur calcistica degli eredi di Napoleone, l’Uefa, dopo anni di grandi dormite, scopre finalmente una qualche traccia di doping finanziario nei bilanci di un club che tremare il mondo, prima o poi, dovrebbe fare. Sono sette anni che i qatarini operano indisturbati e in spregio ad ogni regola riconducibile al  fairplay finanziario. Sette anni in cui la libera concorrenza tra i club francesi è stata letteralmente stravolta, visto che il PSG gioca evidentemente un altro campionato.

Tutto questo mentre Il presidente dell’UEFA, Aleksander Ceferin, sta sempre più permettendo l’allargamento della distanza tra i club più ricchi (pochi) e il resto del mondo, attraverso una ripartizione folle dei premi dati alle squadre più vincenti nelle competizioni europee (contribuendo così ad aumentare il divario economico tra forti e deboli nei campionati nazionali). Ma c’è una cosa su cui Ceferin sta veramente sbagliando: non considera il fattore “tempo ridotto” nello sport. Ogni atleta, per forza di cose, ha un tempo limitato per realizzare i suoi sogni nello sport, e questo tempo possiamo ipotizzarlo nell’ordine di sei o sette anni; dopo finisce tutto, e altri ti sostituiscono. E’ importante, egregio Aleksander Ceferin, che questo tempo ridotto sia protetto dalle istituzioni dello sport. E’ importante che i sacrifici degli sportivi non siano umiliati o resi impotenti.

12th Extraordinary UEFA Congress

Shirley Babashoff è nata nel 1957 a Whittier, un piccolo centro della contea di Los Angeles, fondato da una comunità quacchera verso la fine del 1887.  La Babashoff cresce in un contesto da cristianesimo primitivo (come i quaccheri amavano ed amano definirsi), credendo in un mondo fatto da “una comunità di amici”, piuttosto che da nemici da cui stare in perenne allerta. In realtà sarebbe troppo semplificante e manicheo descrivere il mondo come un’eterna rappresentazione di lotta tra nemici; quindi forse sarebbe meglio descriverlo come un luogo dove ognuno cerca di portare avanti le proprie ambizioni, a volte incuranti delle conseguenze. Shirley Babashoff è stata probabilmente la nuotatrice americana più forte di tutti i tempi, con la “macchia” di non aver mai vinto un oro olimpico in una gara individuale. Trovò la strada sbarrata dalle valchirie tedesco/orientali (DDR), donne incastrate in corpi somiglianti più a profili mascolini che femminei. Sarebbe stato evidente trovare qualcosa di strano in quei corpi contro natura, sarebbe stato logico un intervento tempestivo da parte delle istituzioni sportive. Ma il Comitato Olimpico Internazionale non intervenne mai, nonostante la nuotatrice americana avesse protestato a più riprese in modo veemente. La Babashoff richiedeva, semplicemente, un gioco corretto e leale, ma ottenne solo di farsi la fama di “sore loser”, che tradotto in italiano vuol dire una “che non sa perdere”.

Oggi sappiamo che nella DDR vennero portati avanti programmi dopanti dai connotati di veri esperimenti eugenetici, atti a portare medaglie e gloria al socialismo tedesco. Quelle che un tempo furono valchirie, oggi sono o decedute o ridotte a rottami umani da quello che è stato definito il programma dopante più imponente di tutti i tempi. Shirley Babashoff non era una che non sapeva perdere, ma era una sportiva ridotta a vedere svilito il suo talento, per colpa di istituzioni sportive così omissive, da non rendersi conto che in quei corpi mascolini delle nuotatrici tedesche c’era proprio qualcosa di non pulito. Tempo fa, nel corso di un’intervista che la riabilitava da una che non sa perdere a novella Don Chisciotte, Shirley Babashoff ha confessato di non avere nessuna empatia per quelle nuotatrici tedesche oggi malate a causa del doping: “sapevano che stavano barando. Lo sapevano e hanno continuato a giocare sporco. Tutti oggi parlano del loro dolore, e in parte lo comprendo. Ma chi comprende me? Chi mi restituirà la medaglia d’oro che non ho potuto vincere? Chi mai potrà ridarmi quel magico momento in cui si tocca il bordo della vasca per primi”? Ecco il cuore della questione, egregio Aleksander Ceferin: certi momenti non tornano più. E se l’Uefa concluderà che il PSG è colpevole di doping finanziario, il pensiero andrà a tutti quei giocatori dei club francesi che, come Shirley Babashoff, non hanno avuto l’opportunità di competere correttamente con Il club parigino. E nessuna sentenza, per quanto dura, potrà mai restituire a quei giocatori dei momenti di gloria che avrebbero potuto avere. Nessuno potrà restituire ai tifosi quella gioia che avrebbero potuto provare.

