Torino e Milano: così vicine, così diverse

Torino e Milano: così vicine, così diverse

Guida al granata in trasferta / La rubrica di Roberto Voigt

La distanza tra Torino e Milano è qualcosa di più dei 142 chilometri che separano piazza Castello da piazza del Duomo. È una distanza che non si può misurare con i tempi delle autostrade, dei treni alta velocità o dei percorsi da navigatore satellitare. Milano, per ogni torinese che si rispetti, ha sempre avuto un suono sinistro, un portato invisibile che, al solo nominarla, fa venire alla mente immagini poco piacevoli (dal traffico, al caos fino a qualsiasi tipo di esperienza disagevole e inospitale). “Milano ci porta via tutto” è un refrain che continua a levarsi dalle vie e dalle piazze di Torino, dai tassisti ai pensionati fino ai giovani che, alla ricerca di un lavoro, considerano eventuali trasferimenti a Milano alla stregua di un male necessario.

Oltre a una sana dose di campanilismo, va detto che a Torino si è sempre un po’ patita una sorta di sindrome verso il capoluogo lombardo, un disagio che si muove in un ampio spettro includente le posizioni più disparate: dal complesso di inferiorità a quello di superiorità, dalla paura di perdere le luci della ribalta (in favore di questo vicino così ingombrante e vanitoso) alla frustrazione, accumulata nei secoli, di vedere aziende, attività e quant’altro abbandonare Torino per Milano. Una diffidenza atavica, quindi, che se apparentemente ha tutti i crismi di un atteggiamento dal sapore provinciale (nel senso deteriore del termine) in realtà nasconde, a nostro avviso, un sentimento ben più profondo. Milano, agli occhi di un torinese, è una città che ha perduto la propria identità. Forse peggio: Milano ha ucciso la propria identità, sacrificata sull’altare della produzione e schiacciata da una crescita (anche edilizia) fuori controllo. “Fare la fine di Milano” non poteva che essere uno spauracchio, negli anni in cui anche Torino affrontava la propria sfida con la contemporaneità, per ogni torinese innamorato (più o meno segretamente) dei propri portici, delle proprie strade diritte e del proprio centro città, capace di conservare deliziosamente le atmosfere dell’ultimo ottocento.

Milano è quindi la città che ha perso la sua identità, quella delle vecchie illustrazioni, quella delle canzoni di Gaber e di Jannacci, per vestirsi di paillettes e illuminarsi solo nelle settimane della moda e del salone del mobile. Una città dove nulla si posa, dove le stratificazioni della storia sono state rimosse violentemente, traumaticamente. Vittima di se stessa e vittima della storia, se Milano fosse riuscita a salvarsi sarebbe oggi una città bellissima, capace di rivaleggiare con centri turistici ben più noti. Potente e temuta nel Medioevo (epoca in cui, stando a Gianni Brera, il vescovo Ariberto da Intimiano pronunciò la famosa frase «chiunque sappia lavorare, a Milano è un uomo libero») ingentilita da artisti quali Bramante e Leonardo durante il Rinascimento, il capoluogo lombardo doveva essere, ai nostri occhi, un luogo splendido. E lo dimostrano ancora le vecchie illustrazioni, di una Milano lontana e irriconoscibile, caratteristica e affascinante, una Milano con i navigli. Già, perché forse molta parte dell’identità di Milano erano i suoi navigli, costruiti durante il medioevo e capaci di collegare la città con i fiumi e i mari, rendendola regina del commercio. Una rete capillare di fiumiciattoli caratterizzati da ponti e da strade – di cui oggi restano solo i toponimi – che per secoli hanno regolato la vita e i movimenti in città. Forse è da lì, dal momento in cui Milano ha deciso di fare a meno dei navigli, di stravolgersi, che la sua memoria ha iniziato a scolorirsi, a venire sommersa.

 Per il granata in trasferta che voglia superare la diffidenza verso quelle strade storte, Milano sa regalare perle di rara bellezza, sopravvissute agli abbattimenti e alla storia. Dalla chiesa di Sant’Eustorgio a quella di San Satiro (vero, grande capolavoro dell’architettura rinascimentale giocata sull’uso sapiente della prospettiva) da vicolo Laghetto (dove si trova anche una cantina piemontese, in caso di immediate nostalgie) all’ossario della chiesa di San Bernardino passando per il cortile dell’Università Statale. Meriterebbero un capitolo a sé sia la chiesa di Sant’Ambrogio che quella di Santa Maria delle grazie (dove si trova L’Ultima Cena di Leonardo, per intenderci) nonché Brera, uno scrigno di bellezza capace di conservare sia uno dei musei di arte più importanti d’Italia che una biblioteca capace di lasciare ancora oggi stupefatti. Per il Duomo si consiglia una passeggiata notturna, quando la piazza, svuotata dalle folle e dai piccioni, sa dare il meglio di sé.

Da piazza del Duomo invece di raggiungere la loggia dei Mercanti, si può girare in via Mengoni dove la sera del 9 marzo 1908 venne fondata l’Inter. Il ristorante dell’Orologio, il luogo di fondazione, non c’è più, ma i palazzi della via portano ancora oggi i segni di quell’epoca segnata da artisti bohemien e da borghesi cosmopoliti. Nato da una costola del Milan, l’Inter, come dice il nome stesso, si rivolse specialmente agli stranieri presenti a Milano, incarnando subito un modello radicalmente opposto a quello egemone in quegli anni, quello della Pro Vercelli, un undici costituito prevalentemente da vercellesi e piemontesi. Una fondazione simile a quello del Toro, dove anche qui tornano elementi significativi come un ristorante e i molti soci fondatori svizzeri. Una differenza essenziale, però: il Norman – nonostante i cambi di nome e le ristrutturazioni incorse negli anni – accoglie ancora i tifosi del Torino al piano superiore, per ammirare la targa che ne celebra la fondazione. A Milano, invece, anche in questo caso l’identità e la tradizione non hanno resistito. 

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