”Lerda è un bravo mister. Dategli tempo”

”Lerda è un bravo mister. Dategli tempo”

 

di Edoardo Blandino

È arrivato con l’etichetta del futuro Ledesma (Foschi dixit), ma Nicolas Gorobsov in granata non è mai riuscito a trovare lo spazio necessario per mettersi in mostra. Eppure tutte le volte che è stato chiamato in causa si è sempre fatto trovare pronto e non ha mai sfigurato rispetto ai compagni di reparto. L’anno scorso, proprio quando…

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di Edoardo Blandino

È arrivato con l’etichetta del futuro Ledesma (Foschi dixit), ma Nicolas Gorobsov in granata non è mai riuscito a trovare lo spazio necessario per mettersi in mostra. Eppure tutte le volte che è stato chiamato in causa si è sempre fatto trovare pronto e non ha mai sfigurato rispetto ai compagni di reparto. L’anno scorso, proprio quando sembrava aver finalmente trovato la continuità necessaria, si è di nuovo ritrovato a sedere in panchina per via della rivoluzione di gennaio. Il suo cartellino è del Torino e a fine campionato tornerà sotto la Mole, ma oggi il giovane argentino si è accasato al Cesena e si appresta a giocare in Serie A.

Nicolas, iniziamo con una domanda semplice: come ti trovi a Cesena?
«Molto bene. Sono arrivato qualche giorno fa. Ho già fatto alcuni allenamenti. Mi sono trovato bene con compagni e mister. Ho tanta voglia di fare bene e per ora sono molto contento».

Ad inizio ritiro sembrava che dovessi cambiare squadra, poi, quando si pensava che saresti rimasto, sei finito a Cesena. Ci spieghi che cosa è successo?
«Io sinceramente ad inizio ritiro volevo andare via. Mi rendevo conto che non avrei trovato lo spazio di cui avrei avuto bisogno per migliorare. Potevo tornare a Vicenza, ma durante il ritiro mister Lerda mi ha dato grande fiducia e mi ha chiesto di rimanere. Poi, la sera prima dell’ultimo giorno di mercato, cioè il 30 sera, Petrachi mi ha detto che sarebbe stato meglio trovarmi un’altra squadra e così è stato. È arrivato il Cesena e ho accettato. Ci tengo a precisare che non avrei voluto andare via perché non piace il Torino. Mi piace molto questa squadra e questa città, ma io ho bisogno di giocare».

Sei rimasto in squadra abbastanza da poter valutare sufficientemente bene il gruppo. La squadra di quest’anno è più o meno forte rispetto a quella dell’anno scorso?
«Posso dire che quest’anno c’è davvero un bel gruppo. Ci sono  tanti giovani, ma anche molti giocatori esperti. È sicuramente un bel mix. Le prime due gare non sono andate bene, ma ci vuole un po’ di pazienza. Ci sono tanti giocatori nuovi e un allenatore nuovo. Ci vorrà un po’ di tempo. Penso che quest’anno siano tutti uniti e non ci siano problemi nello spogliatoio. Sono certo che il Toro farà un grande campionato».

Raccontaci di Lerda.
«Io mi sono trovato bene fin da subito. Da quello che mi diceva voleva che io rimanessi, poi Petrachi ha deciso così… Comunque mi sono trovato bene. Lavora tanto con la palla, fa giocare bene la squadra, è molto preparato. Farà bene qui al Toro. Bisogna solo dargli un po’ di tempo».

E invece Colantuono che tipo era?
«Non mi piace fare paragoni. Posso dire che si tratta di un altro tipo di allenatore. Ha altre idee di gioco. Anche lui preparava molto bene le partite. Faceva le sue scelte, di cui a volte non ero contentissimo, ma le ho sempre rispettate. Credo che anche lui sia un bravo allenatore».

Ultimamente si è disquisito molto sulla tua ideale collocazione in campo. Quale pensi sia il ruolo a te più congeniale?
«Quello in cui ho sempre giocato. Credo di dare il meglio davanti alla difesa. In questi anni ho provato tanti moduli: con tre centrocampisti o con due, poi Beretta mi ha schierato anche interno destro, posizione dove non avevo mai giocato. Personalmente preferisco quella di centrale davanti alla difesa».

Per il tuo stile di gioco è meglio un centrocampo a 2 o a 3?

«Meglio un centrocampo a tre con me vertice basso e due compagni al mio fianco. Però poi, alla fine, non cambia molto».

Hai vissuto più di un anno di Toro e hai attraversato momenti difficili lo scorso campionato. Conosci bene la squadra e le sue peculiarità. Come mai Torino è una Piazza che “brucia” i calciatori?
«Non so se li bruci. Sicuramente è una Piazza diversa dalle altre. Giocare a Torino non è lo stesso che giocare a Cittadella. C’è molta più pressione. I tifosi giustamente vogliono vincere e quindi creano un ambiente più pesante. Dipende molto dalla personalità di un giocatore. Posso capire che in passato qualcuno a Torino abbia fatto fatica, ma altri sono riusciti a fare bene fin da subito, basti pensare a D’Ambrosio. Però Torino è una piazza diversa dalle altre».

Sai già quale sarà il tuo futuro?
«A fine anno sicuramente tornerò a Torino. Io spero di rimanere, purché le cose possano cambiare. Se dovessi tornare a Torino e fare come l’ultimo periodo dell’anno scorso, dove sono rimasto sempre in panchina, preferirei cambiare. Ma se avessi più spazio sarei felicissimo di stare lì. Come ho detto è una Piazza straordinaria e giocare all’Olimpico è diverso da tutti gli altri posti. Dipenderà molto da me, ma anche dalla società».

Un pregio e un difetto del Toro.

«Non è facile dirlo. La cosa più bella di Torino è la Piazza stessa, la gente e il tifo che a me carica molto. Un difetto è difficile da trovare un difetto ora come ora, perché la stagione è appena iniziata».

Ultima domanda. Il Toro sale in A?
«Lo spero davvero».

 

 

(Foto: M. Dreosti)

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