”Guardate che bravi, come cantano bene”

”Guardate che bravi, come cantano bene”

Dopo tanta attesa – quasi sei mesi – domenica scorsa è finalmente arrivato il mio debutto all’estadio José Zorrilla. Il cartellone recitava Pucela contro Colcheneros* e l’occasione di vedere Falcao in azione dal vivo, ma soprattutto il prezzo accessibile del biglietto nonostante l’avversaria – 15 euro per il fondo norte, corrisponde delle…

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Dopo tanta attesa – quasi sei mesi – domenica scorsa è finalmente arrivato il mio debutto all’estadio José Zorrilla. Il cartellone recitava Pucela contro Colcheneros* e l’occasione di vedere Falcao in azione dal vivo, ma soprattutto il prezzo accessibile del biglietto nonostante l’avversaria – 15 euro per il fondo norte, corrisponde delle nostre curve – mi hanno convinto a cogliere l’occasione al volo.
Un amico spagnolo, Dani, mi ha però messo subito in allarme: “Attento perché andiamo tra gli ultras, ci sarà da cantare tutto il tempo”. L’ammonimento iniziale, nonostante il mio paio di stagioni di Maratona alle spalle, mi perplime un po’, così per non sfigurare chiedo ulteriori istruzioni su quali cori si cantano, cosa dire o non – mai citare, ad esempio, l’unico grande ex del club che conoscevo, José Caminero, per evitare conseguenze incomode.
Il grande giorno arriva in fretta e dopo essermi goduto il bel Toro contro l’Atalanta, mi reco allo stadio per bagnare il mio esordio. L’emozione del momento mi spinge a ripassare mentalmente tutto per avere la certezza di non sbagliare nulla, chiedendo conferma all’amico di volta in volta: “Minuto 28, se canta Vamos Pucela, verdad?”.
“No – mi risponde per l’ennesima volta Dani – al 28’ si canta l’inno perché la società è stata fondata nel 1928”.
Intimorito da tutti questi canoni e riti tradizionali da rispettare mi incammino su per la scalinata del’impianto e mi affaccio sul campo da gioco. Sorprendentemente mi accorgo che il nostro settore, quello degli ultras, occupa meno di un quarto dell’intera curva nord dello Zorrilla (meno di quel che fu la Maratona Laterale) e soprattutto che dei due anelli di cui è composto lo stadio, soltanto quello basso – il nostro, per l’appunto – è predisposto per cantare. Il tutto in un impianto da 26.000 posti, interamente esaurito per l’occasione.
Non faccio in tempo a notare la dicrepanza che già comincia la partita e si inizia a cantare. Tra l’adrenalina generale dell’assistere alla gara e il trovarsi in uno stadio di impostazione spagnola, al primo anello, con la bandierina del calcio d’angolo ad un tiro di sputo nel vero senso della parola, quasi non mi accorgo che in meno di 5’ l’Atletico Madrid è già passato in vantaggio. Marcatore, manco a dirlo, Falcao.
In quel momento si ode un boato generale, come se avesse segnato la squadra di casa.
Mi volto in direzione di quel settore, ben posizionato centralmente in tribuna est: “Chi sono quelli – domando a Dani – sarà mica il settore ospiti?”
“Sì, sono gli Indios**– risponde rassegnato – saranno almeno 3-4mila, sono la miglior tifoseria di Spagna”.
Il gioco riprende e tutto lo stadio pare risuonare ad una voce sola, quella degli Indios: “Sembra che siano loro la squadra di casa” commento nuovamente al mio amico.
“Te l’ho detto, non hanno rivali in Spagna”.
Disorientato per la matematica che fa capolino nei miei pensieri – “se lo stadio contiene circa venticinquemila posti ed è esaurito, loro possono essere anche in cinquemila ma il Valladolid dovrebbe avere almeno ventimila tifosi suoi sugli spalti, ovvero il quadruplo…” – torno a concentrarmi sulla partita, finchè, concluso l’ultimo coro, il capo ultrà impugna il megafono e prende fiato. “Sarà finalmente arrivato il minuto 28, quello dell’inno” penso guardando l’orologio.
“Gente, guardate gli Indios come sono bravi, come cantano bene”.

Quelle parole mi scuotono, ma il sorriso di Dani alla mia destra mi conforta: sarà solo una maniera per preparare uno sfottò, penso.
“Visto che sono davvero così bravi – prosegue urlando – facciamo qualche minuto di pausa e ascoltiamoli”.
La gente comincia ad applaudire ed io rimango esterrefatto: “Com’è possibile, Dani? E’ il vostro stadio, già non canta nessuno altro, come potete smettere per ascoltarli?”.
Pazientemente il mio amico smette di battere le mani e mi spiega: “Te l’ho detto che sono davvero bravi, sono i migliori di Spagna, e siccome lo stanno dimostrando ancora una volta è giusto riconoscere i loro meriti” . E terminando le spiegazioni, ritorna ad unirsi all’euforia generale.

Per un attimo rimango senza parole. Mi riscopro perso tra vari pensieri a riflettere sulla rivalità sportiva, sul modo di intendere il tifo e sulla cultura dello sport che ogni giorno, ogni settimana, ogni mese.. spinge gente di tutto il mondo a riunirsi, a fare sacrifici, ad impegnarsi per vivere lo sport nella maniera che meglio la soddisfa e più ritiene consona. Poi il pensiero si sposta su quanti non la vivono allo stesso modo, su chi la utilizza soltanto per incanalare in malo modo le propria rabbia, insoddisfazione e frustrazioni varie, e piano piano riemergo alla realtà, con un sorriso amaro sulla bocca.

 

Lì, a quel punto, quando volevo unirmi al coro di applausi generali per tributare i dovuti onori agli Indios, già mi sono ritrovato in ritardo: il minuto 28 era scoccato, era il momento dell’inno.

 

Stefano Rosso (Twitter: @ste_ro_)


 

* i soprannomi delle due squadre, Real Valladolid e Atletico Madrid

** il soprannome dei tifosi dell’Atletico Madrid

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