L’ottimo Filippo Facci giorni fa ha scritto sul quotidiano “Libero” che tutti noi amiamo il calcio perché è “lo sport più ingiusto del mondo”, e in qualche modo lo rende lo sport più somigliante alla vita di tutti i giorni, alle angherie che sopportiamo. Mi permetterà Facci di dissentire; io credo che noi amiamo il calcio perché è sempre stato imprevedibile nel risultato. Un imprevedibilità dai connotati apparenti a volte ingiusti, ma che ha regalato il “miracolo di Berna” nei mondiali del 1954, e la vittoria dell’Italia sul Brasile nei mondiali del 1982. Un proverbio arabo dice: “non arrenderti. Rischieresti di farlo un ora prima del miracolo”. Proteggiamo questa speranza. Proteggiamola prima di diventare tutti scettici e cittadini di un mondo inesorabilmente ingiusto.

(ha collaborato Carmelo Pennisi)


Anthony Weatherhill, originario di Manchester e nipote dello storico coach Matt Busby, si occupa da tempo di politica sportiva. E’ il vero ideatore della Tessera del Tifoso, poi arrivata in Italia sulla base di tutt’altri presupposti e intendimenti.

13 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

  1. steacs - 1 mese fa

    Guardando in casa nostra: calciopoli, gli scudetti vinti dalla rubentus, una coppa italia farsa in cui negli ultimi 10 anni ci sono sempre le stesse squadre nell’albo d’oro.

    Tutti momenti che la giustizia ordinaria semmai fará il suo corso comunque non potrá restituirci.

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  2. bloodyhell - 1 mese fa

    il problema che weatherill mette in risalto non è il pessimismo. hai detto che prima o poi i nodi vengono al pettine, caro granata, ed è proprio questo poi che preoccupa weatherill. perché, come nel caso della nuotatrice americana, il nodo messo in risalto troppo poi finisce per non essere più giustizia per chi ha subito un torto. e questo non c’entra nulla con la competenza sportiva che avrebbe dimostrato la lazio o altri. un saluto

    Rispondi Mi piace Non mi piace
    1. granata - 1 mese fa

      Certo l’ iniquità spesso rimane, anche se, ad esempio, nel caso di calciopoli la Juventus si è vista revocare due scudetti e spedire in Serie B. Io volevo sottolineare che non ci si può sempre e comunque nascondere dietro alla scusante: “Ma loro hanno più soldi”. Bisogna anche avere il coraggio di fare autocritiche scomode. E’ stata una scelta azzeccata per il Toro avere trascurato per anni il proprio vivaio? Col risultato che quello che era prima un ricco serbatorio per la rosa della prima squadra è diventato un rigagnolo asfittico. Oppure, perchè facciamo campagne acquisti di quantità invece che di qualità, andando a pescare improbabili bidoni (vogliamo parlare di Carlao e Ajeti? E sono solo gli ultimi di una lunghissima serie). Perchè, come ho già scritto, si vendono SEMPRE tutti i migliori (unica eccezione l’ anno scorso Belotti, ma solo per mancanza di offerte ritenute adeguate)? Faccio l’ avvocato del diavolo perchè non vorrei che la nostra società si autoassolvesse tirando in ballo comodi alibi. Apprezzo l’ amara analisi di Weatherill, ma non voglio che si trasformi nel solito piagnisteo fatalistico. Ripeto la Juve vince anche perchè gli altri sono meno professionali e noi abbiamo come mission le plsuvalenze più che i risultati sportivi.

