Le Loro storie, Cesare Natali: “Gli allenatori vanno controllati, altrimenti rovinano i calciatori”

Le Loro storie, Cesare Natali: “Gli allenatori vanno controllati, altrimenti rovinano i calciatori”

Esclusiva / L’ex difensore di Torino e Bologna ha un progetto in testa: “La Nazionale è forte, bravo Mancini. La Federazione però non fa nulla per cambiare”

di Marco Parella

Un nuovo modo di raccontare il calcio: quello dei protagonisti. Calciatori, allenatori, dirigenti. Sempre sotto la luce dei riflettori, ma mai veramente compresi o comprensibili. Noi li vogliamo avvicinare ai tifosi e ribaltare il meccanismo delle interviste. Non saremo noi a chiedere, saranno loro a raccontarci un aspetto del mondo in cui vivono. Un tema libero, potremmo dire. Sono i protagonisti stessi della nostra passione a condividere con noi “Le Loro storie”. Senza filtri, senza meta.

Da quando ha smesso di anticipare di testa gli avversari o stenderli con un tackle, Cesare Natali non ha mai abbandonato il prato verde. Se prima ci correva sopra, maledicendolo qualche volta per i troppo frequenti infortuni, ora ci gravita intorno. Alle dipendenze della famiglia Pozzo ha viaggiato molto per studiare come funzionano i migliori club al mondo, ora è responsabile del reclutamento degli allenatori del settore giovanile dell’Udinese. Compito di grande responsabilità che affronta con le sue idee, chiare sempre, rivoluzionarie il giusto. Di sicuro non banali.

Quando la Nazionale non si è qualificata ai Mondiali si sono sprecate tante parole, sono stati lanciati programmi di riforme, proclami di grande cambiamento. Poi? Zero, non si è fatto nulla e il movimento calcistico italiano continua a essere in grave difficoltà a livello organizzativo, di gestione e di programmazione. La realtà è che se non programmi poi piangi quando ti capitano i disastri sportivi. Il problema è che qui da noi l’unica cosa che sappiamo fare è cercare un capro espiatorio. E non esiste che il Ventura della situazione sia additato come l’unico colpevole, esiste invece un sistema deficitario in tanti aspetti, prima di ogni cosa a livello di mentalità e di formazione degli allenatori.

MODENA, ITALY - AUGUST 03:  Cesare Natali of Bologna fc in action  during the pre-season friendly match between FC Bologna and Carpi FC on August 3, 2013 in Sestola near Modena, Italy.  (Photo by Roberto Serra/Iguana Press/Getty Images)
MODENA, ITALY – AUGUST 03: Cesare Natali of Bologna fc in action during the pre-season friendly match between FC Bologna and Carpi FC on August 3, 2013 in Sestola near Modena, Italy. (Photo by Roberto Serra/Iguana Press/Getty Images)

In Germania dopo i Mondiali del 2006 hanno programmato una reale rivoluzione tecnica a tutti i livelli: i centri di formazione sono diventati una priorità e hanno investito per monitorare costantemente tutti quelli che giocano a calcio. Non solo i professionisti o i vivai dei club più importanti, intendo proprio tutti, anche i dilettanti. Perché hanno capito che anche nei campionati minori ci sono risorse, ma vanno per prima cosa individuate, poi valorizzate. L’input per un progetto del genere, però, deve partire da una Federazione forte, strutturata, con degli obiettivi e la forza di implementarli a tutti i livelli. Bisogna studiare i dati e fare un piano che non può e non deve essere a breve termine; ci deve essere qualcuno che dica: “tra cinque (o anche dieci) anni dobbiamo avere un modo di lavorare comune a tutti, un modo di proporre calcio e di insegnarlo. La scuola allenatori deve essere indirizzata a formare, seguire, valutare e controllare coloro che sono davvero la prima pietra della crescita di un giocatore e, di conseguenza, di tutto il movimento”.

Serve una sorta di controllo per gli allenatori, perché oggi chiunque può fare un corso a Coverciano, prende il patentino e arrivederci. Non c’è un “dopo”. Se gli allenatori non hanno un organo superiore che da un lato dia sostegno e strumenti per migliorare e dall’altro sia attento alle problematiche e a correggere i loro errori, come possono migliorare?
Ma la valutazione non può essere solo un’occhiata alle classifiche: “questo ha vinto, è bravo, questo è arrivato ultimo, fa schifo”. Se il metro di giudizio si basa solo sui risultati, gli allenatori continueranno, in Serie A, ma soprattutto nei settori giovanili, a bypassare tutta una serie di insegnamenti in funzione della loro ambizione personale.

