Fiorentina-Torino, due maglie gemelle per due Capitali d’Italia

Fiorentina-Torino, due maglie gemelle per due Capitali d’Italia

Guida al granata in trasferta / La rubrica di Roberto Voigt

La trasferta a Firenze ha sempre un sapore particolare. L’amicizia che da decenni lega le due tifoseria fa di questa gara una festa, una piccola e simpatica invasione granata in quelle vie ingolfate da turisti. Firenze poi – e non lo si scopre ora – è una quinta teatrale stupenda per una gita fuoriporta; la città è una capitale indiscussa di arte e storia, è capace di mostrare tesori stupefacenti, noti in tutto il mondo e capaci ancora di incantare esperti e meno esperti. Tuttavia – non ce ne voglia nessuno – la gita fiorentina può anche essere esasperante. Scrostando un poco la patina in cui si avvolge, Firenze sembra, agli occhi di un passeggiatore disinteressato, nulla più che un grosso Luna Park della cultura all’ingrosso; una città che si è consegnata ai bivacchi di turisti (che da tutti gli angoli del mondo si danno appuntamento a intasarne i luoghi più significativi, riempiendo le strade dei segni del proprio passaggio) adescati da ristoratori scaltri e da venditori di ogni genere. Insomma: Firenze è una città da maneggiare con cura e attenzione, se non altro  per il rispetto che portate ai vostri piedi e al vostro stomaco. 

Non tutto però è ridotto a Luna Park. Forse il maggior torto fatto a questa città è stato proprio quello di ridurla, appiattirla a culla del Rinascimento, dimenticando o mettendo in secondo piano altri elementi, altrettanto significativi. La Firenze delle burle e delle battute salaci, per esempio, rappresenta un valore culturale e tradizionale altamente significativo. Un trait d’union che accomuna irriverenti striscioni del Franchi a eventi e personaggi storici, che si rintraccia anche in pagine di storia ben lontane da noi. Gran burlone fu, per esempio, Sandro Botticelli che architettò scherzi ad amici e aiutanti e che rischiò, subendo a sua volta una burla, di essere buttato in galera. Grandi burle riempiono anche le pagine del Decamerone di Boccaccio, altro fiorentino illustre, così come del Pievano Arlotto, che sulla propria tomba fece scrivere: «Questa sipoltura a facto fare il Piovano Arlocto per se e per tucte quelle persone le quali drento entrare vi volessino».

Anche i Medici, che dominarono Firenze per secoli furono in realtà meno piatti e prevedibili dell’idea che ci siamo fatti di loro. Tra questa famiglia si contarono infatti personalità singolari, complesse e contorte, ben lontane da quella serenità umanistica con cui siamo soliti immaginarli. Per esempio Gian Gastone de Medici, ricordato dalla Storia come l’ultimo Granduca della propria famiglia, fu un personaggio capace in tutto e per tutto di rivaleggiare con le peggiori rockstar del ‘900 in quanto a eccessi e bagordi ma altrettanto capace, nel contempo, di adottare scelte politiche coraggiose e all’avanguardia nell’Italia settecentesca. Nonostante una vita privata fuori controllo, il Granduca s’impegnò politicamente abrogando leggi restrittive in anni in cui a Torino, invece, la cappa assolutista della Monarchia creava non pochi problemi ai letterati.

Proprio tra Torino e Firenze si consumò il primo atto di integrazione nazionale vera e propria: lo spostamento della capitale del neonato regno d’Italia nel 1865, centocinquanta anni fa. Per la prima volta piemontesi, toscani e altri rappresentanti di tutte le provincie del regno si trovarono a convivere insieme, tra incomprensioni e pregiudizi, tentando di “farsi” italiani. Una parentesi di cinque anni che lasciò grossi segni sulla città. Firenze, che prima del trasferimento della capitale contava 118.000 abitanti, dovette accogliere una massa di circa 30.000 uomini provenienti da Torino: politici, giornalisti, intellettuali e una gran massa di lavoratori provenienti dalle campagne circostanti, arruolati nei lavori di rinnovo urbanistico. Vennero abbattute le mura e si aprirono i grandi viali che ancora oggi circondano la città, nacquero piazza Beccaria e piazza d’Azeglio; l’Arno venne chiuso entro argini moderni e sorsero caserme e gasometri. La città divenne un continuo cantiere, animata da dibattiti tra piemontesi e toscani (con i primi che mai capirono in fondo i fiorentini, così attaccati alle memorie della propria città da tentare in tutti i modi di salvaguardare antichi palazzi piuttosto che godersi strade larghe e corsi alberati).

La “Guida pratica popolare di Firenze”, scritta a uso di quanti stessero per trasferirsi da Torino alla nuova capitale d’Italia, riesce ancora oggi a dipingerci un quadro fantastico del capoluogo toscano, e di quanto un torinese abituato a portici e vie drizzate dovesse aspettarsi da questa città così diversa. Attraverso queste pagine veniamo a sapere che la vita a Firenze, allora, non era affatto cara, e che la città offriva un buon numero di osterie e di birrerie (dove bere e giocare), nonché ambienti più folkloristici, come “Gigi il Porco”, dove con poca spesa ci si poteva rifocillare con pane, salame e vino.
Ovviamente, da buoni Bogianen, i torinesi a Firenze non fecero che lamentarsi delle case e della mancanza di camini, del vino, delle usanze locali e della lingua: a Firenze il “para acqua” era chiamato “ombrello”, una novità mica da ridere.

Solamente con Firenze capitale le nazioni europee iniziarono a riconoscere l’Italia come stato nazionale: un riconoscimento politico che andò di pari passo con il laboratorio di italianizzazione: a Firenze si formarono grandi protagonisti della cultura successiva, vennero fondate riviste e laboratori culturali, mentre nei suoi salotti si potevano fare grandi incontri, da capitale europea. Proprio in seno a questa elite culturale, decenni più tardi, crebbe il Marchese Ridolfi, colui che il 29 agosto 1926 fondò la Fiorentina. Una squadra che è l’anima verace di una città viva, di una vita che scorre laterale – nascosta ma non troppo – al “turistodromo” e che continua ad arricchire Firenze di un fascino unico, di uno spirito che non può essere ridotto a mero museo a cielo aperto.

 

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