25 aprile, calcio partigiano: se la libertà passa da un pallone

25 aprile, calcio partigiano: se la libertà passa da un pallone

Festa nazionale / Bruno Neri negò il saluto fascista alle autorità: fu il primo gesto di una sfida che perse insieme alla vita. Ma il suo non è una caso isolato

LA GUERRA E IL CALCIO

25 aprile
Bruno Neri, terzo da sinistra, non alza il braccio

 

Alla guerra non si scappa. Che tu sia ricco, povero, uomo o donna. O che giochi nel Grande Torino: è vero, il tuo presidente, Ferruccio Novo, ti procura un contratto in Fiat che ti evita il fronte, ma non c’è modo di scampare i bombardamenti, le impiccagioni, il brutale tentativo di sopravvivenza quotidiana.

Il calcio non poteva fermarsi neanche in piena guerra, per volere del regime: proprio nel 1943 il Torino vinceva il suo secondo titolo, il primo degli Invincibili. Poi le pressioni divennero insuperabili, e il campionato cessò. Ma anche i giocatori, all’epoca, avevano altro cui pensare: la cultura antifascista stava facendo sempre più presa nella società civile stanca di guerra, orrori e dittatura. E anche chi portava i calzoni corti per prendere a calci un pallone sapeva che non si poteva andare avanti così.

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