Petrachi a ruota libera

Petrachi a ruota libera

 

di Alessandro Salvatico

Una chiacchierata con Gianluca Petrachi, da questi concessa mentre guida l’auto che lo porta momentaneamente via dal ritiro di Norcia non verso un week-end di riposo, ma verso una delle tante mete lavorative, è rinfrancante. Leggere i suoi pensieri è cosa consigliata a chiunque ami il pallone e non veda alcuna speranza affinché il…

di Redazione Toro News

 

di Alessandro Salvatico

Una chiacchierata con Gianluca Petrachi, da questi concessa mentre guida l’auto che lo porta momentaneamente via dal ritiro di Norcia non verso un week-end di riposo, ma verso una delle tante mete lavorative, è rinfrancante. Leggere i suoi pensieri è cosa consigliata a chiunque ami il pallone e non veda alcuna speranza affinché il movimento calcistico italiano si rinnovi: forse potrà cambiare idea. Con l’eccezione dell’apertura (sul caso della settimana appena conclusa), qui si parla di tante cose ma non del mercato del Toro; quello si farà più tardi.


Partiamo dal tasto dolente, Direttore: il giovane Simone Benedetti all’Inter mentre si apprestava a metter piede in prima squadra al Toro.

Dolente sì, ma devo davvero dire che si tratta di una situazione che non è stata gestita al meglio in passato. E credo non si possa attribuire neppure la maggior parte della responsabilità al presidente; piuttosto a chi avrebbe dovuto gestirla direttamente. In tutta sincerità devo dire che quando sono arrivato, a Gennaio, tale situazione era già compromessa, ossia sarebbe stato comunque tardi per porvi rimedio, era -diciamo- già evidente il problema. Ora comunque non mi va di rivangare un passato che non ho vissuto; posso dire che lui ha espresso una sua volontà, peraltro comprensibile, e che anche non fosse stato in svincolo ma avesse avuto un contratto più lungo, avrebbe comunque desiderato l’Inter. Anche altri mi avevano detto di aver messo gli occhi sul ragazzo, come il Genoa, o la Juventus; quando ho capito che oramai era una cosa che andava al di là del regime contrattuale del ragazzo, allora mi sono attivato perché tutto si chiudesse nel migliore dei modi. E, nella trattativa con l’Inter, il buon senso ha prevalso. Perché sì, avrebbe potuto ancora rimanere un anno con noi parcheggiato, con tutti i problemi che una situazione del genere comporta; e lo stesso avrebbe potuto forse fare anche Stevanovic all’Inter. Invece…

Stevanovic: parliamo di questo giocatore.

Era da Gennaio che gli facevo la corte. Sapevo che lui, in realtà, non era molto convinto di rimanere in nerazzurro; anzi, aveva rifiutato il rinnovo del contratto, che gli sarebbe scaduto tra dodici mesi. L’ho convinto invece a firmare per un prolungamento a cinque anni, e in questo la nostra mediazione è stata fondamentale. Con un rinnovato panorama abbiamo così potuto intavolare il discorso che ha portato l’Inter a lasciarci questo ragazzo. Così, oltre a non aver perso completamente Benedetti, abbiamo conquistato la metà del cartellino di un grande talento che io considero enorme. Non voglio esagerare, ma penso che nel giro di pochi anni Stevanovic possa diventare un top-player, un giocatore ambito a livello internazionale. Per ora, sarà uno di quei quattro o cinque che, là davanti, lotteranno per un posto al sole.

E così, se la partenza di Benedetti lascia comunque l’amaro in bocca, il modo in cui Petrachi ha gestito questa operazione resa ormai inevitabile non fa che accrescere la stima che larghissima parte della tifoseria nutre per il direttore sportivo.
Mi fa piacere questa considerazione, anche perché io non ho mai cercato le simpatie della gente. Voglio dire: non vado mai ai club perché penso che siano cose adatte ad un giocatore e non ad un dirigente, non frequento i salotti del tifo; e forse, chissà, viene apprezzato il fatto che non penso a curare la mia immagine, ma che lavoro tanto, e con molta passione per quello che faccio.

Dove arriverà, Gianluca Petrachi?
Spero ad ottenere qualcosa di importante con il Toro. Come dicevo, ci metto impegno e passione; poi, se la bravura mi aiuterà credo ci toglieremo grandi soddisfazioni. Quest’anno, ottenere la promozione sarebbe stato un miracolo senza precedenti; perché, quando sono arrivato, c’erano molte cose che non sposavano la mia idea di calcio. Eppure ci siamo andati vicini. Oggi, non ho in realtà grandissimi spazi di manovra, per lo meno non la libertà di cui di solito si gode; e non mi riferisco alla non eccessiva possibilità di investimento, ma a quelle situazioni pregresse che pesano come macigni, e che davvero ci impediscono di portare a termine molte trattative.