TURIN, ITALY - MARCH 07:   Cesare Natali of Torino and Jonathan Zebina of Juventus in action during the Serie A match between Torino and Juventus at the Stadio Olimpico on March 07, 2009 in Turin, Italy.  (Photo by New Press/Getty Images)
TURIN, ITALY – MARCH 07: Cesare Natali of Torino and Jonathan Zebina of Juventus in action during the Serie A match between Torino and Juventus at the Stadio Olimpico on March 07, 2009 in Turin, Italy. (Photo by New Press/Getty Images)

Quando faccio questo discorso qualcuno inorridisce, ma io continuo a pensare che il calcio sia uno sport dei singoli, dove è il singolo giocatore che va a comporre una prestazione di livello per la squadra. Tante buone prestazioni singole fanno ottenere i risultati. Gli allenatori parlano sempre di gruppo, di collettivo, io credo sia l’opposto. A maggior ragione nei settori giovanili, dove, escludendo la Primavera dove i risultati iniziano a contare, i ragazzini dovrebbero solo pensare a divertirsi e i loro allenatori a farli maturare come persone prima ancora che come calciatori.
A 15, 16, 17 anni tanti ragazzi, magari promettenti, abbandonano il calcio e sapete perché? Perché sono già prosciugati dalle richieste degli allenatori. Perdono la passione, perdono tutto. Bisognerebbe investire sui singoli, non sulla squadra. Negli ultimi anni ho viaggiato molto per lavoro e all’estero lo sviluppo del calciatore è infinitamente più importante che vincere una partita o un torneo. In Inghilterra o in Spagna si prova a dare ai ragazzi i mezzi e le conoscenze che gli permetteranno forse un giorno di diventare un professionista. Si cerca di fare in modo che abbiano una cultura calcistica, che siano preparati a questo mondo. Si forma l’uomo, il singolo uomo più che il collettivo.

Nei settori giovanili si dovrebbe lasciare spazio al divertimento, trovare un modo di giocare che sia bello da vedere, ma anche bello da praticare. Non serve fossilizzarsi sul vincere sempre, ma invece rimboccarsi le maniche per far crescere ragazzi con un bagaglio tecnico, tattico, mentale, di cultura del lavoro. Per la pressione del campionato e delle pagelle c’è tempo.
In Italia questo è un problema culturale, un modo di pensare difficile da estirpare, ma forse vale la pena tentare e agire su chi davvero ha in mano le redini del futuro, i tecnici. Servono risorse, certo, e persone competenti che possano seguire i tantissimi allenatori che escono da Coverciano. Impossibile? Proviamo a monitorare solo le società professionistiche, per iniziare: sono venti in Serie A e altrettante in B. Un numero accettabile a cui poter chiedere: Quali allenatori avete nel settore giovanile? Come li fate lavorare? Che filosofia volete mantenere? Quali sono le vostre linee guida? Quali sono i vostri obiettivi?

BOLOGNA, ITALY - OCTOBER 27: Cesare Natali # 14 of Bologna FC celebrates at the end  of the Serie A match between Bologna FC and AS Livorno Calcio at Stadio Renato Dall'Ara on October 27, 2013 in Bologna, Italy.  (Photo by Mario Carlini / Iguana Press/Getty Images)
BOLOGNA, ITALY – OCTOBER 27: Cesare Natali # 14 of Bologna FC celebrates at the end of the Serie A match between Bologna FC and AS Livorno Calcio at Stadio Renato Dall’Ara on October 27, 2013 in Bologna, Italy. (Photo by Mario Carlini / Iguana Press/Getty Images)

Partiamo da qui. Nel corso di una stagione li devi seguire tutti, ma non guardando ogni tanto come va la squadra dallo smartphone. Si va agli allenamenti in settimana, alle partite la domenica, si parla con lo staff. Poi si valuta e, nel caso, si opera per correggere la rotta. In Italia non esiste nulla del genere, ma è fattibile e credo necessario.

Comunque non vorrei far passare l’impressione che sia tutto da buttare. Se a livello politico e di visione non riusciamo ad andare più in là del nostro naso, in realtà a livello tecnico l’Italia non è così in difficoltà come si vuole far credere. Le Nazionali giovanili negli ultimi anni hanno ottenuto grandi risultati e la Nazionale maggiore i valori tecnici li ha, idem i calciatori forti. La dimostrazione è stata la partita contro la Polonia: è bastato un allenatore che trasmettesse una mentalità propositiva e abbiamo assistito a una rinascita. Mi fanno ridere le chiacchiere da bar su Mancini del tipo “eh, ma se non avesse vinto…”. Se non avesse vinto non sarebbe cambiato proprio nulla, perché la cosa importante è stata vedere un’Italia giocare a calcio con un gusto, un piacere, una voglia di dominare il campo, come non si vedeva da anni. È stata una semplice questione di coraggio, un coraggio e una mentalità diversi da quello che si è visto negli ultimi anni.

