Bertoneri: ‘Tante, troppe cose fasulle dette su di me’

Bertoneri: ‘Tante, troppe cose fasulle dette su di me’

Da anni si erano perse le tracce di Dante Bertoneri, talentuoso figlio del Fila, nato a Massa il 10 agosto del ’63, 58 presenze nel Toro con tre gol, esordio a soli 17 anni in Brescia-Torino 1-1. Di lui si dissero tante cose, che faceva il sacrestano, che aveva problemi con la droga, qualcuno lo diede addirittura per morto. Calunnie, solo calunnie dice Bertoneri che ha deciso di smentire attraverso Toronews le tante falsità raccontate…

di Redazione Toro News

Da anni si erano perse le tracce di Dante Bertoneri, talentuoso figlio del Fila, nato a Massa il 10 agosto del ’63, 58 presenze nel Toro con tre gol, esordio a soli 17 anni in Brescia-Torino 1-1. Di lui si dissero tante cose, che faceva il sacrestano, che aveva problemi con la droga, qualcuno lo diede addirittura per morto. Calunnie, solo calunnie dice Bertoneri che ha deciso di smentire attraverso Toronews le tante falsità raccontate su di lui.

Bentornato nel mondo del calcio. La prima domanda è d’obbligo, chi è oggi Dante Bertoneri?

Un ragazzo tranquillo, che vive serenamente nella sua città, Massa, che ha tanta voglia di ricominciare con il mondo del calcio, di lasciarsi le cose brutte alle spalle. Dopo il divorzio dalla mia prima moglie, da cui ho avuto due figli, Tyler di 21 anni (gioca a calcio nel Germagnano, una squadra dell’Eccellenza massese) e Jessica 17, vivo una bella relazione con Marilia, insegnante di musica che mi ha ridato tanta serenità.

In passato si sono dette tante cose su di lei, sulla fine precoce della sua carriera.

Infatti, dopo anni di silenzio, anche forzato, mi preme smentire tutto ciò che di sbagliato fu detto su di me. A dire il vero mi vennero a trovare gli inviati del Corriere dello Sport e della Gazzetta, ma poi non uscirono le mie interviste forse perché scomode sul mondo pallonaro. Non ho mai fatto il sacrestano, nemmeno mi sono mai drogato o sono stato sull’orlo del suicidio. Ho trovato un percorso di fede, è vero, che mi ha aiutato a superare tante vicende difficili della mia vita, ma nulla di più. Sono rimasto solo, nessuno mi ha più cercato e questa solitudine mi ha fatto male, ma ora sono pronto a ricominciare.

Che cosa ha fatto in questi anni fuori dal calcio?

Prima ho messo su un negozio di abbigliamento intimo a Massa e poi con mio fratello un negozio di tappezzeria, che ora è stato chiuso. Adesso voglio cercarmi un lavoro nel mondo del calcio e mi piacerebbe tornare a respirare un po’ di granata. So che i tifosi ancora mi apprezzano e mi vogliono bene, da loro ricevo sempre attestati di stima e so che hanno scritto delle belle cose su di me nei vari forum.

Lei ha intrapreso anche un’altra carriera sportiva.

Sì, mi sono buttato nell’atletica, esattamente ho fatto il podista, ho partecipato a delle maratone, sempre a livello agonistico, ho vinto un campionato provinciale, poi toscano e infine sono stato anche per tre volte campione italiano.

Cosa ricorda dei suoi trascorsi al Toro?

Sono arrivato ragazzino nel ’78, mi prese Ellena insieme a Francini, massese come me. Diciamo che il mio allenatore dell’epoca disse che insieme a Bertoneri dovevano prendere anche Gianni, che alla fine fece una carriera strepitosa rispetto alla mia. Rimasi al Toro fino all’83. Ho praticamente fatto tutta la trafila delle giovanili granata, sono partito con Naretto come allenatore, poi ho avuto Puia e Vatta, ma ricordo anche con piacere il compianto Marchetto. Esordii in prima squadra con Cazzaniga in panchina, era il 24 gennaio dell’81 e fu un Torino-Ascoli finito 3-0, subentrai a D’Amico. Quello fu un anno molto particolare, Radice fu sostituito da Ercole Rabitti, il quale poi lasciò a Cazzaniga.

L’avventura granata non andò però a buon fine…

L’anno successivo al mio esordio, stagione ‘81/82 arrivò in panchina Giacomini, che scelse la linea dei giovani e fece debuttare molti di noi ex Primavera, Bonesso, Sclosa, Cuttone, Mariani, insieme al sottoscritto. Feci un bellissimo campionato come regista, giocavo con gente del calibro di Dossena, Pulici, Graziani.

Chi ricorda tra i big dell’epoca con più affetto?

Senza dubbio Salvadori, una persona umana, che stava molto vicino ai giovani. Mi ha chiamato recentemente, ma poi non l’ho più sentito. Mi telefonò anche Gianni Bui dopo aver letto le mie vicende sul libro “Le vene granata” di Marco Bonetto.

Tornando alla sua carriera granata, come andò quel primo anno da titolare?

