Le Loro storie, Rachid Arma: “Noi figli non potremo mai fare abbastanza per i nostri genitori”

Le Loro storie, Rachid Arma: “Noi figli non potremo mai fare abbastanza per i nostri genitori”

Esclusiva / Prima della Spal e del Toro la fabbrica e un soprannome: “Otto ore da operaio e poi andavo al campo. Mi chiamavano ‘Piattella’”

di Marco Parella

Un nuovo modo di raccontare il calcio: quello dei protagonisti. Calciatori, allenatori, dirigenti. Sempre sotto la luce dei riflettori, ma mai veramente compresi o comprensibili. Noi li vogliamo avvicinare ai tifosi e ribaltare il meccanismo delle interviste. Non saremo noi a chiedere, saranno loro a raccontarci un aspetto del mondo in cui vivono. Un tema libero, potremmo dire. Sono i protagonisti stessi della nostra passione a condividere con noi “Le Loro storie”. Senza filtri, senza meta.

Di padri lontani ce ne sono tanti: non fanno notizia, ma fanno il bene delle loro famiglie. Anche Rachid Arma ne ha avuto uno e ne ha sentito tanto la mancanza, ne ha imitato le orme in una fabbrica veronese per pagare il mutuo a mamma, fratelli e sorelle e ancora oggi lo prende come modello. Prima di una onorevole carriera tra cadetteria e Serie C, prima di un soprannome curioso (l’altro, “Arma letale” è incommentabile), prima di trovarsi a un fischio dal diventare un eroe granata. Prima di tutto questo, c’era e c’è un ragazzo molto normale.

 

A quel gol annullato ci ho pensato l’altra sera guardando in tv la finale di Coppa Italia tra Juve e Milan. Arbitrava Damato, lo stesso che mi fischiò quella trattenuta ininfluente contro il Brescia. Un gol che poteva valere la Serie A…

Arma in lacrime al termine della finale di ritorno dei playoff 2009/'10 contro il Brescia.
Arma in lacrime al termine della finale di ritorno dei playoff 2009/’10 contro il Brescia.

Ho tirato un po’ la maglia al difensore, un gesto istintivo, ma lui era girato dalla parte opposta, per cui non l’ho ostacolato in direzione della porta. Quel gol era buono, buonissimo. Non scherziamo. Non ho dormito per due giorni dopo la partita tanta era la rabbia che avevo in corpo. Rimanevo sveglio nel letto a pensare a cosa sarebbe potuto cambiare per me: due anni prima giocavo in Serie D, quello sarebbe stato il triplo salto dopo C e B in così poco tempo. Sarebbe stato un sogno. Nonostante questo non penso che il mio percorso calcistico sarebbe cambiato. Andare in A sicuramente avrebbe migliorato il mio bagaglio personale, ma comunque la stagione successiva sono andato a giocare a Vicenza in B, quindi sono rimasto in categorie importanti.

In Marocco da bambino giocavo a calcio al pomeriggio con gli amici. Quando avevo sei anni mio padre se ne andò a cercare lavoro lontano. Prima in Libia, per un periodo in Tunisia, infine oltre il Mediterraneo, in Italia. Girò per tutta la penisola, poi trovò una sistemazione in provincia di Verona. Appena prese casa io, mia sorella e mia madre lo raggiungemmo. Erano passati tre anni, tre anni lunghissimi, in cui lo vedevamo una volta ogni tanto, quando poteva permettersi di tornare per qualche giorno. E quando ripartiva ci abbracciavamo tutti piangendo. Sapevo che doveva andare, sapevo che lo faceva per noi, che andava alla ricerca di un futuro migliore per la sua famiglia, ma non è stato facile. Nostra mamma ha avuto tanta forza e pazienza a crescerci da sola, ora che sono diventato padre lo capisco molto bene.

Ho un bambino piccolo e adesso mi sono chiari tutti i sacrifici che hanno fatto i miei. Ognuno di noi sarà sempre in debito con i suoi genitori perché quanto facciamo noi per loro, non sarà mai abbastanza rispetto a quanto hanno fatto loro per noi.