La Nazionale è solo la punta di una piramide fatta da milioni di persone che giocano e amano il calcio e aver trasformato il modo di scendere in campo è la cosa più positiva vista finora nell’era Mancini. I giocatori li abbiamo, ora bisogna solo convincerli che la strada giusta è questa, quella di voler essere protagonisti, non solo speculativi. Devono sentirsi alla pari con le altre Nazionali, non inferiori. Abbiamo una rosa molto giovane e ci andrà ancora qualche anno perché tutti maturino, ma le basi per potercela giocare presto con tutti ci sono. Se tutti si mettono nelle condizioni di rispondere al meglio alle richieste dell’allenatore, il risultato non potrà che essere buono, ma non solo in senso prettamente sportivo.

LIVERPOOL, UNITED KINGDOM - DECEMBER 09:   Daniel Pacheco of Liverpool is pulled back by Cesare Natali of Fiorentina during the UEFA Champions League Group E match between Liverpool and Fiorentina at Anfield on December 9, 2009 in Liverpool, England. (Photo by Clive Brunskill/Getty Images)
LIVERPOOL, UNITED KINGDOM – DECEMBER 09: Daniel Pacheco of Liverpool is pulled back by Cesare Natali of Fiorentina during the UEFA Champions League Group E match between Liverpool and Fiorentina at Anfield on December 9, 2009 in Liverpool, England. (Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

Ci sono squadre e giocatori che non hanno mai vinto nulla, eppure ti rimangono dentro. Guardate il Napoli di Sarri: non ha vinto nulla, ma ha sempre dato un senso al suo gioco e il senso era quello di proporsi, divertire e far divertire. Lo ha ripetuto anche Jurgen Klopp qualche settimana fa prima di Liverpool-Manchester City. A proposito del match precedente giocato proprio contro il Chelsea di Maurizio Sarri, Klopp ha ricordato che “noi giochiamo a calcio. Non salviamo vite, non piantiamo alberi, non operiamo. L’unica cosa che sappiamo fare è giocare a pallone e visto che il calcio è fatto per divertire la gente, se non giochiamo per divertire, cosa giochiamo a fare?”. Sarà un pazzo, ma io ci trovo un’assoluta verità.

Anche questo è un modo di pensare sbagliato tipicamente italiano: le squadre medio-piccole che contro le grandi fanno le barricate. Ho vissuto due anni a Barcellona e chiunque vada a giocare al Camp Nou, anche le neo promosse, provano a giocarsi la partita. Succede che il Barça non riesca a uscire dalla propria metà campo per 45 minuti, ne ho viste di partite così, non sto sognando. Poi magari finisce 6-1, però lascia un gusto diverso, sia agli spettatori che ai giocatori in campo. Mi immagino i calciatori di una piccola squadra che vanno a giocare a Barcellona, davanti a 95mila persone e sì, hai perso, ma ti rimane un certo romanticismo dentro sapendo che ci hai provato. La bellezza di non aver avuto paura. Tanto, anche se difendi 90 minuti, contro il Barcellona perdi lo stesso 6-0.

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  1. granata - 4 settimane fa

    “…io continuo a pensare che il calcio sia uno sport dei singoli, dove è il singolo giocatore che va a comporre una prestazione di livello per la squadra. Tante buone prestazioni singole fanno ottenere i risultati. Gli allenatori parlano sempre di gruppo, di collettivo, io credo sia l’opposto…”. Spero che l’ articolo di Natali lo legga Mazzarri e che rifletta su quello che ha detto Klop: “…noi giochiamo a calcio. Non salviamo vite, non piantiamo alberi, non operiamo. L’unica cosa che sappiamo fare è giocare a pallone e visto che il calcio è fatto per divertire la gente, se non giochiamo per divertire, cosa giochiamo a fare?”. Finora non è stato proprio mister coraggio.

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  2. robert - 4 settimane fa

    Bravo Natali !!!Condivido tutto quello che hai detto e che ho sempre sostenuto anch’io che ho sempre criticato moltissimi allenatori che credono di saper allenare solo perché hanno il patentino.Non voglio dilungarmi ma i calciatori giovani sono come gli alunni di una scuola;diventeranno bravi se hanno avuto un insegnante bravo

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  3. zampa - 4 settimane fa

    Un’analisi talmente condivisibile che sembra di sognare. I ragazzi devono divertirsi, e devono imparare, il calcio si può e si deve insegnare. Oggi il livello dei mister che urlano imprecano e guardano solo il risultato a livello giovanile e’ imbarazzante, e i ragazzi si allontanano dal calcio perché non si divertono. Se penso a quante persone ho conosciuto giocando al calcio dalle panchine dei giardinetti ai campi veri non riesco a contarle. Questo è il valore aggiunto che ti aiuta a crescere ed appassionarti. Grande Natali

