Serve una cultura sportiva più matura

Serve una cultura sportiva più matura

Giorgio Porrà, dopo essere stato per anni inviato di Tele+ e Sky, ora ne è diventato caporedattore. Di lui resta impressa la sua voce calda e profonda, ma soprattutto il suo modo di raccontare il calcio ancora con un pizzico di romanticismo, tra storie rare e passione per uno sport che può ancora regalare sogni.

Che cosa rappresenta per lei il calcio oltre ad essere un lavoro?

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Giorgio Porrà, dopo essere stato per anni inviato di Tele+ e Sky, ora ne è diventato caporedattore. Di lui resta impressa la sua voce calda e profonda, ma soprattutto il suo modo di raccontare il calcio ancora con un pizzico di romanticismo, tra storie rare e passione per uno sport che può ancora regalare sogni.

Che cosa rappresenta per lei il calcio oltre ad essere un lavoro?

Mi piace usare una definizione che diede Maturana qualche anno fa: è il territorio dei prodigi dove può accadere sempre l’imponderabile. Mai come negli ultimi tempi l’imponderabile ha assunto i suoi massimi aspetti negativi. Mi viene in mente un’altra espressione, questa volta del grande Gianni Brera “Mollare i pappafichi”. Lo diceva quando era particolarmente giù di corda davanti ad uno spettacolo negativo e gli mancava la voglia di raccontare il fenomeno. Tuttavia non bisogna cedere davanti alla violenza e a chi ci vuole scippare questo gioco. Teniamo duro.

Ha un debole per una squadra in particolare?

Sì, per una simpatica a molti, il Cagliari. Sono nato in questa città nel ’60 ed ero ragazzino quando ha vinto lo scudetto, ovviamente il mio mito era Gigi Riva, con lui ho amato anche Albertosi e Boninsegna, due altri grandi di quella squadra. Quel successo arrivò anche grazie ai soldi che Angelo Moratti, all’epoca simpatizzante rossoblu, aveva elargito al presidente sardo, sperava di avere Gigi Riva, ma il bomber non volle sentir parlare di lasciare l’isola. Quella famosa scelta di vita che molti sbandierano, ma che effettivamente oggi è raro trovare in qualche campione.

Lei è un giornalista che ha sempre fatto approfondimento, senza urlare, ma entrando nei problemi, nella cultura calcistica, come “Lo sciagurato Egidio”. Rivedremo ancora trasmissioni simili?

Premetto che non dobbiamo confondere l’urlare con dire cose forti e noi in quella trasmissione abbiamo approfondito argomenti cosiddetti pesanti. Parlo del doping, della SLA, di politica sportiva, delle commistioni tra calcio e politica, cose che raramente si trovano sui giornali. Il calcio spesso viene usato per rimbambire le masse e distrarle dai problemi più seri. Si farà ancora questa trasmissione? Me lo auguro perché ricevo tante richieste, anche dai ragazzini, ma Sky appartiene ad una proprietà straniera che al momento ha come primo obiettivo lavorare sugli eventi. Questo però sarebbe il momento adatto per proporre una trasmissione di approfondimento come fu “Lo sciagurato Egidio”.

A proposito di immagini in diretta, non pensa che troppe telecamere a volte possano ingigantire una situazione, una frase che a caldo può scappare?

A me capitò un fatto particolare una decina di anni fa durante Juventus-Sampdoria. Mi trovavo a bordo campo e accadde che l’arbitro non fischiò un rigore ai doriani, Boskov, l’allora allenatore dei liguri, si lasciò scappare a modo suo “Arbitro pagato da Juve”. Io pensai che la frase fosse stata colta dalle telecamere e senza pormi problemi la pronunciai in diretta. Lì si scatenò l’inferno perché si aprì il dibattito se era stato opportuno o meno riferire quelle parole, scrisse un editoriale anche Tosatti a proposito. Su questo punto il dibattito è infinito, inutile ribellarci allo strumento tv, fa parte del fenomeno. In fondo ha dato tanti soldi alle società, anche se poi ne hanno fatto un uso poco accorto, comprando giocatori di basso livello e soprattutto non rendendo sicuri gli stadi.

In Italia il calcio è considerato business, successo, gossip, manca la componente cultura. E’ d’accordo?

Certo. Siamo assistendo ad una spudorata “glamourizzazione” del fenomeno, con il fatto che ormai il pubblico è sempre più giovane. Si lavora solo in superficie, non si va mai a vedere quello che sta dietro, come la memoria storica, si punta quasi solo più sull’estetica.

Come si può esaltare maggiormente la cultura sportiva? Perché non si organizzano vere e proprie lezioni nelle scuole?

Mi capita qualche volta di andare a raccontare agli studenti il calcio e alcuni suoi aspetti che non conoscono, anche perché credo che sia semplicistico pensare che il ragazzino abbia solo voglia di vedere questo sport sotto un’ottica a senso unico. Il Ministro Melandri, il Commissario della Figc Pancalli hanno parlato di futuri progetti per gli studenti, ma in questo momento siamo in emergenza per cui la cultura viene dopo. Ora serve investire massicciamente sulla sicurezza degli stadi, che abbiamo trascurato per troppi anni. Poi si potrà pensare alla cultura sportiva. In Argentina avevano letto per qualche tempo delle poesie nell’intervallo dei match, ma il paese sudamericano non è un grande esempio di civiltà sportiva durante le partite. Ci sono dei ragazzini che mi contattano, altri che scrivono tesi di laurea sui grandi maestri come Arpino, Brera, personaggi che hanno scritto pagine indimenticabili sul calcio. Per cui la richiesta per andare oltre c’è.

Luca Toni ha detto che gli stadi vuoti gli fanno schifo.

Gli spalti senza pubblico sono un controsenso, il calcio è fatto da componenti ben precise e tra queste ci sono gli spettatori, altrimenti lo spettacolo diventa fasullo. I calciatori però devono rendersi conto che siamo in emergenza, se gli stadi chiusi servono per dare sicurezza ci dobbiamo adeguare. Mi aspettavo invece una presa di posizione più dura da parte dei calciatori su quanto successo a Catania, invece delle solite frasi di circostanza. Campana in questi giorni ha redarguito Gad Lerner dicendogli di vergognarsi a dire certe cose. Lerner aveva voluto proprio sottolineare il fatto che i giocatori non si erano schierati apertamente contro quanto successo quel terribile venerdì.

Escono tanti libri sul calcio, esistono in Italia autori al livello di un Osvaldo Soriano o un Nick Hornby?

In senso generale nella letteratura si pubblicano sempre meno capolavori. Però per leggere pagine di alta cultura calcistica basta prendere Repubblica, dove si trovano articoli eccellenti a firma di Gianni Mura, Corrado Sannucci, Emanuela Audisio, Maurizio Crosetti, tanto per citarne qualcuno. Brera resta però un fenomeno irripetibile. Per l’occasione mi permetto di segnalare l’uscita di un libro che si chiama “La matematica del gol”, edizioni Fandango, dove hanno scritto dei racconti Veltroni, Lodoli, il sottoscritto e molti altri. Racconto la storia di Socrates e della “democracia corinthiana”. Altri parlano di campioni stranieri, come Boban, Schnellinger, anche perché trovo che i giocatori esteri siano meno banali dei nostri.

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