Scaglione: ‘I tifosi possono cambiare questo calcio’

Scaglione: ‘I tifosi possono cambiare questo calcio’

Daniele Scaglione, torinese e granata, è stato presidente italiano di Amnesty International dal 1997 al 2001, ora continua a farne parte senza cariche. Dal 2005 è invece responsabile della comunicazione di Action Aid, un’organizzazione internazionale che lotta contro la povertà.

Lei ha vissuto la tragedia del genocidio del Ruanda e il suo lungo processo. Come si accolgono, come contrasto, i dramma del calcio?

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Daniele Scaglione, torinese e granata, è stato presidente italiano di Amnesty International dal 1997 al 2001, ora continua a farne parte senza cariche. Dal 2005 è invece responsabile della comunicazione di Action Aid, un’organizzazione internazionale che lotta contro la povertà.

Lei ha vissuto la tragedia del genocidio del Ruanda e il suo lungo processo. Come si accolgono, come contrasto, i dramma del calcio?

Tra l’uccisione dell’ispettore Raciti e il genocidio avvenuto in Rwanda nel 1994 c’è almeno una cosa in comune: erano entrambi evitabili. Ma in Rwanda i capi di stato e di governo dei paesi occidentali non vollero intervenire e questo perché non credevano che la vita di un africano valesse come quella di ogni altro essere umano. Filippo Raciti non è morto per caso, ci sono tante responsabilità da far venire alla luce. I gruppi di violenti da chi sono guidati, dove trovano le risorse per organizzarsi? Le società li sostengono o li combattono? Le forze dell’ordine sono in grado di indagare a fondo su di loro o no? A me piacerebbe che la politica rispondesse a domande come queste, anziché pensare a provvedimenti speciali. Fare discorsi generali, parlare in modo vago di ‘sistema malato’ è il modo migliore per non fare nulla di concreto.

Il suo libro "Diritti in campo" ha raccontato come il calcio può intervenire nelle politiche sociali, cosa fare perché questi ideali aiutino a cambiare lo stato attuale?

Il calcio è un esempio negativo in Italia, ma non in Africa o in Medio Oriente. E’ dal 1998 che Rwanda e Repubblica Democratica del Congo si fanno la guerra. Nel gennaio del 2004 le due nazionali si sono incontrate in Tunisia e i calciatori hanno giocato con lealtà, i tifosi non si sono lanciati nemmeno un insulto. Questi popoli, che sperimentano sulla loro pelle la vera sofferenza, cercano nello sport riscatto e speranza. In Iran il calcio è addirittura uno strumento a favore dei diritti delle donne. In Cecenia la squadra di Grozny ha ridato un po’ di entusiasmo a un paese devastato, il che ricorda il ruolo che ebbe il Grande Torino nel nostro paese. Credo che il calcio tornerà a fornire esempi positivi anche in Italia se verrà nuovamente percepito come uno sport di squadra che esalta la forza del gruppo e dello sforzo comune.

Intravede qualcosa da cui ripartire nonostante il brutto momento?

Sì, noi tifosi. Siamo noi che diamo forza a questo gioco, pagando i biglietti per lo stadio e per vedere le partite in televisione, siamo noi che determiniamo la fama di un calciatore. Nel 1989 Silvio Berlusconi definì la finale di coppa dei campioni Milan – Steaua Bucarest uno scontro di civiltà. Dopo la sconfitta contro la Corea, che decretò l’uscita dell’Italia dai mondiali del 2002, Giovanna Meandri affermò che l’arbitraggio contro la nostra nazionale testimoniava la scarsa credibilità del nostro paese. Ho scelto queste due scempiaggini per dimostrare che il rapporto dei potenti con il mondo del calcio è assurdo. Spetta a noi, che potenti non siamo, rifiutare l’idiozia dilagante in questo mondo. Solo così il calcio può essere riportato alla sua reale natura, quella di un gioco.

Lei viaggia molto all’estero, che commenti sente sul calcio italiano?

Dopo i Mondiali ricevo molti complimenti, a cui mi sforzo di rispondere con educazione. Mica posso spiegare che per me una vittoria ai rigori non vale granché. A Kigali, la capitale del Rwanda, nel 2004 incontrai un ragazzo di nome Jean De Dieu. Alla fine della chiacchierata mi disse: “Sono contento che tu sia italiano, così quando tornerai a casa potrai salutarmi due persone che ammiro profondamente, Del Piero e Maldini”. A Roma sono andato al mercato di Porta Portese e ho preso le maglie di questi due illustri concittadini. Poi però ne ho comprata una granata del ‘75-76, ho messo tutto in un pacco e l’ho spedito a Jean De Dieu. Insomma, il Toro in Africa non è molto conosciuto, ma ci sto lavorando.