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  4. ALESSANDRO 69 - 4 settimane fa

    Un articolo molto interessante dove Natali esprime un idea e un concetto che purtroppo sono lontani anni luce dalla non cultura della nostra federazione.
    Sul giocatore non condivido i commenti negativi qua sotto espressi, non sarà sicuramente una bandiera ma non ho questi cattivi ricordi di lui, addirittura svogliato e menefreghista poi….Mah…magari avrò la memoria corta ma io lo ricordo un professionista normale che ha svolto il suo senza picchi di eccellenza ma nemmeno di mediocrità…

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  5. dattero - 4 settimane fa

    buona parte del discorso iniziale puo’ esser estrapolato da un qualsiasi dialogo
    Cozzolino Ellena Vatta o Ussello o Marchetto,tutto altamente condivisibile,cosi ragionavamo,prima uomo poi calciatori.
    La mia fortuna,aver vissuto con loro,sentirli,vederli in azione,pur con tutti i loro difetti,ma con i loro enormi pregi.
    Non è un caso che molti,non riuscendo nel calcio,sian riusciti nella vita.
    In Belgio una squadra emergente di un piccolo centro come Genk,ha una struttura sportiva d’eccellenza e fino ad 11 anni si guioca al max 5 vs5 per sviluppare rapidita’,precisione,affinare tecnica e,udite udite,vale anche la sponda muro come in cortile.
    I ragazzi seguono anche corsi di aikido,son seguiti in palestra per il loro sviluppo in maniera armonica con studi sulle preparazioni in base ad eta’ e cicli di crescita.
    In Italia maledetto il momento in cui di queste cose se n’e’ occupato il sig Evani,una delle piu’ grosse calamita’ che il calcio nazionale ha avuto.
    Ha reso tutto dogmatico,ha reso il calcio un’aula di scuola media,spento la fantasia in nome della tattica e dell’indottrinamento schematico.
    Parlare ad un dodicenne di precompressione su diagonale difensiva,sa molto di NASA e poco di football,per dirne una.
    Ha fatto danni epocali con la supervisione di Sacchi,ma almeno sacchi ha dei meriti,eccome.
    Su natali,mi spiace,ma brutto ricordo,parere ovviamente personale,sdvogliato,menefreghista e lontano anni luce dal mondo toro,poi sempre infortunato nei momenti topici,gia’,se ti alleni di malavoglia..
    Perdonate la lunghezza

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    1. Granata - 4 settimane fa

      D’accordo con te su tutto anche se la primogenitura del pensiero, prima l’uomo del calciatore, fu dell’avv. Cozzolino e del suo segretario e paziente Zambruni. Gli allenatori citati hanno poi condiviso l’idea. La distanza siderale di Natali dal mondo Toro, traspare da questa intervista, neanche una parola.

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      1. user-14003131 - 4 settimane fa

        D’accordo su tutto, in particolare su Natali… non uno da Toro, svogliato e menefreghista. Puah…

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  6. luna - 4 settimane fa

    Sono totalmente d’accordo, sulla sua visione del calcio, soprattutto sulla necessità di dover dare agli allenatori un supporto federale studiato nei vari aspetti, psicologici, tecnici, mentalità, aggiornamenti e controlli sul loro operato.
    Sulla mentalità espressa nell’ultima partita della Nazionale, sarei più cauto, giocavamo contro la Polonia che sicuramente negl’ultimi anni ha fatto passi avanti tecnicamente, ma gli ultimi risultati dicono che non rappresenta un banco di prova sufficientemente idoneo.
    Tornando all’argomento allenatori, in altri sport minori la situazione è drammatica.

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  7. Seagull'59 - 4 settimane fa

    semplicemente impressionante: Grandissimo Natali!
    Parli di un calcio che in Italia non esiste, dove l’importante e il bravo è sempre e solo chi vince (gobbi), chi gioca a calcio bene ma non vince viene ridicolizzato (Sarri) e i giocatori di classe, fantasia, estro (Ljajic) sono sacrificati a favore dei Rincon, brutti a vedersi ma che “rendono” tanto in mezzo al campo… e allora l’importante è Vincere, non importa come: se poi non ti qualifichi ai mondiali, beh, la colpa è di Ventura!
    il calcio italiano è l’espressione della mancanza di idee, progetti, ambizioni, speranze che attanaglia il nostro Paese: ribaltiamolo, una volta per tutte e torniamo a sognare e lottare per il bello e non per il brutto del calcio e della vita!
    Purtroppo di Natali ne esistono troppo pochi, in tutti i settori: solo teste basse e orizzonti che non calicanto il proprio naso!

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  8. Toro71 - 4 settimane fa

    Ci vorrebbero persone come te in Federazione per poter cambiare il calcio in Italia.

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