Bene, i tifosi mi dedicarono persino degli striscioni, avevo fatto una bella stagione, avevo preso in alcune circostanze voti alti, i tifosi hanno sempre apprezzato la mia combattività, la caratteristica che piace ai granata. Vinsi a fine stagione un premio come giocatore simbolo, votato dai club del Toro. L’anno successivo però andò via Giacomini, arrivarono Bersellini e Moggi e con loro svanì il mio sogno granata. Per prendere Schackner decisero di cedere me, Cuttone e Bonesso al Cesena. Moggi era amico di Lugaresi e fu facile arrivare così all’austriaco che, a mio avviso, non era quel campione che volevano far credere, poca tecnica, palla avanti e pedalare. Ma era l’epoca dell’arrivo in massa degli stranieri, non tutti però erano validi come si voleva far credere.

Lei però non andò al Cesena.

No, ci andò poi Cravero. Seppi che altre squadre di A mi volevano, mi avvertì il giornalista Franco Rossi, così mi impuntai e riuscii ad andare all’Avellino. Era una bella squadra, ci salvammo a poche giornate dal termine, con me giocavano Colomba, Barbadillo, però…

Però?

Non era il Toro, il fatto che mi avessero fatto fuori mi aveva fatto male, io ci tenevo a restare in granata. Ad Avellino qualche contraccolpo lo subii, soprattutto a livello psicologico, mi ero sentito messo da parte, iniziai, sì, a soffrire di depressione.

Dopo Avellino che successe?

Visto che non mi sentivo molto bene come detto prima, mi sentivo declassato, abbandonato, decisi che era meglio avvicinarmi a casa e andai così al Parma, allora in serie B. Fino a che rimase Perani come allenatore le cose andarono piuttosto bene, ma poi subentrò Carmignani, il quale voleva farmi giocare a tutti i costi nonostante avessi un ginocchio infortunato. Voleva farmi fare infiltrazioni, prendere medicine per farmi guarire prima, ma io mi opposi, oggi sono contento di non aver esagerato con i farmaci, visto quello che è successo in seguito. Da qui partirono delle cattiverie di troppo, che non avevo voglia di lavorare, di stringere i denti. Andai a curarmi a casa, a Massa.

Dopo l’addio al Parma cominciò una nuova avventura per lei?

Sì, a Perugia, dove ritrovai Giacomini, il quale cercò di aiutarmi psicologicamente. Nacque anche il mio primo figlio in Umbria. Ebbi modo di giocare anche con Novellino, ottimo giocatore dal punto di vista tecnico. Ma ormai capii che il calcio non faceva più per me. Feci ancora due anni alla Massese in C2 e poi dissi basta. Amo ancora oggi il calcio, ma tutto quello che avevo visto mi aveva disgustato. Troppa gente che gestisce le sorti degli altri. Molti mi hanno dato del debole, che non sono stato in grado di reagire, facile dirsi, difficile da attuare. Io ero solo, non avevo procuratori, all’epoca erano soli agli inizi, arrivavo da una famiglia semplice, i miei avevano un banco di frutta e verdura. Non sono stato nemmeno abile a trovare i giusti agganci, all’epoca del Toro, con i dirigenti che contavano di più. L’unico personaggio con cui avevo un rapporto vero di amicizia era un certo Mazza, ma contava poco.

Che tipo era Moggi all’epoca?

L’ho conosciuto poco, ma posso dire che era molto autoritario, già all’epoca amava giocare con le sorti degli altri, sapeva fare molto bene i suoi interessi. Io penso che ci vuole tatto nel rapporto umano, non trattare le persone solo come merce di scambio, ci vorrebbe più umanità.

Cos’ha pensato dello scandalo di Calciopoli?

Me l’aspettavo, prima o poi qualcosa sarebbe successo, sono convinto che chi agisce male prima o poi il caso scoppia. L’ho vissuto come una rivincita personale. Il calcio per come è stato gestito per anni ha portato gente a perdersi per strada, a tentare il suicidio come Pessotto e qualcuno c’è riuscito, purtroppo, com’è successo a Di Bartolomei. C’erano troppi personaggi che pensavano di essere onnipotenti. Alla cosiddetta stanza dei bottoni ci vorrebbe gente che ha giocato a calcio, non che è stato sempre dietro ad una scrivania. Parlo di Rivera, Albertini, Zola. Non è possibile vedere sempre Matarrese in qualche posto di comando.

Pensa che davvero sia finito un certo potere?

No, cambiano magari le figure, ma alla fine le fila le muovono sempre i soliti.

Veniamo al futuro, cosa le piacerebbe fare?

Vorrei tornare nel mondo del calcio, fare qualcosa per questo Toro rinato. Dai miei tempi fino all’avvento di Cairo le dirigenze che ci sono state hanno portato il Torino sull’orlo del baratro. Ora le cose sembrano aver preso una strada diversa. Mi piacerebbe fare l’osservatore per la Toscana, o anche in giro per l’Italia, a scovare nuovi talenti. Però ho in mente un altro progetto: aprire una scuola calcio qui a Massa e poterla affiliare proprio al Torino. Ne ho parlato con Silvano Benedetti, che ho sentito recentemente, il quale mi ha dato qualche speranza. Ora sono in attesa di sviluppi.

Un saluto ai suoi vecchi tifosi…

Voglio dire loro che ho subito tante calunnie, anche da parte dei miei concittadini, tante falsità sul mio conto. Non sono drogato, non faccio il sacrestano, vivo una vita normale e tranquilla come tutti, ho ritrovato l’amore e la speranza con Marilia. Ringrazio tutti i tifosi che negli anni mi hanno ricordato. Ma ora voglio pensare nuovamente al calcio, al Torino. Incrocio le dita. Sono tanti anni che manco da Torino e spero presto di tornarci.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy