‘Arrivai al Toro grazie a Vatta’

‘Arrivai al Toro grazie a Vatta’

A Sappada oggi è toccato ad uno dei nuovi arrivi, che poi è un ritorno:
Pippo Pancaro, ex delle Primavera granata, dove vi è rimasto due anni.

Parliamo della sua carriera, quando è cominciata?

Ho iniziato a giocare al calcio come tutti i ragazzini del mio paese, all’Acri (CS), sognavo già allora di diventare un calciatore di serie A e di andare in Nazionale. All’inizio…

di Redazione Toro News

A Sappada oggi è toccato ad uno dei nuovi arrivi, che poi è un ritorno:
Pippo Pancaro, ex delle Primavera granata, dove vi è rimasto due anni.

Parliamo della sua carriera, quando è cominciata?

Ho iniziato a giocare al calcio come tutti i ragazzini del mio paese, all’Acri (CS), sognavo già allora di diventare un calciatore di serie A e di andare in Nazionale. All’inizio era solo un sogno, poi la passione per il calcio, che ho ereditato da mio padre, piano piano si è tramutata in realtà. Al mio paese eravamo in molti ad essere bravi, tanto che parecchi dei miei compagni hanno giocato in categorie dilettanti ad un buon livello, qualcuno credo sia arrivato anche in C2. Poi le circostanze della vita ti costringono a prendere strade diverse e per diventare calciatori professionisti ci vuole non solo la tecnica ma carattere, caparbietà e anche fortuna.

Qual è il segreto per rimanere così tanti anni in serie A?

Dopo che si esordisce in A non devi pensare di essere arrivato, ma devi dimostrare sempre di valere sia a 20 che a 35 anni, e ricordarsi che non
si è mai finito di imparare.

Com’è arrivato nelle giovanili del Torino?

Io giocavo in interregionale a 17 anni e facevo parte della selezione calabro-siciliana, che a fine stagione ha giocato il torneo delle regioni a Bassano del Grappa. Abbiamo fatto un buon torneo tanto che siamo arrivati in finale contro il Piemonte-Valle d’Aosta, purtroppo abbiamo perso, ma per fortuna mia alla finale assistettero Vatta e il Dr. Cozzolino. E’ così che sono approdato al Torino dove ho giocato due anni nella Primavera. Nella parte finale del secondo anno con noi giocò Vieri, anche se era più giovane di noi di due anni e da lì siamo diventati e rimasti amici. Spesso in questi anni abbiamo ricordato con piacere le nostre origini al Filadelfia.

Inizialmente in che ruolo giocava?

All’inizio ero un centrocampista offensivo, poi in un Viareggio, a causa di un infortunio di un mio compagno, ho iniziato a giocare da esterno difensivo e il fatto di avere iniziato la carriera a centrocampo mi ha permesso poi di poter giocare senza problemi, sia a sinistra che a destra.

Lei ha avuto parecchi allenatori, anche stranieri, esiste una scuola di
pensiero diversa tra le varie nazioni?

Nella mia carriera ho cambiato diversi mister, ma posso dire che non c’è una scuola italiana, una scuola uruguayana (Tabarez e Perz) o una scuola svedese (Eriksson). Il calcio è uguale in tutto il mondo, di diverso ci sono i vari modi di atteggiarsi degli allenatori. Le differenze più grandi sono lì, non nella provenienza.

Qual è il suo approccio con gli allenatori?

Prediligo un rapporto umano e sincero con il mio allenatore, che metta in primo piano la persona, l’uomo rispetto al calciatore. Finora posso ritenermi
fortunato perché ho sempre trovato allenatori che privilegiavano l’uomo e
anche De Biasi è così.

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