FERRARA, ITALY - SEPTEMBER 04: Rachid Arma (L) of Spal 1907 celebrates a goal during the Lega Pro 1A match between Spal 1907 and AC Pisa at Stadio Paolo Mazza on September 4, 2011 in Ferrara, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)
FERRARA, ITALY – SEPTEMBER 04: Rachid Arma (L) of Spal 1907 celebrates a goal during the Lega Pro 1A match between Spal 1907 and AC Pisa at Stadio Paolo Mazza on September 4, 2011 in Ferrara, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Mentre mio padre era lontano da casa cercavo di immaginare come poteva essere il posto in cui viveva. Guardavo i film in tv e mi facevo mille storie in testa, pensavo a palazzi altissimi, tecnologia all’avanguardia, luce dappertutto. Quando arrivammo nel veronese, invece, fu esattamente l’opposto. Mio padre abitava in un piccolo paesino, non c’era nessuno per strada e per di più era dicembre, per cui passare dai 30 gradi di Agadir ai mucchi di neve fu traumatico. Ci misi un po’ ad abituarmi. Ora l’Italia è casa mia, ho vissuto più qui che in Marocco, ma sento ancora forti le radici e quando finisce il campionato torno sempre là per staccare la spina e scaricare le pressioni di tutta la stagione.

La mia è una storia un po’ diversa da quella di tanti altri calciatori venuti in Italia per inseguire un sogno sportivo. Io mi sono trasferito per ritrovare mio padre. Qui sono nati gli altri due miei fratelli e a diciotto anni ho abbandonato la scuola per andare a lavorare insieme a mio padre. Serviva una mano per le spese di casa, avevamo le rate del mutuo da pagare, l’auto da mantenere e i soldi non bastavano mai. Sono entrato nella sua stessa fabbrica che produceva carrelli elevatori, entrambi operai metalmeccanici. Mio padre ci lavora ancora adesso, io ci sono stato qualche anno. La prima stagione in cui mi ha preso la Sambonifacese, Serie D, lavoravo in fabbrica otto ore e alla sera andavo ad allenarmi. I due anni seguenti ho continuato comunque a fare un part-time al mattino e al pomeriggio mi univo alla squadra.

Non sapevo dove mi avrebbe portato il calcio e preferivo stare coi piedi per terra e aiutare i miei genitori.
Qualche tempo dopo, nello spogliatoio della Spal iniziarono a chiamarmi “Piattella” perché tiravo solo di piatto. È una caratteristica che mi porto dietro da quando sono piccolo. Ho molta forza negli adduttori e preferisco calciare di piatto che di collo. Sia a giro che dritto per dritto, mi riesce meglio colpire con l’interno del piede.

TRIESTE, ITALY - OCTOBER 31: Riccardo Brosco (R) of US Triestina Calcio battles of the ball in the air with Rachid Arma (L) of Torino FC during the Serie B match US Triestina Calcio and Torino FC at Stadio Nereo Rocco on October 31, 2009 in Trieste, Italy. (Photo by Dino Panato/Getty Images)
TRIESTE, ITALY – OCTOBER 31: Riccardo Brosco (R) of US Triestina Calcio battles of the ball in the air with Rachid Arma (L) of Torino FC during the Serie B match US Triestina Calcio and Torino FC at Stadio Nereo Rocco on October 31, 2009 in Trieste, Italy. (Photo by Dino Panato/Getty Images)

A Torino vivevo in una traversa di via Nizza, vicino al Lingotto. Non amo la confusione del centro, la Ztl, ecc. e avevo scelto quella zona per essere vicino alla Sisport. Torino è una città molto bella, viva, che accoglie bene lo straniero. È una città che col tempo si è abituata all’immigrazione e ha imparato a far convivere anime diverse. Avevamo formato un gruppetto con Gorobsov, Statella, Scaglia e Vailatti. Li sento ancora su Facebook, con Statella e Scaglia ci siamo affrontati tante volte da avversari in Serie C. Invece mi dispiace molto per i tanti infortuni che ha dovuto sopportare Ricky (Vailatti, ndr), aveva davvero grandi doti.

Durante la mia presentazione ufficiale al Toro dissi che avrei portato tanti marocchini allo stadio. Mi aveva contattato anche il console marocchino e mi aveva prospettato la possibilità di entrare nella nostra Nazionale se avessi giocato con una certa continuità. Non è andata così, ma giocavo veramente poco perché davanti avevo uno come Rolando Bianchi che fece benissimo e trovare spazio è stata dura. Nonostante questo, qualche mio connazionale allo stadio veniva, difficile portarne di più non giocando.

