Lettera di Ermanno Eandi a Ermanno Eandi

Lettera di Ermanno Eandi a Ermanno Eandi

ERMANNO EANDI

Caro me,
come sto.
Io sto bene e spero altrettanto di te.
A volte ci incontriamo negli argini, ai bordi di un pensiero, tra i ciottoli dei ricordi e le giravolte della vita, siamo lontanamente vicini.

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ERMANNO EANDI

Caro me,
come sto.
Io sto bene e spero altrettanto di te.
A volte ci incontriamo negli argini, ai bordi di un pensiero, tra i ciottoli dei ricordi e le giravolte della vita, siamo lontanamente vicini.

Oggi, caro me, ho fatto un sogno, ho chiuso gli occhi, la mia mente è decollata, è andata giù al sud, ha attraversato lo stretto e si è posata sulla città del vulcano. La città delle meraviglie, arance, mare, Bellini e La Norma cantata dalla divina Callas. Poi, verso sera, vado a teatro e lì mi sono smarrito. Il direttore d’orchestra era lurido, i suoi denti erano neri, al posto della bacchetta aveva una spranga, tutti i musicisti avevano in mano una sirena, ululavano e urlavano, il sipario color guerriglia si aprì con una esplosione, stava andando in scena la follia, in una sinfonia di delirio.

Caro me, in quel teatro i miei occhi erano sbarrati, il tempo era in ritardo, tutto diventava fango, le bottiglie esplodevano, i frammenti e i cocci si imprimevano nel mio corpo, scarnificavano la mia gioia, deportavano i mie sorrisi, la voglia di amare, l’armonia delle note, nel lager dell’irrazionale violenza.

I colori erano il rosso e il blu, come le sciarpe e le bandiere, vessilli del cuore indossati da gente senza cuore. Il rosso e il blu, il carmino del sangue e del fuoco e il marino colore del lampeggiare attento delle pantere e delle uniformi. Quando la razionalità si ferma, la ferocia s’innalza, si eleva. L’ineffabile diventa dicibile.

Più che un sogno, caro me, è un incubo, mi trovo in un mattatoio, poi un urlo, un rapace avvoltoio divora la vita, tocco il dolore, mi tuffo nell’orrore, vedo figli, madri, lacrime. Spalanco la porta della follia, entro e vedo un serpentiforme nulla pienissimo, non c’è spazio, le pareti della stanza si chiudono, mi comprimono l’anima. Urlo, spingo ed esco.

Caro me, la scena del mio sogno, è realtà, nella città dell’elefante i barriti di morte si sono sentiti davvero. Ma nel mio dream, c’è una immagine che nessuno ha visto, tra le cariche e le battaglie, un bimbo piange, raccoglie la sciarpa rosso-blu, la bacia e la indossa, una lacrima sorridente gli lava il volto: scappa via dall’orrore e sussurra al mondo “forza Catania”.

Sì, caro me, anch’io da oggi tifo Catania, perché l’amore prevalga, perché non posso credere che una città così bella sia composta solo da criminali, perché lo sport deve continuare a vincere. Vorrei vedere gli stadi pieni, con tanti bambini, che cantano e udire la sinfonia della gioia sul campo, lanciare coriandoli di buon senso su tutte le curve e urlare tutti insieme.

Caro me, forse sono un pazzo, ma ci credo ancora, per me il calcio non è morto, si è solo addormentato, vorrei svegliarlo con un bacio di buon senso, ed essere certo che questo incubo non funesti più la nostra vita.

Lo so che tu, come sempre, scuoti la testa e non mi credi, ma cosa ci vuoi fare, non posso smettere di lottare per il bene, per il bello, per il giusto contro tutto e tutti, in fondo tu lo sai … non a caso sono del Toro.

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