Il suo sogno?

Vincere con il Toro. Quanto sarebbe bello, poter vincere con il Toro. Lo sarebbe per così tante persone… Faccio un piccolo esempio: parto ora da Norcia, dove ho visto un gruppetto di tifosi che inneggiava a Bragança. Che è un bel giocatorino, con delle buone doti; ma è pur sempre un ragazzo in prova, che non sappiamo se rimarrà, eppure c’era della gente che inneggiava a lui… E allora mi chiedo cosa accadrebbe se avessero a che fare con una squadra vincente, con un gioco che esalta, con dei successi.

Direttore, vedere giocare un D’Ambrosio e pensare che un anno fa militava in C2, e poi pensare ad altri pari ruolo molto meno forti che invece giocavano in Serie A, è uno dei tanti esempi che potremmo fare per chiedere: non c’é qualcosa di strano, nel calcio, quando si verificano casi simili (e sono tanti)? Cosa manca: osservatori, direttori sportivi capaci, procuratori all’altezza…?
Manca il coraggio. Quello di assumersi delle responsabilità.
Io ho una fortuna: quella di aver vissuto, da giocatore, tutte le categorie professionistiche, dalla C2 alla A, appunto; una fortuna che mi ha fatto comprendere tante cose, e che io cerco ora di riversare nel lavoro che sto facendo. Siccome anche nelle serie superiori io personalmente ho fatto vedere qualcosa di discreto, mi sono chiesto: ma se le squadre in cui giocavo non avessero vinto dei campionati, mi avrebbe preso qualcuno? La risposta è: quasi sicuramente no, come accade a tanti. Il fatto di rimanere a giocare in Serie C a dispetto di tutto, può far cadere le motivazioni, può toglierti la forza di provare.
Il calcio per molti è fatto di numeri, dunque uno che milita in C2 non può, sembra, salire più di tanto, salvo eccezioni che vengono salutate come “miracoli” o “favole”. Dunque, tornando al sodo, la forza di un bravo direttore sportivo è, secondo me, quella di dire al proprio datore di lavoro “prendiamo quel ragazzo, anche se lei non lo conosce”.

Ad esempio?

Guardiamo un’ipotesi in cui il Torino abbia dovuto vendere Bianchi, a Giugno. Cosa potrei fare a quel punto, io nella mia veste di ds? Vendo uno che ha fatto 26 gol, prendo -per esempio- un altro forte come un Mastronunzio che ne ha segnati altrettanti spendendo più o meno gli stessi soldi, e via. Ma che cosa ho fatto, io, se porto a termine un’operazione così? Non ho fatto nulla, nel mio modo di vedere il calcio. Nulla che non avrebbe potuto pensare e fare chiunque. Diverso è, invece, inventarsi un Ardemagni che nella stagione prima non ne ha azzeccata una e fargli fare venti e passa reti con te, che già lo conosci.
Un altro esempio, partendo da qualcosa che ho vissuto, qualcosa di concreto: la mia esperienza a Pisa. Quando siamo partiti, alla Snai non eravamo quotati; questo per far capire quale fosse la considerazione di cui godevamo, ossia di retrocessi sicuri. Non l’ho mai sottolineato, lo faccio ora: ho affrontato quella Serie B con 14 debuttanti in rosa. Quattordici. E così, prendo come centravanti Castillo, che a Frosinone aveva fatto 20 presenze e 4 gol, e lui ripaga con gli interessi; prendo Cerci, che l’anno prima con Cosmi aveva giocato due partite o poco più, e questo diventa il miglior esterno della categoria con 10 reti. E alla fine abbiamo perso solo ai play-off contro il Lecce, perché mancavano Kutuzov e lo stesso Cerci.

Il Torino gennaio/giugno 2010 ha fatto cambiare diverse idee sul calcio a molti (compreso chi parla), e forse il lavoro di Petrachi, applicato su vasta scala, potrebbe portare ossigeno ad un calcio che sotto parecchi aspetti è da tempo sclerotizzato.
Sì, forse sì. Il mio modo di lavorare è prendermi dei rischi; altri non lo fanno. Se non conosco un giocatore, se non lo conosco personalmente, io non lo prenderò mai, ad esempio. Mi conforta che ci siano altri giovani colleghi che sembrano seguire una strada simile, come Sogliano, Marchetti, Sensibile… Uomini che curano di più i dettagli, che conoscono bene tutto ciò che trattano. Ora, sono contento perché lavoro con un allenatore, Franco Lerda, che parla la mia stessa lingua calcistica.

 

 

(Foto: M. Dreosti)

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