Quelli che… tifano solo per la maglia

Quelli che… tifano solo per la maglia

Il Granata della Porta Accanto / Più sentimenti, meno calcio business

5 commenti
Higuain

Stanno passando l’estate a farci credere che Higuain non ha fatto nulla di strano nel “vendersi” alla Juve (eh già, il verbo è giusto perché di fatto pagando la clausola i bianconeri hanno trattato solo con lui e non con il Napoli che non lo avrebbe mai ceduto) o che Pjanic in realtà è stato complimentato dai suoi ormai ex compagni di squadra della Roma quando ha firmato (anche lui) per la Juve. E le reazioni di napoletani e romanisti sono state bollate come “esagerate” oppure, ancora più fastidiosamente, come “anacronistiche”. Sì, perché nel calcio business non c’è posto per i sentimenti: secondo gli addetti ai lavori i calciatori sono ormai tutti professionisti esemplari e pertanto non c’è niente di male se cambiano squadra come noi ci cambiamo le mutande e vanno dove vengono pagati di più. I più grandi mass media hanno messo in campo un’enorme campagna di sostegno a questa idea completamente artificiale del calcio, sostenendo, come nemmeno un Ponzio Pilato qualunque farebbe così alla leggera, la famosa tesi del “è sbagliato, i tifosi hanno ragione, ma devono accettarlo”.

Ma perché? Dove sta scritto? Perché io tifoso devo accettare una cosa che è palesemente contraria ad una delle motivazioni principali (l’identificazione con i colori del proprio club del cuore) per la quale si tifa, ergo ci si interessa, ergo si spende. E’ come se ad un certo punto tutti i produttori di Smartphone iniziassero a vendere telefoni coi quali non si può più parlare perché a loro non conviene più farli con quella (fondamentale) funzione e pertanto si volessero convincere i clienti che in fondo è meglio così. Peccato che se uno ha un telefonino poi di fondo gli serve (anche) per chiamare o essere chiamato e se uno tifa per una squadra di calcio di fondo tende (anche) ad identificarsi in questo o in quel giocatore. E il paradosso è proprio il nome del calciatore sul dorso della maglia da gioco: perché alle società fa comodo spremere il tifoso e guadagnare cifre iperboliche col merchandising, ma al tempo stesso poi non sta bene se il tifoso si lamenta quando tizio o caio vengono ceduti. C’è una sorta di equilibrismo degno del trasformismo più becero nel vedere come il tifoso venga tirato per la giacchetta da una parte e dall’altra a seconda della convenienza: gli si dà in pasto durante il calciomercato il nome altisonante per farlo sognare e poi quando il nome altisonante se ne va gli si rimprovera di essersi affezionato troppo ad un “professionista” che in fondo è giusto che pensi alla propria carriera. Carriera, per inciso, i cui proventi derivano proprio dai soldi spesi in mille maniere nella galassia di attività afferenti il calcio da quegli stessi tifosi che restano poi delusi quando gli Higuain, gli Immobile o i Pjanic gli voltano le spalle in nome del professionismo. Peccato che il calcio non sia un lavoro come un altro dove ci si alza alle 6 della mattina tutti i giorni per prendere uno stipendio a fine mese e campare il meglio possibile.

Allora mi dico e mi domando: ma se oggi un calciatore e’ una “piccola azienda” che presta freddamente i propri servigi perché i club devono apporre il suo nome sulla maglia che (in teoria almeno quella) è sacra ed è l’unica cosa a cui i tifosi si possono legare? Perché un club come il Torino dopo le ultime beffe subite nei casi Cerci, Immobile, D’Ambrosio deve ancora legare i propri gloriosi colori ad un nome qualunque di uno di questi mercenari del pallone? I giocatori vogliono il professionismo a tutto tondo? Bene, allora si tolgano i loro nomi dalle maglie. Si mantengano i numeri fissi fino al 99 (tornare ai vecchi dall’1 all’11 sarebbe bello, ma forse sarebbe davvero troppo!) come da regolamento, ma si eviti il nome: il tifoso, volendo, comprerà lo stesso la maglia con il numero del proprio giocatore preferito, ma in caso di partenza di quest’ultimo non subirà nessuna beffa. Un accorgimento poco risolutivo, me ne rendo conto, che però sarebbe un segnale forte ai giocatori coi mal di pancia (vero Maksimovic?) ed ai tifosi stessi perché dimostrerebbe sensibilità e rispetto verso chi mantiene in vita il sistema pallonaro. Addirittura bisognerebbe, a chi compra una maglia originale, regalare la personalizzazione ma col nome del tifoso visto che, a differenza dei giocatori, i tifosi non cambiano mai squadra. Un caposaldo, quest’ultimo, che se mai dovesse venire meno segnerebbe davvero la fine del calcio per come lo abbiamo conosciuto.

5 commenti

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  1. emix__925 - 1 anno fa

    ” Perché io tifoso devo accettare una cosa che è palesemente contraria ad una delle motivazioni principali..ecc..ecc..”

    semplicemente perché le Società e i calciatori sanno che i tifosi accettano tutto.

    basta far passare qualche giorno, al massimo qualche settimana e poi digeriscono tutto.

    molto più’ semplice di quanto sembra.

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  2. ziocane66 - 1 anno fa

    L’unica maglia senza nome ma che comprerò è quella col numero 11 ma…. vendetela c@zzo!

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  3. Achille - 1 anno fa

    È il sistema che è del tutto sbagliato, i giocatori sono mercenari, ma secondo me il pesce puzza dalla testa.

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  4. ToroFuturo - 1 anno fa

    Uscirei da questa ipocrisia. La maggior parte dei tifosi, me compreso, vuole che la propria squadra vinca. Per vincere devi prendere allenatore e giocatori bravi. Questi, per la più ovvia delle leggi di mercato, costano e guadagnano più di quelli meno bravi.
    E poi perché non parliamo anche dei presidenti? Quale “attaccamento alla maglia”? Noi ne abbiamo uno in casa. Non è che, in quanto tifoso, investa per vincere in modo che la squadra cresca di prestigio e valore. Guidato dalla sola logica di profitto, compra a 1 con l’obiettivo di vendere a 20: nessun obiettivo sportivo dichiarato.
    Sarei meno sentimentale, nonché meno critico con i giocatori perché il sistema funziona così, a partire da chi comanda.

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  5. bikeblack - 1 anno fa

    Articolo sensato. Ma perché la foto di Higuain? Ci serebbero fior di esempi con maglia granata!

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