      Rispondi Mi piace Non mi piace
  3. granata - 1 mese fa

    Sarei meno pessimista di Weatherill, anche perchè l’ intervento dell’ Uefa parrebbe dimostrare che alla fine i nodi vengono al pettine. Certo per qualche tempo chi bara gode di complicità e immunità, ma alla lunga lo beccano. Il caso del Psg è macroscopico, ma che nei vari campionati ci siano club che vincono molto più degli altri è cosa che succede sin dagli albori del calcio. Dal dopoguerra in poi l’ Italia è stata dominata da tre club: Juventus, Milan e Inter, con qualche incursione “corsara” degli altri. Se oggi spadroneggia la Juventus è solo perchè Milan e Inter si sono invischiate in vicende societarie complicate e altri club (Roma e Napoli) giocano un calcio bello, ma troppo dispendioso, “anima e core”. Non è tanto questione di soldi, altrimenti il Milan avrebbe dovuto dominare il campionato avendo fatto una costosissima campagna acquisti. In molti campionati, compreso il nostro, ci sono già regole che ridistribuiscono meno iniquamente i diritti televisi. Si può fare di più e meglio, ma l’ aspetto economico, in uno sport imprevedibile come il calcio, non è il solo fattore determinante per il successo di una squadra. Nel nostro piccolo pensiamo a dove saremmo in campionato se Cairo avesse venduto solo la metà dei nostri migliori giocatori che ha ceduto. Se avesse mantenuto, ad esempio, per un secondo anno la coppia Immobile-Cerci, resistendo ai loro mugugni e alle sue tentazioni di incassare plusvalenze. Se avesse riscattato Immobile dopo la mezza stagione disputata con Belotti. I successi sono anche legati alla professionalità della dirigenza. La Lazio, club come noi finito in serissimi guai finanziari e con una tifoseria più ristretta della nostra, è terza e ha fatto penare la Juventus. Insomma, auspico anch’ io regole più eque, come ad esempio il tetto agli ingaggi (lo adottano, se non sbaglio, in Usa), ma sottolineo il peso determinante delle competenze e delle professionalità sportive.

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  4. Grande Torino - 1 mese fa

    Caro Anthony, è sempre molto interessante leggere i tuoi articoli e le tue osservazioni sul ‘sistema’ calcio. Complimenti! a te e Carmelo, vero cuore granata.

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  5. Rock y Toro - 1 mese fa

    La gente non smetterà mai di seguire il calcio, forse smetterà di andare allo stadio, ma milioni di persone alimenteranno sempre questa industria

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  6. okami - 1 mese fa

    ottimo articolo come sempre.
    Lucido e esaustivo, mi permetto solo di dissentire col giudizio su Facci , che reputo un pessimo giornalista, provocatore all’amatriciana.
    Ho poi purtroppo il sospetti che a molti “tifosi ” del Toro essere al posto del PSG non dispiacerebbe affatto

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  7. Bito58 - 1 mese fa

    Complimenti! È sotto gli occhi di tutti che a vincere sono sempre gli stessi e che prima o poi la gente smetterà di guardare il calcio. Ma pur di incassare mazzette…..

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  8. rokko110768 - 1 mese fa

    Articolo maestoso per contenuti e riferimenti. Dall’analisi finanziaria a quella emotiva. Anthony sei davvero un grande!!

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  9. user-13793800 - 1 mese fa

    Io continuo a sostenere che il sistema avanti di questo passo implodera’ su se stesso.Naturalmente è molto difficile far capire a chi vince sempre la questione di giocare ad armi pari.Mai smettere di lottare comunque!

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  10. Toro88 - 1 mese fa

    Sei un grande Antonio. L’articolo mi piace un casino ma di doping finanziario al TORO non si può proprio parlare

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  11. dennislaw - 1 mese fa

    Ancora un grande articolo di Anthony Weatherill. Ha ragione, il calcio è bello per la sua imprevedibilità, a differenza di altri sport nel calcio non semre vince il più forte, vedi Crotone Juventus o il Leicester. Ma le distanze vanno contenute, altrimenti il pallone si sgonfia, a danno anche delle società più voraci e ricche. Un campionato senza suspence finirà per perdere interesse. Quindi è interesse di tutti, società e calciatori compresi, che ci sia una più equa ripartizione delle risorse, in primis dei diritti tv e che addirittura ci sia più attenzione alle società meno ricche. Un campionato con 4 o 5 squadre non è più un campionato nazionale e perde tutto il fascino dei tanti campanili in competizione .

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  12. bloodyhell - 1 mese fa

    tra le cose brutte che si possono fare nel mondo dello sport, il doping finanziario è quello più subdolo e malefico

    Rispondi Mi piace Non mi piace

Recupera Password

accettazione privacy