Il Toro è un amore che va oltre al risultato sportivo, questa forza può essere trainante verso un calcio più leale?

Domenica 28 gennaio ero di passaggio a Torino e sono andato a visitare la mostra del Centenario, giusto un paio d’ore prima che chiudesse i battenti. Se penso alla gente che l’ha visitata, così come al Delle Alpi strapieno il giorno dello spareggio, agli amici giunti da Roma con lo striscione ‘anvedi quanti semo’, alle anziane signore che commentavano l’incontro in piemontese, al passeggino granata con un bimbo di pochi mesi sui gradini della Maratona, ti rispondo che sì, il Toro può essere un modello per tutto il calcio italiano. A patto che restiamo umili e divulghiamo ‘l’arte della pazienza’, come dice Marco Cassardo nel suo capolavoro ‘Belli e dannati’.

Quali sono i disagi più evidenti nel calcio?

Il mondo del pallone è una parte della società forte e al tempo stesso molto malata, dove domina un’oligarchia arrogante e potente, dove manca l’indipendenza, dove chi vuol far carriera impara presto a riverire i potenti, dove nessuno si assume mai le proprie responsabilità, dove non c’è voglia di imparare dai propri errori. Il problema è che la classe politica non ha affatto voglia di affrontare questi problemi. Troppi politici si mettono in mostra andando in tribuna o nelle trasmissioni televisive, anziché affrontare seriamente i problemi del calcio, ne sfruttano la possibilità di mettersi in mostra.

Si dice che i giovani non hanno più ideali, un tempo si sognava Pulici che correva con i pugni alzati verso la curva. Quanto è importante avere un campione come simbolo?

Molto, se fa solo il calciatore. I campioni che valgono sono quelli che stanno sul campo a battersi per la squadra, leali, che mandano avanti il gruppo e non la propria carriera. Pulici ancora adesso è un ideale: insegna pallone a dei bambini a Trezzo sull’Adda che lo chiamano ‘maestra’, diffonde nei fatti e non a parole il modo corretto con cui vivere il rapporto con lo sport. Certo queste cose bisogna anche raccontarle e io credo che qualche giornalista che prova a farlo ci sia: penso a Roberto Beccantini, Darwin Pastorin, Giorgio Porrà, Corrado Sannucci, per far solo quattro nomi e senza andare a pescare tra i granata.

Per ‘Diritti in campo’ individuò Balzaretti come emblema di quel Toro… Oggi chi sceglierebbe?

Direi Gianluca Comotto, che vorrei capitano in pianta stabile. Ce la mette tutta sempre e comunque, cerca di fare il suo mestiere fino in fondo e non accampa scuse se le cose non vanno. Mi piacciono anche Balestri e Muzzi e ho grande ammirazione per Fontana. Su Balzaretti vorrei dire qualcosa, per sdrammatizzare le vicende di questo sport: patii moltissimo la sua scelta di andare alla Juve, ho addirittura pensato di fare un gesto sconsiderato con la sua maglia che mi aveva regalato. Ma è ovvio che se dovessi incontrarlo per la strada mi farebbe piacere chiacchierare con lui e gli auguro ogni bene. Certo, in occasione del prossimo derby lo si polverizza: ovviamente solo ed esclusivamente in senso sportivo.

Domanda sul Toro per finire. Come commenta il mercato di gennaio?

Penso che Cairo abbia avuto un sostegno e un appoggio dalla tifoseria come ben pochi presidenti di qualunque altra squadra e tempo possono vantare, il che non vuol dire che non si possa criticare (io non ho apprezzato il modo con cui è stato mandato via De Biasi). Rispetto al mercato di gennaio Cairo aveva detto che avrebbe aperto la borsa solo di fronte a possibilità davvero interessanti e a me non sembra che sia il caso di coloro che sono arrivati. Mi chiedo allora se non valesse la pena risparmiare, lavorare sul gruppo e poi fare una bella campagna di acquisti estiva. Ma io non sono così competente in materia… Di sicuro apprezzo la volontà di Cairo di blindare Rosina: questo mi pare il migliore segnale possibile per far vedere che si fa sul serio e non si pensa a vivacchiare.

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