Però è stato un onore. Mi sono accorto che a Torino c’è un tifo speciale quando, poco tempo fa, ho incontrato in aeroporto dei tifosi granata. Mi hanno riconosciuto: “Tu sei Arma, quello della rete annullata nei playoff”. Mi sono stupito, perché se per quel poco che ho fatto si ricordano ancora di me, figuriamoci l’affetto che dimostrano a uno che ha lasciato davvero il segno al Toro.
Figuriamoci se mi avessero convalidato quel gol.

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  1. user-13746076 - 6 mesi fa

    Da quel Toro scalcagnato e scarso… A questo più solido, anche se algido, freddo e poco trascinante. Sceglier non saprei. Non avrei dubbi invece sulla scelta che dovrebbe fare Cairo e cioè andarsene.

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  2. iugen - 6 mesi fa

    Arma idolo indiscusso! Dalla fabbrica alla quasi-gloria, un lieto fine rovinato da quel gobbo fi Damato. Una storia beffarda tipica dei colori granata.

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  3. iugen - 6 mesi fa

    Gorobsov, Statella, Scaglia e Vailatti… mamma mia cosa abbiamo dovuto vedere negli anni noi tifosi!

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  4. torinodasognare - 6 mesi fa

    Se avessero convalidato quel goal non sarebbe cambiato nulla. Saremmo ridiscesi in b l’anno seguente. Quello era un Toro penoso… giocatori forti nessuno, quasi nessuno di proprietà… Otto anni son passati e l’impianto tecnico è tutto diverso, ora si fanno le manite (impensabili allora), si vince talvolta contro Roma e Lazio, abbiamo alcuni giocatori fortissimi, si naviga costantemente a metà classifica di A…. Ciononostante le emozioni trasmesse son davvero scarse.
    E continuano a giocare ed allenarci in affitto.
    Tifare Toro adesso è un po’ come essere andati in pensione.
    Un tranquillo oblio dei sentimenti sportivi.
    Per me, ovviamente.

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    1. Daniele abbiamo perso l'anima - 6 mesi fa

      Della serie “era meglio quando si stava peggio”.
      Un po’ è vero. Almeno ci si attaccava a un Toro scalcagnato. Ora siamo tiepidamente in serie A. Ma i derby non si vincono mai, le coppe non si raggiungono e i capitani se ne vanno uno dietro l’altro.

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      1. maraton - 6 mesi fa

        ciao, daniele.
        tutto vero e tutto giusto. il problema è: meglio prima o adesso?
        sinceramente non lo so…..quando avevamo le “pezze al culo” c’era un altro attaccamento (forse) e la situazione veniva vissuta in un altro modo, anche se allora pensare di avere giocatori del calibro del gallo, sirugu, n’koulou, falque, ecc. ecc. era un esercizio di puro masochismo sportivo.
        oggi abbiamo alcuni buoni giocatori, una rosa accettabile per la serie A, a volte ci togliamo delle soddisfazioni (derby (1), bilbao, inter e lazio per es. parlando della squadra, fila, robaldo, primavera per il resto), ma non piazziamo mai l’acuto di una stagione sopra le righe. da parte di alcuni c’è disamore o addirittura menefreghismo, anche per il via/vai di giocatori che invece dovrebbero restare.
        che dire….solo che da questo punto si può costruire qualcosa di importante, mentre invece allora era tutto da ricostruire. cairo è/sarà la persona giusta? non lo sò con certezza, anche se dò per scontata la sua ambizione. mi auguro solo che l’ambizione sportiva prevalga su quella pecuniaria 😉

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        1. BACIGALUPO1967 - 6 mesi fa

          Ciao Fratello,
          Personalmente preferisco stare stabilmente nella parte sx della classifica è più facile piazzare un acuto se stiamo da quella parte, capiterà pure a noi di azzeccare 3 giocatori ottimi tutti.insieme che se inseriti in una intelaiatura da 8/10 posto possono portarti in alto.
          Forza TORO e periferici merda

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